Ideologia gender: cosa significa davvero e cosa dice la scienza

“Ideologia gender”, ”teoria del gender”, “indottrinamento gender nelle scuole”: queste espressioni ricorrono con frequenza nel dibattito pubblico italiano, nei comunicati politici, nelle discussioni sui social. Ma cosa significano esattamente? E cosa dice la scienza?
Questo articolo analizza l’origine del termine, le discipline accademiche a cui si riferisce, le posizioni delle principali organizzazioni scientifiche e il contesto italiano in cui il dibattito si è sviluppato.
Cosa sono gli studi di genere
Il punto di partenza più utile è capire cosa studiano davvero le discipline accademiche che usano il termine “genere”.
Gli studi di genere (in inglese Gender Studies, detti anche Women’s Studies nelle loro origini, poi Feminist Studies, Queer Studies) sono un campo di ricerca multidisciplinare nato in Nord America tra gli anni Settanta e Ottanta, poi diffusosi in Europa Occidentale [13]. Non sono un’ideologia: sono un insieme di metodi e approcci di ricerca — storici, sociologici, psicologici, letterari, antropologici — applicati alla comprensione di come il genere funziona come categoria nelle società umane [1][13].
Il presupposto fondamentale da cui partono non è una novità radicale: è la distinzione tra sesso biologico e genere, introdotta nella ricerca scientifica negli anni Cinquanta dal sessuologo John Money [8]. Money, lavorando con pazienti intersessuali al Johns Hopkins Hospital di Baltimora, coniò il termine gender role (ruolo di genere) nel 1955 per indicare “tutto ciò che una persona dice o fa per manifestare il proprio status di ragazzo o uomo, ragazza o donna” [8]. Il sesso descriveva le caratteristiche biologiche; il genere descriveva i comportamenti e le identità psicologiche e sociali.
Questa distinzione fu poi elaborata dalla filosofa francese Simone de Beauvoir, che nel suo Il secondo sesso (1949) aveva già formulato l’idea fondante: “Non si nasce donna, si diventa.” De Beauvoir distingueva cioè tra la condizione biologica e l’insieme di norme, aspettative e ruoli che la società costruisce su di essa. Il pensiero di de Beauvoir ha ispirato decenni di ricerca empirica in psicologia, sociologia e antropologia.
Il contributo teorico più discusso è quello di Judith Butler, che in Gender Trouble (1990) [9] ha proposto il concetto di performatività di genere: il genere non è un’essenza biologica innata ma un insieme di atti, gesti e comportamenti ripetuti nel tempo che producono l’effetto di un’identità stabile. Butler non negava la materialità del corpo: argomentava che il modo in cui classifichiamo e interpretiamo i corpi è sempre mediato da categorie culturali.
Oggi il campo degli studi di genere comprende centinaia di dipartimenti universitari nel mondo. In Italia, il primo corso di laurea magistrale interamente dedicato ai Gender Studies è stato attivato dalla Sapienza di Roma nel settembre 2022 [13].
Sesso biologico e genere: perché si distinguono
La distinzione tra sesso e genere non è un’invenzione ideologica: è una distinzione riconosciuta e operativa in biologia, medicina, psicologia e sociologia.
Il sesso biologico è determinato da un insieme di caratteristiche — cromosomiche (tipicamente XX o XY), gonadiche, ormonali e anatomiche — che nella grande maggioranza delle persone sono allineate in senso femminile o maschile. La biologia, però, riconosce da tempo che questo sistema non è strettamente binario: le condizioni intersessuali (variazioni delle caratteristiche sessuali, o DSD — Differences of Sex Development) riguardano circa l’1,7% della popolazione mondiale secondo le stime delle Nazioni Unite, una frequenza paragonabile a quella dei capelli rossi. Esistono persone con cariotipo 46,XY che sono fenotipicamente femmine (sindrome da insensibilità agli androgeni), persone con cariotipo 46,XX che sviluppano caratteristiche maschili, e numerose variazioni cromosomiche (XXY, X0, mosaicismi) che sfuggono alla classificazione binaria.
Il genere è la dimensione psicologica, sociale e culturale dell’identità: il senso interiore di sé come uomo, donna, o altro ancora; il modo in cui si esprime e vive questa identità; e le norme sociali che la società proietta su corpi e comportamenti. Psicologia e sociologia studiano il genere come fenomeno complesso, influenzato da fattori biologici, evolutivi, psicologici e culturali in interazione [13].
Questa distinzione è dunque uno strumento analitico, non un manifesto politico. La usano endocrinologi che studiano gli effetti ormonali sui comportamenti, epidemiologi che analizzano le differenze di salute per genere, storici che ricostruiscono come i ruoli di genere siano cambiati nel tempo, e psicologi che studiano lo sviluppo dell’identità nei bambini.
Da dove nasce il termine “ideologia gender”
Se gli studi di genere sono una disciplina accademica consolidata, il termine “ideologia gender” ha un’origine molto diversa: non nasce in ambito scientifico, ma in ambito religioso-conservatore, negli anni Novanta del Novecento.
Il contesto di partenza è la diplomazia internazionale. Nel 1994, la Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo dell’ONU a Il Cairo, e nel 1995 la Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne a Pechino, adottarono documenti che usavano il termine gender per distinguere i ruoli sociali dai caratteri biologici, aprendo la strada a politiche di uguaglianza e tutela delle persone LGBTQ+. La Santa Sede e i suoi alleati si opposero attivamente all’uso di questo termine nei documenti ONU, temendo che aprisse la strada al riconoscimento di diritti per coppie dello stesso sesso e al depotenziamento della famiglia tradizionale [4].
È in questo contesto che la giornalista cattolica americana Dale O’Leary, che aveva partecipato alla conferenza di Pechino alla testa della Women’s Coalition for the Family, distribuì ai delegati un pamphlet critico verso l’uso del termine gender. Nel 1997 pubblicò The Gender Agenda [7], uno dei testi fondatori del movimento anti-gender, in cui descriveva il gender come uno strumento di un’agenda femminista internazionale volta a destabilizzare la famiglia naturale.
All’interno della Santa Sede, l’allora cardinale Joseph Ratzinger elaborò questa critica in termini teologici. Nel 2004, la Congregazione per la Dottrina della Fede da lui guidata pubblicò la “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione tra uomo e donna” [6], che criticava quelle correnti femministe che, secondo il documento, tendevano a cancellare la differenza sessuale. Nel 2019, la Congregazione per l’Educazione Cattolica pubblicò il documento “Maschio e femmina li creò” [5], che individuava nelle “varie forme di una ideologia che viene indicata con il nome generale di ‘teoria del gender’” una minaccia per l’educazione e contestava esplicitamente le politiche scolastiche di educazione all’identità di genere.
Il termine “ideologia gender” (con l’anglicismo gender al posto dell’italiano genere) non è, quindi, una descrizione neutra di un campo di studi: è una costruzione retorica deliberata. L’uso dell’anglicismo serve, come hanno osservato i critici, a creare l’effetto di qualcosa di estraneo e anomalo, distinto dalla normalità [12]. Il termine accorpa insieme discipline accademiche legittime, politiche educative di prevenzione del bullismo e rivendicazioni dei movimenti LGBTQ+ in un’unica categoria vaga e minacciosa.
Cosa ha detto l’AIP sull’ideologia gender
Nel 2015, il dibattito italiano sulla presunta “ideologia gender” nelle scuole era già molto acceso. L’Associazione Italiana di Psicologia (AIP) — l’organizzazione scientifica che raccoglie docenti e ricercatori universitari di psicologia in Italia — decise di intervenire con un documento ufficiale.
Il documento, approvato dal Direttivo AIP il 5 ottobre 2015 [1], è esplicito: l’AIP ha ritenuto necessario “intervenire per chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di ‘ideologia del gender’“. Il documento afferma che gli studi di genere — i Gender Studies, i Women Studies, i Lesbian and Gay Studies — “hanno contribuito significativamente alla conoscenza di tematiche rilevanti per molteplici discipline, dalla medicina alla psicologia, dall’economia alla giurisprudenza, alle scienze sociali” [1][2].
L’AIP ha precisato che le iniziative di educazione alle differenze di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane sono state etichettate come pretesto per diffondere un’ideologia inesistente, e ha invitato a distinguere tra formazione scientificamente fondata e strumentalizzazione politica del dibattito.
La posizione dell’AIP è coerente con quella di altre organizzazioni scientifiche italiane. La Società Italiana delle Storiche ha dichiarato che “non esiste una ‘teoria del gender’”: il genere è “uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico-sociali delle relazioni tra i sessi in tutta la loro complessità” [12]. L’Ordine degli Psicologi della Puglia ha scritto che “indipendentemente dalle valutazioni e ‘credenze’ personali, non esiste una ‘teoria del gender’ né una ‘ideologia del gender’” [2].
Cosa si insegna nelle scuole italiane
Uno degli argomenti più ricorrenti nel dibattito italiano è l’idea che nelle scuole venga insegnata la “teoria del gender”. Ne parliamo in dettaglio nell’articolo sul gender nelle scuole. Cosa prevede effettivamente la normativa italiana?
L’educazione sessuale e affettiva non è mai stata inserita come materia obbligatoria nei programmi scolastici italiani. Dall’Unità d’Italia a oggi, nessuna delle numerose proposte legislative in materia è diventata legge: sedici proposte sono state presentate e respinte nel corso dei decenni. Quando vengono organizzati progetti di educazione affettiva o interventi di prevenzione del bullismo omofobico e transfobico, questi avvengono su base volontaria, spesso con il coinvolgimento di esperti sanitari o associazioni accreditate, e riguardano nella maggior parte dei casi la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate — non “teorie” sull’identità di genere.
In questo vuoto normativo, il dibattito politico si è concentrato su iniziative sporadiche: alcuni istituti che hanno adottato la carriera alias per studenti transgender, progetti di educazione alle differenze finanziati da comuni o regioni, materiali didattici che includono famiglie non tradizionali. Queste iniziative, spesso presentate come prove di una “agenda gender”, sono misure episodiche e non sistematiche.
Nel dicembre 2025, la Camera dei Deputati ha approvato un disegno di legge che introduce l’obbligo del consenso dei genitori per qualsiasi attività di educazione affettiva nelle scuole, con un vincolo aggiuntivo per le scuole primarie: i contenuti dovranno limitarsi agli aspetti biologici e riproduttivi. Il provvedimento era in attesa di approvazione definitiva al Senato.
Il dibattito in Italia: una cronologia essenziale
La diffusione del termine “ideologia gender” in Italia è un fenomeno databile e ricostruibile.
2013. Il termine inizia a circolare in associazioni cattoliche e ambienti conservatori in concomitanza con la proposta di legge Scalfarotto contro l’omofobia. Si formano gruppi come il Comitato “Difendiamo i nostri figli”, le Sentinelle in Piedi, e associazioni come Pro Vita [12]. L’obiettivo esplicito è duplice: bloccare una legge contro la discriminazione verso le persone LGBTQ+ e impedire qualsiasi formazione scolastica su genere e orientamento sessuale.
2015. Le mobilitazioni si intensificano attorno alle circolari ministeriali sull’educazione alle differenze durante il governo Renzi. L’AIP interviene con il suo comunicato. Si raccolgono decine di migliaia di firme contro la presunta “ideologia gender nelle scuole”.
2016. Dopo l’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili, il Family Day del 30 gennaio 2016 a Roma vede la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, con il tema del “gender nelle scuole” come uno degli argomenti centrali.
2020-2021. Il DDL Zan, proposta di legge contro l’omotransfobia approvata dalla Camera nel novembre 2020, torna a far circolare il tema. Gli oppositori sostengono che l’articolo 7 — che prevede iniziative di sensibilizzazione nelle scuole il 17 maggio, giornata contro l’omofobia — costituisca un’introduzione della “teoria del gender”. Il testo della legge non contiene alcun riferimento all’insegnamento di teorie di genere: la proposta è affossata al Senato nel 2021 [12].
2022-2025. Con il governo Meloni, il tema acquisisce rilevanza istituzionale. Nel marzo 2023, la presidente del Consiglio afferma che “l’ideologia gender” è una minaccia per le donne. Massimo Gandolfini, figura di spicco del Family Day, viene nominato consulente ministeriale. Il ministro dell’Istruzione Valditara promuove un’educazione “alle relazioni” con obbligo di consenso genitoriale, approvata alla Camera nel 2025.
Cosa dice la ricerca scientifica
Al di là delle polemiche politiche, esiste un consenso scientifico solido su alcuni punti fondamentali.
L’identità di genere ha basi biologiche. Ricerche in genetica, neuroscienze ed endocrinologia documentano che l’identità di genere non è semplicemente una scelta culturale o una “moda”. Studi sui gemelli mostrano una concordanza significativamente maggiore per l’identità transgender nei gemelli monozigoti rispetto ai dizigoti, indicando una componente ereditaria. Per approfondire, vedi l’articolo sulle basi biologiche dell’identità di genere.
L’incongruenza di genere non è un disturbo mentale. Nel maggio 2019, la World Health Assembly ha votato l’adozione dell’ICD-11, la nuova Classificazione Internazionale delle Malattie dell’OMS, entrata in vigore il 1° gennaio 2022. In essa, l’incongruenza di genere è stata rimossa dalla categoria dei disturbi mentali e collocata nel capitolo sulla salute sessuale, con una nota esplicita: la condizione non può essere considerata un disturbo mentale [10].
Le terapie di conversione non funzionano e fanno danno. L’APA (American Psychological Association) ha adottato nel febbraio 2021 una risoluzione che si oppone formalmente agli sforzi per cambiare l’identità di genere delle persone, citando le evidenze di danno e l’assenza di benefici dimostrati [11]. La risoluzione è sostenuta da un ampio fronte di organizzazioni scientifiche internazionali — mediche, psicologiche e psichiatriche.
La varianza di genere è documentata in ogni cultura e ogni epoca. L’antropologia e la storia registrano la presenza di ruoli di genere non binari in culture diverse in tutti i continenti: le hijra nel subcontinente indiano, le two-spirit nelle culture native americane, le fa’afafine in Samoa, le muxe nella cultura zapoteca messicana. La varianza di genere non è un fenomeno recente o occidentale.
Il punto di sintesi che emerge dalla letteratura scientifica è preciso: l’identità di genere è un aspetto complesso dell’esperienza umana, influenzato da fattori biologici, psicologici e culturali in interazione. Gli studi di genere come disciplina accademica studiano questa complessità con metodi empirici. Il termine “ideologia gender”, come hanno stabilito le principali organizzazioni scientifiche italiane e internazionali, non descrive nessuna realtà scientifica riconoscibile.
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