Donne trans in Italia

La storia delle donne trans in Italia è una storia di coraggio straordinario in condizioni spesso impossibili. È la storia di chi ha combattuto per esistere prima ancora che esistessero le parole per definirsi, prima che ci fossero leggi a tutelarle, prima che la società riconoscesse la loro identità. Dalle pioniere che hanno sfidato le retate della polizia negli anni Sessanta alle attiviste che oggi siedono nei consigli comunali, dalle attrici che hanno recitato accanto a Fellini alle atlete che hanno gareggiato alle Paralimpiadi — le donne trans italiane hanno scritto pagine di storia che il paese tende a dimenticare.
Prima della Legge 164: esistere nell’illegalità
Gli anni del silenzio
Prima del 1982, anno di approvazione della Legge 164, le donne trans in Italia vivevano in una condizione di totale invisibilità giuridica. Non esisteva alcun meccanismo legale per cambiare nome o genere sui documenti. Una donna trans era, per lo Stato, un uomo — con tutte le conseguenze che questo comportava nella vita quotidiana.
Le donne trans italiane degli anni Sessanta e Settanta vivevano ai margini della società. Molte si concentravano nelle grandi città — Roma, Napoli, Milano, Bologna — dove trovavano comunità informali di supporto reciproco. Il lavoro regolare era praticamente inaccessibile: chi viveva apertamente come donna ma aveva documenti maschili veniva rifiutata ovunque. Il sex work diventava per molte l’unica possibilità di sopravvivenza economica [12].
Le retate e la repressione
La polizia italiana conduceva regolarmente retate contro le donne trans, arrestandole per “atti osceni in luogo pubblico” o “adescamento” anche quando non stavano facendo nulla. Le donne trans venivano schedate, fotografate, spesso maltrattate nelle stazioni di polizia. Il confino — una forma di esilio interno che impediva alla persona di risiedere nella propria città — veniva applicato come strumento di controllo sociale.
Il 4 luglio 1980, un gruppo di donne trans organizzò la prima protesta pubblica in Italia per i diritti delle persone transgender, a Milano [4]. Fu un atto di coraggio straordinario in un’epoca in cui la semplice esistenza pubblica di una donna trans era considerata un reato.
Le pioniere
Marcella Di Folco (1943-2010)
Marcella Di Folco è stata una delle figure più importanti del movimento trans italiano e internazionale [1]. Nata a Roma nel 1943, lavorò come attrice e comparsa nel cinema italiano, apparendo in film di Federico Fellini (tra cui Satyricon e Roma) e di altri registi.
Dopo la transizione, Di Folco si trasferì a Bologna, dove nel 1995 fu eletta consigliera comunale — diventando la prima donna trans al mondo eletta a una carica pubblica [1]. Dal 2001 al 2010, anno della sua morte, fu presidente del MIT (Movimento Identità Trans), trasformandolo in un’organizzazione di riferimento nazionale e internazionale per i diritti trans [5].
Il suo contributo andò ben oltre la politica istituzionale. Di Folco fu una delle principali promotrici della depatologizzazione dell’identità trans in Italia e in Europa, lavorando con le istituzioni europee per il riconoscimento dei diritti delle persone transgender.
Vladimir Luxuria (1965-)
Vladimir Luxuria è una delle personalità trans più note in Italia [2]. Attivista, politica, scrittrice e personaggio televisivo, nel 2006 fu eletta alla Camera dei deputati nella lista di Rifondazione Comunista, diventando la prima persona apertamente transgender eletta in un parlamento europeo.
La sua elezione suscitò un dibattito enorme. I detrattori la accusarono di essere un “fenomeno da baraccone”; i sostenitori la celebrarono come una conquista storica. Luxuria servì come deputata per l’intera legislatura (2006-2008), portando le istanze delle persone trans nel più alto organo legislativo del paese.
Dopo la politica, Luxuria è diventata un volto televisivo noto e una commentatrice pubblica, mantenendo alta la visibilità delle tematiche trans nel dibattito italiano. La sua presenza mediatica ha avuto un effetto ambivalente: da un lato ha reso le persone trans visibili a milioni di italiani; dall’altro, la sua figura è stata talvolta ridotta a macchietta o curiosità, alimentando stereotipi che le donne trans comuni subiscono quotidianamente.
Valentina Petrillo (1973-)
Valentina Petrillo ha scritto una pagina di storia dello sport nel 2024, diventando la prima atleta transgender a partecipare alle Paralimpiadi [3]. Velocista ipovedente, ha gareggiato nei 200 e 400 metri ai Giochi di Parigi 2024 nella categoria T12 (per atleti con disabilità visiva).
La sua partecipazione ha suscitato un dibattito intenso, con critiche da parte di chi riteneva ingiusta la sua presenza nelle gare femminili e sostegno da parte di chi difendeva il suo diritto a competere nella categoria corrispondente alla sua identità di genere. Petrillo ha affrontato la pressione mediatica con determinazione, dichiarandosi orgogliosa di rappresentare l’Italia e la comunità trans sullo stesso palcoscenico.
Le donne trans in Italia oggi
Lavoro e discriminazione economica
I dati ISTAT-UNAR (2023) dipingono un quadro preoccupante della condizione lavorativa delle donne trans in Italia [6]. Le discriminazioni sono diffuse e sistematiche:
- Mancate assunzioni: molte donne trans riferiscono di essere state scartate dopo che il datore di lavoro ha scoperto la loro identità trans, spesso attraverso documenti non ancora rettificati.
- Licenziamenti e mobbing: chi riesce ad accedere al lavoro formale affronta spesso un ambiente ostile, con colleghi e superiori che usano il deadname, rifiutano i pronomi corretti o creano condizioni insostenibili.
- Esclusione dal lavoro formale: la combinazione di discriminazione diretta, mancanza di documenti coerenti e stigma sociale spinge molte donne trans verso il lavoro informale. Il sex work resta, per un numero significativo di donne trans italiane, l’unica fonte di reddito disponibile — non per scelta, ma per mancanza di alternative [12].
La discriminazione economica ha effetti a cascata: senza un lavoro stabile, è più difficile accedere a un alloggio, alla sanità, alle relazioni sociali. La marginalizzazione economica alimenta la marginalizzazione sociale, in un circolo vizioso che la mancanza di tutele legislative contribuisce a perpetuare.
Violenza
Le donne trans sono il gruppo più esposto alla violenza transfobica, in Italia e nel mondo. I dati del Trans Murder Monitoring Project mostrano che il 90% delle vittime di omicidi trans documentati a livello globale sono donne trans o persone transfemminili [8]. La grande maggioranza sono donne di colore.
In Italia, il rapporto Arcigay sui transicidi documenta gli omicidi e le aggressioni gravi ai danni di persone trans nel paese [7]. I numeri italiani sono inferiori a quelli di paesi come Brasile o Stati Uniti, ma la violenza quotidiana — aggressioni verbali, minacce, molestie, violenza fisica non letale — resta una realtà diffusa e sotto-documentata.
L’assenza di una legge specifica contro i crimini d’odio basati sull’identità di genere — il DDL Zan è stato affossato nel 2021 — lascia le donne trans senza una protezione legale adeguata. L’OSCAD raccoglie segnalazioni, ma i dati restano parziali.
Salute
L’accesso alla sanità è un altro terreno critico. Le donne trans in Italia possono accedere ai percorsi di affermazione di genere tramite il SSN, ma le liste d’attesa sono lunghe e la distribuzione dei centri sul territorio è disomogenea [3]. I centri principali si concentrano al centro-nord (Firenze, Bologna, Roma, Torino), lasciando le donne trans del sud con meno opzioni e tempi più lunghi.
Oltre ai percorsi di transizione, le donne trans affrontano barriere specifiche nell’accesso alla sanità generale. Molte evitano di andare dal medico per paura di discriminazione o di essere trattate con i pronomi sbagliati. Lo screening sanitario è spesso inadeguato: le linee guida per la prevenzione oncologica, ad esempio, non sempre vengono applicate correttamente alle donne trans (che possono avere bisogno sia di screening tipicamente maschili, come quello prostatico, sia di screening femminili, come quello mammario post-terapia ormonale).
Rappresentazione e cultura
Nel cinema
Il cinema italiano ha raccontato le donne trans con alterne fortune. Film come Le favolose (2022) di Roberta Torre, che segue un gruppo di donne trans napoletane che si riuniscono per il funerale di un’amica, hanno offerto rappresentazioni autentiche e rispettose [10]. La tradizione cinematografica napoletana, in particolare, ha una relazione lunga e complessa con le donne trans, raccontandole a volte con affetto genuino, a volte con esotismo paternalistico.
A livello internazionale, il documentario Disclosure (2020) ha analizzato sistematicamente come Hollywood ha rappresentato le persone trans, mostrando come decenni di rappresentazioni negative — la donna trans come ingannatrice, come vittima, come fenomeno da baraccone — abbiano plasmato la percezione pubblica. L’Italia non fa eccezione a queste dinamiche.
Nei media
La presenza delle donne trans nei media italiani è cresciuta negli ultimi vent’anni, ma resta problematica. Le donne trans appaiono spesso nei talk show in ruoli predefiniti: la showgirl, la provocatrice, la “diversa” invitata a commentare la propria diversità. Meno spesso le si vede come giornaliste, esperte, professioniste — semplicemente come donne che fanno il proprio lavoro.
Il linguaggio dei media italiani è un altro problema. Nonostante le linee guida di GLAAD e di organizzazioni come l’UNAR, molti giornali e telegiornali continuano a usare il deadname delle donne trans, a virgolettare il pronome femminile (“la cosiddetta donna”), o a descrivere la transizione in termini sensazionalistici.
Nella comunità
Le donne trans italiane hanno costruito reti di supporto che resistono da decenni. Il MIT a Bologna [5], i collettivi transfemministi nelle principali città, i gruppi di auto-mutuo-aiuto, le community online — questi spazi rappresentano spesso l’unico luogo dove una donna trans può essere pienamente se stessa, senza dover spiegare, giustificare o difendere la propria esistenza.
Napoli occupa un posto speciale nella storia delle donne trans italiane. La comunità trans napoletana — raccontata nel film Le favolose e nella memoria collettiva della città — è una delle più antiche e radicate d’Italia, con una tradizione di solidarietà e resistenza che precede qualsiasi legge o riconoscimento istituzionale.
Il futuro
Le donne trans italiane hanno ottenuto molto, partendo da una condizione di totale illegalità. Hanno conquistato il diritto al riconoscimento giuridico, l’accesso alle cure mediche, la rappresentanza politica, la visibilità culturale. Ma il divario tra i diritti formali e la realtà quotidiana resta enorme.
Una donna trans in Italia nel 2026 può cambiare i propri documenti senza intervento chirurgico, ma deve attendere mesi o anni per una sentenza del tribunale. Può accedere alla terapia ormonale tramite il SSN, ma deve aspettare mesi per un primo appuntamento. Può votare e candidarsi, ma rischia di essere aggredita tornando a casa.
Il percorso non è finito. Ma le donne che lo hanno aperto — Da Marcella Di Folco a Luxuria, dalle attiviste di strada alle ragazze che oggi fanno coming out nelle scuole italiane — hanno dimostrato che il cambiamento è possibile. Lento, faticoso, incompleto. Ma possibile.