Marcella Di Folco: da Fellini alla politica

Marcella Di Folco è stata una delle figure più importanti e rivoluzionarie della storia del movimento per i diritti delle persone trans in Italia e nel mondo. Attrice scoperta da Federico Fellini, attivista instancabile, politica visionaria: la sua vita ha attraversato e segnato cinquant’anni di lotte per il riconoscimento della dignità e dei diritti delle persone transgender [1][2]. Nel 1995, quando fu eletta consigliera comunale a Bologna, non solo divenne la prima donna trans a ricoprire un incarico pubblico elettivo in Italia, ma fu la prima al mondo in assoluto [1] — un primato che l’Italia e Bologna possono rivendicare con orgoglio.
I primi anni e la scoperta del cinema
Marcella Di Folco nacque a Roma il 5 novembre 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale [1]. Crebbe in una famiglia della classe media romana e si diplomò al liceo scientifico, dimostrando fin da giovane un’intelligenza vivace e una curiosità intellettuale che l’avrebbero accompagnata per tutta la vita.
Alla fine degli anni Sessanta, la sua vita prese una svolta inaspettata quando attirò l’attenzione del grande regista Federico Fellini [1][2]. All’epoca, prima della transizione, Marcella iniziò a collaborare con il maestro del cinema italiano, partecipando a diversi suoi film. La sua prima apparizione fu in Fellini Satyricon (1969), il film visionario e onirico ispirato all’opera di Petronio. Successivamente recitò in Roma (1972), il film-affresco sulla città eterna, in Amarcord (1973), il capolavoro premio Oscar ambientato nella Rimini degli anni Trenta, e in La città delle donne (1980), una riflessione sul femminile e il femminismo attraverso la lente surreale felliniana [1].
La collaborazione con Fellini non fu l’unica esperienza cinematografica di Marcella. Lavorò anche con Roberto Rossellini, uno dei padri del neorealismo italiano, e con registi come Dino Risi e Bruno Corbucci, partecipando a quella stagione del cinema italiano — tra commedia all’italiana e sperimentazione d’autore — che avrebbe lasciato un segno indelebile nella cultura mondiale [1][2].
Il viaggio a Casablanca: la transizione
Negli anni Settanta, Marcella prese la decisione che avrebbe cambiato radicalmente la sua vita: iniziare il percorso di transizione. Ma in un’Italia in cui le persone trans non esistevano dal punto di vista giuridico e in cui gli interventi di affermazione di genere erano impossibili da ottenere, intraprendere questo cammino significava andare all’estero [3][4].
Come migliaia di altre persone trans europee, Marcella si recò a Casablanca, in Marocco, diventata dagli anni Cinquanta la destinazione più nota per gli interventi di riassegnazione chirurgica [6]. Qui operava il ginecologo francese Georges Burou, pioniere delle tecniche di vaginoplastica che aveva accolto nella sua Clinique du Parc centinaia di persone trans da tutta Europa [6].
Marcella completò il suo percorso chirurgico a Casablanca nel 1980, due anni prima che la legge italiana riconoscesse finalmente il diritto alla rettificazione anagrafica del sesso [1]. Il viaggio a Casablanca non era solo costoso — molte persone trans dovevano vendere tutto ciò che possedevano per permetterselo — ma anche rischioso dal punto di vista medico [6]. Negli anni Sessanta e Settanta, le tecniche chirurgiche erano ancora in fase di perfezionamento e le complicazioni post-operatorie erano frequenti. Tuttavia, per chi sentiva che la propria identità non corrispondeva al corpo assegnato alla nascita, quel viaggio rappresentava l’unica possibilità di vivere autenticamente.
Al ritorno in Italia, Marcella si trovò ad affrontare tutte le contraddizioni di un Paese che ancora non riconosceva legalmente le persone trans [3]. I suoi documenti continuavano a indicare un genere maschile, mentre lei viveva come donna. Ogni interazione con la burocrazia — dall’affitto di una casa all’apertura di un conto in banca, dalla ricerca di lavoro ai controlli di polizia — diventava un potenziale momento di esposizione, discriminazione e umiliazione.
Il MIT e la battaglia per la legge 164
L’incontro con il movimento
L’esperienza personale della transizione e la consapevolezza delle difficoltà che le persone trans affrontavano quotidianamente spinsero Marcella verso l’attivismo. Alla fine degli anni Settanta entrò in contatto con il nascente MIT (Movimento Italiano Transessuali, successivamente Movimento Identità Trans), fondato tra il 1979 e il 1980 da attiviste come Pina Bonanno in collaborazione con il Partito Radicale e figure come Marco Pannella [4][8].
Il MIT si formò in un momento cruciale: il dibattito sulla necessità di una legge che riconoscesse i diritti delle persone trans stava finalmente emergendo nel panorama politico italiano, ma le resistenze erano enormi. Le persone trans vivevano in una condizione di totale marginalità sociale, molte costrette al lavoro sessuale perché escluse da qualsiasi altra forma di occupazione [4]. La polizia utilizzava leggi fasciste sul “mascheramento” — l’articolo 85 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza — per arrestare e multare sistematicamente le donne trans che indossavano abiti femminili [3][4].
La protesta del Lido di Milano
Il 4 luglio 1980, il MIT organizzò quella che viene considerata la prima protesta pubblica per i diritti delle persone trans in Italia [4]. Un gruppo di donne trans, tra cui alcune delle fondatrici del movimento, entrarono nella piscina comunale di piazzale Lotto a Milano (il Lido di Milano) indossando bikini. Poi si sfilarono il reggiseno, rimanendo a seno nudo.
Quando le autorità cercarono di farle rivestire, la loro risposta fu tanto semplice quanto devastante: “Possiamo indossare solo il pezzo sotto del costume perché in base ai nostri documenti siamo considerate uomini” [4]. La provocazione mise in luce l’assurdità giuridica in cui le persone trans erano costrette a vivere: riconosciute come uomini dallo Stato, ma vissute e percepite come donne nella realtà quotidiana.
La protesta finì con tutte le partecipanti in commissariato, denunciate per oltraggio alla pubblica decenza. Ma ottenne una vasta copertura mediatica — il Corriere della Sera riportò la notizia il giorno successivo — e contribuì a portare la questione dell’identità di genere all’attenzione dell’opinione pubblica.
La vittoria: la legge 164/1982
L’attivismo del MIT, le testimonianze al Parlamento europeo di Strasburgo e il lavoro di sensibilizzazione politica portarono infine a un risultato storico. Il 14 aprile 1982 fu promulgata la legge 164, firmata dal presidente della Repubblica Sandro Pertini e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 19 aprile [3].
La legge, recante “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”, riconobbe per la prima volta in Italia il diritto delle persone trans a modificare i propri documenti anagrafici per riflettere la propria identità di genere [3]. L’Italia divenne così il terzo Paese europeo a dotarsi di una legislazione specifica, dopo la Svezia (1972) e la Germania Ovest (1980) [3].
La legge 164 rappresentò una svolta epocale per le persone trans italiane. Dopo decenni di inesistenza giuridica, criminalizzazione e marginalizzazione, finalmente lo Stato riconosceva la loro dignità e il loro diritto a esistere. Per chi come Marcella aveva vissuto gli anni bui precedenti, quella legge significava la possibilità concreta di una vita normale: documenti coerenti con la propria identità, accesso al lavoro regolare, fine delle umiliazioni quotidiane.
La presidenza del MIT: 1988-2010
Nel 1988, Marcella Di Folco assunse la presidenza del MIT, carica che avrebbe mantenuto fino alla sua morte nel 2010 — ventidue anni durante i quali divenne il volto pubblico e la voce più autorevole del movimento trans italiano [1][5][8].
Sotto la sua guida, il MIT si trasformò da movimento di protesta in organizzazione strutturata, capace di interagire con le istituzioni, il sistema sanitario e il mondo politico [5]. Marcella portò al movimento non solo la passione dell’attivista, ma anche la competenza, l’intelligenza strategica e la capacità di dialogare con interlocutori diversi — dai medici ai giudici, dai politici ai giornalisti.
Il consultorio di Bologna: una rivoluzione
Uno dei contributi più significativi di Marcella fu la fondazione, nel 1994, del primo consultorio per l’identità di genere al mondo gestito da persone trans [2][5]. Situato a Bologna, presso la Casa della Salute del Quartiere San Vitale, il consultorio operava in collaborazione con le istituzioni locali e con professionisti sanitari.
L’idea era rivoluzionaria: fino ad allora, le persone trans erano sempre state oggetto di studio medico, osservate e valutate da professionisti cisgender che spesso non comprendevano pienamente le loro esperienze. Il consultorio di Marcella rovesciò questa dinamica: le persone trans non erano più solo pazienti, ma protagoniste attive del proprio percorso di cura e di vita.
Il consultorio forniva supporto psicologico, orientamento sanitario, accompagnamento nei percorsi di transizione medica e assistenza legale. Ma soprattutto offriva uno spazio sicuro dove le persone trans potevano essere comprese, accolte e supportate da chi aveva vissuto esperienze simili. L’approccio di Marcella era basato sul principio dell’autodeterminazione: le persone trans dovevano essere al centro delle decisioni che riguardavano la propria vita e il proprio corpo.
Il modello del consultorio bolognese influenzò successivamente la nascita di strutture simili in altre città italiane e contribuì a cambiare l’approccio del sistema sanitario verso le persone trans, spostandolo gradualmente da un paradigma puramente psichiatrico a uno più olistico e rispettoso dell’autodeterminazione della persona.
Vice Presidente dell’ONIG
Dal 1997, Marcella assunse anche la carica di Vice Presidente dell’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere), organismo che si occupava di monitorare e promuovere i diritti delle persone trans in Italia, collaborando con istituzioni, mondo accademico e sistema sanitario [1].
In questo ruolo, Marcella contribuì a sviluppare linee guida per il trattamento medico delle persone trans, a formare professionisti sanitari e a sensibilizzare le istituzioni sulle necessità specifiche della comunità transgender. Il suo lavoro fu fondamentale per la progressiva umanizzazione del percorso di transizione in Italia, che negli anni Ottanta e Novanta era ancora caratterizzato da lunghe valutazioni psichiatriche, stigmatizzazione e ostacoli burocratici di ogni tipo.
1995: la prima al mondo
Il 27 novembre 1995, Marcella Di Folco venne eletta consigliera comunale di Bologna nelle liste del Partito dei Verdi [1][2]. Non fu solo un evento storico per l’Italia: fu un primato mondiale.
Marcella divenne la prima donna trans apertamente tale a essere eletta a una carica pubblica nel mondo [1]. Non esistono precedenti documentati di persone trans che abbiano ricoperto incarichi elettivi prima di lei. Altri casi celebri — come quello di Georgina Beyer in Nuova Zelanda — sono successivi: Beyer fu eletta sindaca di Carterton nel 1995, ma alcuni mesi dopo Marcella, e divenne membro del Parlamento neozelandese solo nel 1999 [1].
Il significato politico dell’elezione
L’elezione di Marcella rappresentò una rottura simbolica e politica di enorme portata. In un’epoca in cui le persone trans erano ancora ampiamente stigmatizzate, escluse dalla vita pubblica e associate quasi esclusivamente alla marginalità sociale e alla prostituzione, una donna trans veniva scelta dai cittadini di una grande città italiana per rappresentarli nelle istituzioni.
Bologna, città con una lunga tradizione di governo progressista e amministrazioni di sinistra, dimostrò una capacità di innovazione sociale che anticipò di decenni molti altri contesti. I Verdi, all’epoca una forza politica in crescita e attenta ai temi dei diritti civili e delle minoranze, ebbero il merito di candidare Marcella, riconoscendone le competenze, l’esperienza e la credibilità.
L’attività consiliare
Come consigliera comunale, Marcella si occupò di politiche sociali, diritti civili, sanità e, naturalmente, dei diritti delle persone LGBTQ+. Portò nelle istituzioni locali le istanze del movimento trans e contribuì a rendere Bologna una città all’avanguardia nelle politiche di inclusione.
Il suo operato fu caratterizzato da concretezza e pragmatismo. Marcella non era interessata ai proclami ideologici fini a se stessi: voleva risultati tangibili che migliorassero la vita delle persone. Si battè per l’accesso ai servizi sanitari, per politiche abitative inclusive, per la lotta alla discriminazione sul lavoro, per il supporto alle persone trans più vulnerabili.
La sua presenza in consiglio comunale normalizzò la figura della persona trans nell’immaginario pubblico. Non era più solo la “trans” — era la consigliera Di Folco, una rappresentante eletta dai cittadini, con competenze specifiche e un mandato democratico. Questa trasformazione simbolica ebbe un impatto che andò ben oltre Bologna.
Una vita di impegno politico e sociale
Oltre al ruolo di consigliera comunale e di presidente del MIT, Marcella fu protagonista di numerose altre iniziative nel corso degli anni.
Collaborazioni e network internazionali
Marcella costruì nel corso degli anni una fitta rete di collaborazioni con organizzazioni trans internazionali, partecipando a conferenze, scambi di esperienze e campagne transnazionali per i diritti delle persone transgender. Il suo lavoro contribuì a posizionare l’Italia, e in particolare Bologna, come punto di riferimento per il movimento trans europeo.
Formazione e sensibilizzazione
Una parte significativa del suo impegno fu dedicata alla formazione: incontrò studenti, operatori sanitari, forze dell’ordine, giornalisti, politici. Portava la sua testimonianza nelle scuole, nelle università, nei convegni scientifici. Il suo approccio era sempre lo stesso: raccontare la realtà delle persone trans senza retorica, con onestà e chiarezza, abbattendo pregiudizi e disinformazione.
Molti medici, psicologi e assistenti sociali che oggi lavorano con le persone trans in Italia hanno avuto la loro prima formazione seria sul tema grazie a Marcella e al MIT. La sua capacità di comunicare, unita alla credibilità derivante dall’esperienza personale e dall’impegno politico, rese il suo contributo educativo insostituibile.
La morte e l’eredità
Marcella Di Folco morì il 29 maggio 2010 a Bologna, dopo una lunga malattia. Aveva 66 anni e aveva dedicato oltre trent’anni della sua vita all’attivismo per i diritti delle persone trans [1][2].
La sua morte fu un lutto per l’intera comunità LGBTQ+ italiana e per la città di Bologna, che perse una figura di riferimento e una cittadina impegnata. I funerali videro la partecipazione di centinaia di persone: attivisti, politici, cittadini comuni che l’avevano conosciuta e stimata.
Piazzale Marcella Di Folco: il primo riconoscimento pubblico
Undici anni dopo la sua morte, il 23 settembre 2021, il Comune di Bologna le rese un tributo straordinario. Un’area verde nel quartiere Navile, in zona Corticella, fu intitolata a suo nome, diventando Piazzale Marcella Di Folco [7].
Non si trattò solo di un atto di riconoscimento locale: fu la prima intitolazione di uno spazio pubblico a una persona trans in Italia [7]. In un Paese in cui le piazze, le vie e i giardini portano i nomi di santi, condottieri, politici e letterati — tutti rigorosamente cisgender — l’intitolazione di uno spazio pubblico a una donna trans rappresentò un gesto politico di enorme portata simbolica.
Il piazzale si trova nella zona in cui sorgeva il consultorio che Marcella aveva fondato, creando così un legame fisico tra il luogo e la memoria del suo lavoro [7]. L’intitolazione fu accompagnata da una targa che ricorda il suo ruolo di “attivista per i diritti delle persone transgender, prima donna trans eletta in un’assemblea elettiva, consigliera comunale di Bologna dal 1995 al 1999”.
L’eredità nel MIT
Dopo la morte di Marcella, il MIT ha continuato la sua attività, rinominandosi nel 2017 Movimento Identità Trans per riflettere una concezione più ampia e inclusiva dell’identità di genere, che va oltre la categoria del “transessualismo” medico e accoglie la pluralità delle esperienze transgender [5][8].
L’organizzazione continua a operare in tutta Italia, fornendo supporto legale, assistenza sanitaria, formazione e advocacy politica. Il modello organizzativo, l’approccio basato sull’autodeterminazione e la visione politica del MIT portano ancora oggi il segno del lungo lavoro di Marcella.
Il significato storico di Marcella Di Folco
Una pioniera su più fronti
Marcella Di Folco è stata una pioniera in almeno tre ambiti:
Cinema e cultura: come attrice nei film di Fellini, contribuì a rappresentare la complessità dell’identità di genere nel cinema italiano, in un’epoca in cui la visibilità delle persone trans era praticamente inesistente [1].
Attivismo politico: come presidente del MIT, fu protagonista della battaglia per la legge 164 e dell’evoluzione del movimento trans italiano da gruppo marginale a soggetto politico riconosciuto [5][8].
Politica istituzionale: come consigliera comunale di Bologna, aprì la strada alla partecipazione delle persone trans alla vita pubblica e democratica, dimostrando che l’identità di genere non è un ostacolo alla rappresentanza politica [1][2].
Il coraggio dell’autenticità
In un’Italia in cui essere trans significava rischiare l’arresto, la violenza, l’emarginazione totale, Marcella scelse di vivere autenticamente e, ancora più coraggiosamente, di rendere pubblica la propria identità [4]. Non cercò il passing silenzioso — la possibilità di vivere come donna senza rivelare la propria storia — ma fece della propria esperienza uno strumento politico e pedagogico.
Questo coraggio ha avuto un costo personale enorme. Marcella affrontò discriminazioni, violenze verbali, ostracismo. Ma ha anche reso possibile che altre persone potessero vivere più liberamente. Ogni diritto di cui le persone trans godono oggi in Italia — dalla rettificazione anagrafica all’accesso alle cure, dalla tutela sul lavoro alla visibilità pubblica — è stato costruito anche grazie al suo impegno.
Un modello di attivismo pragmatico
L’approccio di Marcella all’attivismo era caratterizzato da pragmatismo e concretezza. Non si limitava alla denuncia e alla protesta — pur necessarie — ma costruiva alternative, istituzioni, reti di supporto. Il consultorio di Bologna, l’attività consiliare, la formazione dei professionisti: erano tutti esempi di un attivismo che non si accontentava di criticare l’esistente, ma costruiva il nuovo.
Questo modello di attivismo — basato sulla collaborazione con le istituzioni, sull’expertise tecnica, sulla costruzione di servizi concreti — è stato fondamentale per l’evoluzione del movimento trans in Italia e resta un punto di riferimento ancora oggi.
Conclusione
Marcella Di Folco ha vissuto attraverso alcune delle trasformazioni più significative della storia contemporanea italiana. Nata durante la Seconda Guerra Mondiale, ha attraversato gli anni del boom economico, la contestazione giovanile, il femminismo, la stagione dei diritti civili. Ha visto l’Italia passare da un Paese in cui le persone trans erano criminalizzate e invisibili a un Paese in cui — pur tra contraddizioni e resistenze — esiste un riconoscimento legale e una crescente consapevolezza pubblica.
La sua vita dimostra che i diritti non vengono concessi, ma conquistati. Che la visibilità non è un dato naturale, ma il risultato di scelte coraggiose. Che le istituzioni possono cambiare quando le persone direttamente interessate si organizzano, lottano e propongono alternative concrete.
Il piazzale che porta il suo nome a Bologna non è solo un tributo a una persona meritevole. È un riconoscimento del fatto che le persone trans hanno sempre fatto parte della storia italiana — anche quando lo Stato fingeva che non esistessero. È un promemoria che i diritti sono fragili e devono essere difesi. È un invito a continuare la lotta che Marcella ha condotto con intelligenza, coraggio e generosità per tutta la vita.
In un’epoca in cui i diritti delle persone trans sono nuovamente sotto attacco in molti Paesi del mondo, ricordare Marcella Di Folco significa ricordare che il progresso non è irreversibile, ma che ogni conquista può essere difesa e ampliata se esiste una comunità organizzata, determinata e consapevole della propria storia.
Approfondimenti
- Film Il Casanova di Federico Fellini (1976)