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Donne trans e identità femminile

Pubblicato una settimana fa · 13 fonti citate Generato con AI
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Donne trans e identità femminile

“Le donne trans sono donne?” è una domanda che ricorre nei dibattiti pubblici, nei commenti online, nelle aule parlamentari. Spesso viene posta come se la risposta fosse una questione di opinione. Non lo è. Le evidenze scientifiche accumulate in oltre trent’anni di ricerca in neuroscienze, genetica, endocrinologia e psicologia convergono su un punto: l’identità di genere ha solide basi biologiche e non è determinata esclusivamente dai cromosomi o dall’anatomia genitale.

Questo articolo esamina cosa dice effettivamente la scienza, quali sono le posizioni delle principali organizzazioni mediche internazionali e perché la domanda stessa, così come viene formulata, tradisce una comprensione incompleta della biologia umana.

Cosa determina il genere: molto più dei cromosomi

Quando si parla di “sesso biologico”, il senso comune tende a ridurre tutto a una coppia di cromosomi: XX o XY. Questa semplificazione, pur utile nella didattica di base, non riflette la complessità della biologia reale.

Il sesso biologico è un insieme di caratteristiche che include cromosomi, gonadi, ormoni, anatomia interna, genitali esterni e — aspetto spesso trascurato — la struttura e il funzionamento del cervello. Come documentato in un articolo pubblicato su Nature nel 2015, queste componenti nella maggior parte delle persone sono allineate, ma possono variare indipendentemente l’una dall’altra [8]. Il sesso biologico non è un interruttore binario, ma un sistema complesso con molti livelli.

L’identità di genere — il senso interiore e profondo di essere donna, uomo o di un genere non binario — è una di queste componenti biologiche. Non è una scelta, non è un capriccio e non è il risultato di influenze sociali. La ricerca scientifica ha identificato molteplici fattori biologici che contribuiscono alla sua formazione, tutti radicati nello sviluppo prenatale del cervello [3][7].

Le evidenze neuroscientifiche

Lo studio pionieristico di Zhou (1995)

Il primo studio a identificare una correlazione neuroanatomica con l’identità di genere fu condotto da Zhou e colleghi nel 1995, pubblicato su Nature. I ricercatori esaminarono il nucleo del letto della stria terminale (BSTc), un’area cerebrale sessualmente dimorfica — cioè con dimensioni diverse tra maschi e femmine. Lo studio trovò che nelle donne trans il volume del BSTc era coerente con quello delle donne cisgender, non con quello degli uomini cisgender. Questo risultato era indipendente dall’orientamento sessuale e dal trattamento ormonale [1].

La conferma di Kruijver (2000)

Cinque anni dopo, Kruijver e colleghi confermarono e ampliarono questi risultati con uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism. Analizzando il numero di neuroni somatostatinergici nel BSTc di 42 soggetti, trovarono che gli uomini avevano quasi il doppio dei neuroni rispetto alle donne. Le donne trans presentavano un numero di neuroni coerente con quello delle donne cisgender (p = 0,83), mentre un uomo trans presentava un numero di neuroni nel range maschile [2]. Il trattamento ormonale in età adulta non influenzava questi risultati, suggerendo che la differenziazione avviene durante lo sviluppo prenatale.

La differenziazione sessuale del cervello: Swaab (2004)

Dick Swaab, uno dei pionieri della ricerca sulla differenziazione sessuale del cervello, ha sintetizzato il modello biologico in un lavoro del 2004 [3]. Secondo questo modello, durante lo sviluppo fetale il cervello si differenzia in direzione maschile per azione diretta del testosterone, e in direzione femminile in assenza di questo ormone. Poiché la differenziazione dei genitali avviene nei primi due mesi di gravidanza, mentre quella del cervello inizia nella seconda metà, i due processi possono essere influenzati indipendentemente l’uno dall’altro. Questo spiega come una persona possa sviluppare genitali tipici di un sesso e un’identità di genere coerente con l’altro.

Luders e la materia grigia (2009)

Luders e colleghi alla UCLA hanno analizzato con risonanza magnetica il cervello di 24 donne trans non ancora in terapia ormonale, confrontandole con 30 uomini e 30 donne cisgender. Lo studio, pubblicato su NeuroImage, ha trovato che le donne trans presentavano un volume significativamente maggiore di materia grigia nel putamen destro rispetto agli uomini cisgender, una caratteristica più tipica del cervello femminile [5]. I risultati hanno fornito nuove evidenze che l’identità transgender è associata a pattern cerebrali distinti.

Rametti e la materia bianca (2011)

Uno studio di Rametti e colleghi pubblicato sul Journal of Psychiatric Research ha utilizzato l’imaging con tensore di diffusione (DTI) per esaminare la microstruttura della materia bianca in 18 donne trans prima di qualsiasi trattamento ormonale. I risultati hanno mostrato che il pattern della materia bianca delle donne trans si collocava a metà strada tra quello dei controlli maschili e femminili, differendo significativamente da entrambi in diverse aree cerebrali, tra cui il fascicolo longitudinale superiore e il cingolo anteriore destro [6]. Secondo i ricercatori, questi dati suggeriscono che alcuni fasci di fibre nervose non completano il processo di mascolinizzazione nelle donne trans durante lo sviluppo cerebrale.

La revisione sistematica di Guillamon (2016)

Una revisione completa della letteratura condotta da Guillamon, Junque e Gomez-Gil nel 2016, pubblicata su Archives of Sexual Behavior, ha analizzato tutti gli studi di neuroimaging disponibili sulle persone transgender. La conclusione è che il cervello delle donne trans presenta “miscele complesse di regioni mascoline, femminili e demascolinizzate”, con un fenotipo cerebrale specifico che differisce sia da quello maschile che da quello femminile cisgender [9]. Questi risultati confermano l’esistenza di una base neurobiologica dell’identità di genere e indicano che il cervello delle persone trans ha caratteristiche proprie, non riducibili a una semplice “anomalia”.

Le basi genetiche e ormonali

Le evidenze non si limitano alla neuroanatomia. Studi genetici hanno identificato correlazioni significative tra l’identità transgender e specifiche varianti genetiche.

Hare e colleghi, in uno studio del 2009 pubblicato su Biological Psychiatry, hanno esaminato 112 donne trans e 258 uomini cisgender, trovando un’associazione significativa tra l’identità transgender e una variante del gene del recettore degli androgeni (AR). Le donne trans presentavano ripetizioni CAG più lunghe nel gene AR rispetto ai controlli maschili [4]. Poiché ripetizioni più lunghe sono associate a una minore sensibilità al testosterone, questo risultato suggerisce che una ridotta mascolinizzazione del cervello durante lo sviluppo prenatale potrebbe contribuire allo sviluppo di un’identità di genere femminile.

Una revisione della letteratura condotta da Saraswat, Weinand e Safer nel 2015 su Endocrine Practice ha concluso che, sebbene i meccanismi precisi restino da chiarire, esiste un forte supporto nella letteratura per una base biologica dell’identità di genere [7]. Gli studi su pazienti con disturbi della differenziazione sessuale (DSD) e gli studi neuroanatomici forniscono le evidenze più solide.

Le linee guida della Endocrine Society del 2017 hanno ufficialmente riconosciuto che “risultati di studi provenienti da una varietà di discipline biomediche — genetica, endocrina e neuroanatomica — supportano il concetto che l’identità di genere riflette probabilmente una complessa interazione di fattori biologici, ambientali e culturali”, e che “considerevoli evidenze scientifiche hanno dimostrato un elemento biologico durevole alla base dell’identità di genere” [10].

Il parallelo con le condizioni intersex

Un argomento che aiuta a comprendere perché il sesso non sia riducibile a una dicotomia rigida è il parallelo con le condizioni intersex. Esistono persone con cariotipo 46,XY che sono fenotipicamente femmine a causa della sindrome da insensibilità completa agli androgeni (CAIS). Esistono persone con cariotipo 46,XX che sviluppano caratteristiche maschili per via dell’iperplasia surrenalica congenita. Esistono variazioni cromosomiche come la sindrome di Klinefelter (XXY) e la sindrome di Turner (X0).

Come documentato nell’articolo di Nature del 2015, le condizioni intersex riguardano una percentuale significativa della popolazione, variabile a seconda della definizione adottata [8]. Queste condizioni dimostrano che la biologia non opera secondo categorie rigidamente binarie: cromosomi, ormoni, gonadi e anatomia possono variare indipendentemente.

Se il sesso biologico stesso ammette questa variabilità, non c’è ragione di sorprendersi che anche l’identità di genere — un’altra componente biologica — possa non allinearsi con il sesso assegnato alla nascita. Le persone transgender e le persone intersex rappresentano espressioni diverse della stessa variabilità biologica fondamentale.

Cosa dicono le organizzazioni mediche internazionali

Le principali organizzazioni mediche e scientifiche del mondo hanno preso posizione in modo chiaro e convergente.

Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)

Nel 2019, l’Assemblea Mondiale della Sanità ha approvato l’ICD-11, la nuova classificazione internazionale delle malattie. La condizione precedentemente nota come “disturbo dell’identità di genere” è stata riclassificata come “incongruenza di genere” e spostata dal capitolo sui disturbi mentali e comportamentali a un nuovo capitolo sulle condizioni relative alla salute sessuale [11]. La decisione riconosce esplicitamente che l’identità transgender non è un disturbo mentale.

American Psychological Association (APA)

Nel febbraio 2024, l’APA ha adottato una dichiarazione di policy che afferma: “Esiste un crescente corpo di ricerca che mostra che le identità di genere transgender o non binarie sono variazioni normali nell’espressione umana del genere” [13]. La dichiarazione si oppone alla diffusione di informazioni inesatte sull’identità di genere e alla caratterizzazione dell’identità transgender come disturbo mentale.

World Professional Association for Transgender Health (WPATH)

La versione 8 degli Standard di Cura del WPATH, pubblicata nel 2022, rappresenta il documento di riferimento internazionale per la cura delle persone transgender e di genere diverso [12]. Le linee guida, sviluppate da un comitato multidisciplinare di esperti, si basano sulle evidenze scientifiche più aggiornate e riconoscono pienamente l’identità di genere delle persone transgender.

Endocrine Society

La Endocrine Society, la principale organizzazione mondiale di endocrinologia, ha pubblicato nel 2017 le sue linee guida cliniche riconoscendo che l’identità di genere ha basi biologiche documentate e che le persone transgender necessitano di cure appropriate e basate sulle evidenze [10].

Queste non sono opinioni isolate. La stessa posizione è condivisa dall’American Medical Association, dalla British Medical Association, dal Royal College of Psychiatrists, dall’American Academy of Pediatrics e da decine di altre organizzazioni mediche e scientifiche in tutto il mondo.

Il riconoscimento giuridico

Il principio che le donne trans sono donne non è solo una conclusione scientifica: è anche un principio giuridico riconosciuto in molti ordinamenti.

In Italia, la legge 164 del 1982 consente la rettificazione dell’attribuzione di sesso, rendendo l’Italia il sesto Paese al mondo a riconoscere legalmente il diritto delle persone di cambiare genere. Dal 2015, in seguito alle indicazioni della Corte Costituzionale, non è più necessario sottoporsi a interventi chirurgici per ottenere il cambio dei documenti.

Il Parlamento Europeo ha adottato risoluzioni che chiedono il pieno riconoscimento delle persone transgender e l’eliminazione delle barriere all’accesso al riconoscimento giuridico del genere. In numerosi Paesi europei e nel mondo, le donne trans possono ottenere documenti coerenti con la propria identità di genere attraverso procedure che rispettano l’autodeterminazione.

Perché la domanda è riduttiva

Porre la domanda “le donne trans sono donne?” come se la risposta dipendesse da un’opinione personale significa ignorare le evidenze scientifiche accumulate in decenni di ricerca. Ma significa anche porre una domanda che non viene mai rivolta alle donne cisgender.

A nessuna donna cisgender viene chiesto di dimostrare la propria femminilità attraverso i cromosomi, la capacità riproduttiva o la conformazione anatomica. Le donne che hanno subito una isterectomia, le donne in menopausa, le donne con la sindrome di Turner (che hanno un solo cromosoma X) e le donne con CAIS (che hanno cromosomi XY) non vengono messe in discussione nella loro identità femminile. La femminilità non è mai stata definita da un singolo marcatore biologico.

L’identità di genere è una caratteristica biologica complessa, influenzata dalla differenziazione cerebrale prenatale, da fattori genetici e ormonali, e integrata nel senso più profondo di sé di ogni persona [7][10]. Le donne trans, come le donne cisgender, hanno un’identità di genere femminile. Questa identità è reale, è coerente con la struttura del loro cervello [1][2][5][9], è riconosciuta dalla comunità scientifica e medica internazionale [11][12][13].

Oltre il dibattito: le conseguenze reali

La domanda sull’identità delle donne trans non è un esercizio intellettuale. Ha conseguenze concrete sulla vita delle persone.

Quando si nega l’identità di genere delle donne trans, si legittima la discriminazione nell’accesso alla sanità, al lavoro, all’alloggio e all’istruzione. Si alimenta lo stigma sociale che contribuisce ai tassi elevati di depressione, ansia e ideazione suicidaria documentati nella popolazione transgender. Si crea un ambiente in cui la violenza contro le donne trans viene normalizzata o minimizzata.

Al contrario, il riconoscimento dell’identità di genere è associato a migliori esiti di salute mentale e fisica [12]. Gli studi mostrano che le persone transgender che vivono in ambienti accettanti e che hanno accesso a cure appropriate presentano livelli di benessere comparabili a quelli della popolazione generale.

La scienza è chiara. Le organizzazioni mediche sono unanimi. Il diritto internazionale si muove nella stessa direzione. Le donne trans sono donne. Non perché lo dice un’ideologia, ma perché lo indicano le evidenze biologiche, neurologiche e mediche che abbiamo a disposizione.

Approfondimenti

  • Libro Whipping Girl (2007)
  • Documentario Disclosure: Trans Lives on Screen (2020)

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