Bloccanti della pubertà: cosa sono, come funzionano e cosa dice la scienza

I bloccanti della pubertà sono tra i temi più discussi — e più fraintesi — nel dibattito sulla salute delle persone transgender. Se ne parla in Parlamento, nei talk show e sui social media, spesso con toni polarizzati: da un lato chi li descrive come un intervento salvavita, dall’altro chi li considera una sperimentazione pericolosa sui minori. La realtà scientifica è più articolata di entrambe queste narrazioni. In questo articolo esaminiamo cosa sono questi farmaci, come funzionano, cosa dice la ricerca sui benefici e sui rischi, e qual è la situazione normativa in Italia, con riferimenti puntuali alla letteratura medica.
Cosa sono e come funzionano
I bloccanti della pubertà sono farmaci della classe degli agonisti del GnRH (ormone di rilascio delle gonadotropine). Il principio attivo più utilizzato in Italia è la triptorelina, commercializzata con nomi come Decapeptyl e Gonapeptyl. Questi farmaci agiscono sull’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi: somministrati in modo continuo, saturano i recettori del GnRH nell’ipofisi, provocando inizialmente una breve stimolazione e poi una desensibilizzazione che blocca il rilascio di LH e FSH. Il risultato è la sospensione della produzione di estrogeni o testosterone da parte delle gonadi e, di conseguenza, l’arresto dello sviluppo puberale [1][14].
In termini pratici, lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari — crescita del seno, cambiamento della voce, distribuzione del grasso corporeo, crescita di peli — si ferma. Lo sviluppo non viene invertito: i cambiamenti già avvenuti restano, ma non progrediscono ulteriormente.
Il trattamento viene somministrato tramite iniezione intramuscolare o sottocutanea, con formulazioni a rilascio prolungato (mensile o trimestrale). La somministrazione avviene sotto controllo medico specialistico.
Storia dell’uso clinico
Gli agonisti del GnRH non sono farmaci nuovi. Sono utilizzati in pediatria dal 1981 per il trattamento della pubertà precoce centrale — una condizione in cui lo sviluppo puberale inizia prima dei 7-8 anni nelle femmine o dei 9 anni nei maschi. In questo contesto, la triptorelina e molecole simili sono prescritte da oltre quarant’anni e considerate sicure ed efficaci, senza effetti avversi gravi a lungo termine documentati in modo consistente [14].
L’applicazione alla disforia di genere nei minori è più recente. Il primo protocollo strutturato fu sviluppato nei Paesi Bassi negli anni Novanta, presso la VU University Medical Center di Amsterdam. Noto come “protocollo olandese”, prevedeva la soppressione puberale a partire dallo stadio Tanner 2 (i primi segni fisici della pubertà), seguita dalla terapia ormonale cross-sex intorno ai 16 anni e, in età adulta, da eventuali interventi chirurgici. Questo modello a tre fasi è stato il punto di partenza delle principali linee guida internazionali [4][13].
Il primo studio prospettico sui risultati del protocollo olandese fu pubblicato nel 2011 da de Vries e colleghi, documentando miglioramenti nel funzionamento psicologico degli adolescenti dopo la soppressione puberale [13]. Lo studio più citato dello stesso gruppo, pubblicato nel 2014 su Pediatrics, seguì 55 giovani adulti transgender dall’inizio della soppressione puberale fino a dopo l’intervento chirurgico, evidenziando un miglioramento progressivo del benessere psicologico [4].
Per chi sono indicati
I bloccanti della pubertà per la disforia di genere non vengono prescritti a bambini prepuberali. Le principali linee guida concordano su questo punto: il trattamento è indicato solo dopo l’inizio della pubertà, tipicamente a partire dallo stadio Tanner 2 (il primo stadio di sviluppo puberale visibile) [1][2].
Le linee guida dell’Endocrine Society (2017) raccomandano la soppressione puberale con agonisti del GnRH per gli adolescenti che abbiano raggiunto lo stadio Tanner G2/B2, con una diagnosi di disforia di genere confermata e persistente [1]. Le stesse linee guida raccomandano espressamente contro il trattamento ormonale dei bambini prepuberali.
Il WPATH SOC-8 (2022) conferma l’indicazione alla soppressione puberale quando appropriata, enfatizzando un approccio individualizzato piuttosto che rigide soglie di età [2]. Richiede una valutazione biopsicosociale completa da parte di professionisti della salute mentale per comprendere le caratteristiche individuali, le vulnerabilità e il profilo diagnostico dell’adolescente.
In Italia, la determina AIFA n. 21756/2019 subordina la prescrizione a condizioni specifiche: la diagnosi deve essere confermata da un’equipe multidisciplinare specialistica e il percorso psicologico, psicoterapeutico e psichiatrico deve essere stato avviato senza risultare risolutivo [10]. In altre parole, i bloccanti non sono la prima linea di intervento, ma vengono considerati quando il supporto psicologico da solo non è sufficiente ad alleviare il disagio.
Reversibilità
Uno degli aspetti centrali del dibattito è la reversibilità del trattamento. Le principali linee guida internazionali classificano la soppressione puberale come un intervento reversibile: alla sospensione del farmaco, la pubertà endogena riprende il suo corso [1][2][14].
Questo è un punto cruciale che distingue i bloccanti dalla terapia ormonale con estrogeni o testosterone, che produce cambiamenti in parte permanenti (come la modifica della voce nel caso del testosterone, o lo sviluppo mammario nel caso degli estrogeni). La soppressione puberale, in questo senso, è stata concepita come una “pausa” per dare tempo all’adolescente — e all’equipe clinica — di valutare con calma il percorso più appropriato, senza la pressione di cambiamenti fisici irreversibili in corso.
Nella pratica clinica, una quota significativa di adolescenti che iniziano la soppressione puberale procede poi alla terapia ormonale cross-sex. Questo dato è stato interpretato in modi opposti: da alcuni come prova che il trattamento funziona come filtro appropriato, da altri come indicazione che la soppressione puberale possa consolidare un’identità che altrimenti avrebbe potuto evolversi. La Cass Review del 2024 ha sottolineato che i dati disponibili non consentono di distinguere tra queste due interpretazioni [9].
Va inoltre precisato che, sebbene la pubertà riprenda alla sospensione, gli effetti a lungo termine di una soppressione prolungata su alcuni parametri — come la densità ossea e la fertilità futura nel caso di passaggio diretto ai cross-sex hormones senza maturazione gametica — rimangono oggetto di studio.
Benefici documentati
La ricerca sugli esiti psicologici della soppressione puberale mostra risultati generalmente positivi, anche se con limiti metodologici che è importante riconoscere.
Lo studio de Vries et al. (2014), condotto su 55 giovani adulti transgender (22 donne trans e 33 uomini trans), ha seguito i partecipanti dalla prima soppressione puberale (età media 13,6 anni) attraverso la terapia ormonale (età media 16,7 anni) fino al post-intervento chirurgico (età media 20,7 anni). I risultati mostrarono che la disforia di genere era stata alleviata e il funzionamento psicologico era migliorato progressivamente, raggiungendo livelli comparabili a quelli della popolazione generale olandese [4]. Si tratta di uno studio fondamentale ma con un campione ridotto e senza gruppo di controllo.
Lo studio Turban et al. (2020), pubblicato su Pediatrics, ha analizzato i dati del 2015 U.S. Transgender Survey. Su 20.619 adulti transgender tra i 18 e i 36 anni, 3.494 (16,9%) avevano desiderato la soppressione puberale durante l’adolescenza, ma solo 89 (2,5%) l’avevano effettivamente ricevuta. Chi aveva ricevuto il trattamento mostrava una riduzione del 70% delle probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita (OR 0,3; IC 95% 0,2-0,6) [5]. Lo studio presenta limiti significativi: il campione di chi aveva ricevuto i bloccanti era molto piccolo (89 persone), il disegno è retrospettivo e trasversale, e non è possibile escludere che gli adolescenti con problemi psicologici più gravi fossero stati meno elegibili per il trattamento in partenza.
Lo studio Tordoff et al. (2022), pubblicato su JAMA Network Open, ha seguito 104 giovani transgender e non-binari (13-20 anni) per 12 mesi. Chi aveva ricevuto bloccanti della pubertà o ormoni gender-affirming mostrava una riduzione del 60% delle probabilità di depressione moderata o grave e del 73% delle probabilità di ideazione suicidaria [6]. Anche in questo caso, si tratta di uno studio osservazionale prospettico senza randomizzazione.
Nel complesso, la letteratura disponibile suggerisce un’associazione tra soppressione puberale e miglioramento degli esiti di salute mentale, ma la qualità dell’evidenza — come riconosciuto dalla stessa comunità scientifica — rimane moderata, con studi prevalentemente osservazionali, campioni ridotti e assenza di trial randomizzati controllati.
Effetti collaterali e aree di ricerca
Un approccio onesto al tema dei bloccanti richiede di esaminare con attenzione sia i benefici sia i rischi e le aree dove la conoscenza è ancora incompleta.
Densità minerale ossea
L’effetto sulla densità ossea è il rischio più documentato. La pubertà è un periodo critico per l’accumulo di massa ossea, e la soppressione degli ormoni sessuali interferisce con questo processo. Diversi studi mostrano una riduzione degli z-score di densità minerale ossea durante il trattamento con GnRH agonisti [7][8].
Lo studio Joseph et al. (2019), condotto su 70 adolescenti (12-14 anni), ha riscontrato una riduzione significativa degli z-score BMD a livello dell’anca e della colonna lombare dopo un anno di trattamento [8].
Lo studio van der Loos et al. (2023), pubblicato su JAMA Pediatrics, ha esaminato 75 partecipanti transgender con un follow-up mediano di oltre 11 anni. I risultati mostrano un quadro differenziato per sesso assegnato alla nascita: negli uomini trans (sesso assegnato femminile) trattati con testosterone, la densità ossea tendeva a recuperare raggiungendo livelli vicini al basale. Nelle donne trans (sesso assegnato maschile) trattate con estrogeni, gli z-score della colonna lombare rimanevano significativamente ridotti (-1,34), suggerendo un recupero incompleto [7].
Le linee guida raccomandano il monitoraggio periodico della densità ossea, l’integrazione di calcio e vitamina D, e l’esercizio fisico durante tutto il periodo di soppressione [1].
Fertilità
Un’area di incertezza riguarda la fertilità. Se la soppressione puberale viene seguita direttamente dalla terapia ormonale cross-sex, senza che la pubertà endogena abbia raggiunto una maturazione gametica sufficiente, la capacità riproduttiva futura potrebbe essere compromessa. Le linee guida dell’Endocrine Society raccomandano che tutti gli adolescenti e le loro famiglie ricevano informazioni sulla preservazione della fertilità prima di iniziare il trattamento [1]. Tuttavia, le opzioni concrete di preservazione (crioconservazione di ovociti o spermatozoi) possono essere limitate in adolescenti ai primi stadi puberali.
Sviluppo cerebrale
I potenziali effetti sullo sviluppo cognitivo e cerebrale rappresentano un’area dove i dati sono particolarmente scarsi. La pubertà è associata a importanti processi di maturazione cerebrale, e la Cass Review del 2024 ha evidenziato la mancanza di dati sufficienti per valutare l’impatto della soppressione puberale su questi processi [9]. Non è un’affermazione di danno, ma un’ammissione di incertezza che richiede ulteriore ricerca.
Effetti psicologici
Alcuni studi riportano possibili effetti sull’umore durante il trattamento, ma i dati non sono coerenti. È difficile separare gli effetti del farmaco dall’impatto psicologico della condizione stessa e del contesto sociale in cui l’adolescente vive.
Il dibattito internazionale
Il panorama internazionale sulla soppressione puberale per la disforia di genere ha conosciuto cambiamenti significativi negli ultimi anni, con posizioni che non sono uniformi.
La Cass Review (Regno Unito, 2024)
Il Cass Review, commissionato dal NHS England e condotto dalla pediatra Hilary Cass, è stato pubblicato il 10 aprile 2024 dopo quattro anni di lavoro. Il rapporto finale ha concluso che l’evidenza a supporto degli interventi medici (sia bloccanti sia ormoni) nei minori con disforia di genere è “deludentemente scarsa” [9].
In particolare, la revisione sistematica condotta dall’Università di York ha trovato che i risultati dello studio olandese originale — che mostrava miglioramenti psicologici con i bloccanti — non erano stati replicati nello studio condotto nel Regno Unito (GIDS). Il rapporto ha raccomandato che i bloccanti della pubertà siano disponibili per gli adolescenti transgender solo nel contesto di trial clinici formali con standard rigorosi [9]. Il NHS England ha implementato questa raccomandazione.
La Cass Review ha ricevuto sia ampi consensi sia critiche. Diverse società mediche l’hanno accolta come un passo verso una medicina più basata sull’evidenza. Altri ricercatori hanno contestato la metodologia, in particolare i criteri utilizzati per valutare la qualità degli studi, sostenendo che standard simili escluderebbero gran parte della ricerca pediatrica in molti altri campi.
Svezia e Finlandia
La Finlandia è stata tra i primi Paesi a rivedere le proprie linee guida. Nel giugno 2020, il consiglio nazionale per la salute e il benessere ha pubblicato nuove raccomandazioni che privilegiano gli interventi psicosociali rispetto a quelli medici per i giovani con disforia di genere, soprattutto in caso di insorgenza post-puberale.
La Svezia ha seguito un percorso simile. Nel maggio 2021, il Karolinska Hospital di Stoccolma ha stabilito che i trattamenti ormonali per i minori con disforia di genere potessero essere forniti solo in contesti di ricerca approvati. Nel febbraio 2022, il Socialstyrelsen (l’autorità sanitaria nazionale) ha emesso linee guida nazionali che rispecchiano questo approccio restrittivo, concludendo che i rischi dei bloccanti e del trattamento ormonale cross-sex nei minori probabilmente superano i benefici attesi.
Le posizioni di WPATH, Endocrine Society e AAP
In contrasto con le restrizioni europee, le principali organizzazioni mediche internazionali continuano a sostenere la soppressione puberale come opzione terapeutica appropriata.
Il WPATH SOC-8 (2022) mantiene la raccomandazione per l’uso dei bloccanti quando indicato, con valutazione individualizzata [2]. L’Endocrine Society (2017) raccomanda la soppressione puberale a partire dallo stadio Tanner 2, confermando questa posizione anche dopo la pubblicazione della Cass Review [1]. L’American Academy of Pediatrics (2018) ha ribadito il sostegno alle cure gender-affirming per i minori, inclusa la soppressione puberale, riaffermando la propria policy nel 2023 [3].
Questa divergenza tra approcci europei più restrittivi e posizioni delle società mediche internazionali riflette un dibattito scientifico in corso, non una questione risolta.
La situazione in Italia
L’autorizzazione AIFA
In Italia, l’uso della triptorelina per la disforia di genere è stato autorizzato con la determina AIFA n. 21756 del 25 febbraio 2019, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 marzo 2019 [10]. La determina ha inserito la triptorelina nell’elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale per l’uso nei casi selezionati di disforia di genere in cui la pubertà è incongruente con l’identità di genere.
Le condizioni previste dalla determina includono: diagnosi confermata da un’equipe multidisciplinare e specialistica, e percorso di supporto psicologico, psicoterapeutico e psichiatrico già avviato e non risolutivo. L’autorizzazione era stata preceduta da un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) del 2018.
Il DDL 2575
Il 4 agosto 2025, il Consiglio dei Ministri ha approvato il DDL 2575, su proposta del Ministro della Salute Orazio Schillaci e della Ministra per la Famiglia Eugenia Roccella [11][12]. Il disegno di legge introduce tre articoli principali che modificano il quadro normativo per la prescrizione di bloccanti della pubertà e ormoni ai minori con disforia di genere:
- Istituzione di un registro nazionale gestito dall’AIFA, con trasmissione periodica dei dati al Ministero della Salute
- Obbligo di parere preventivo del Comitato etico pediatrico per l’avvio del trattamento
- Dispensazione esclusiva tramite farmacia ospedaliera
Il DDL è stato depositato alla Camera l’11 agosto 2025 e assegnato alla XII Commissione Affari Sociali. Tra novembre e dicembre 2025 si sono svolte le audizioni. A marzo 2026, il testo è ancora in fase di esame in commissione [11].
Otto società scientifiche italiane — tra cui ONIG, SIGIS, SIE, SIEDP, ACP e FISS — hanno espresso preoccupazione per il DDL, sostenendo che le nuove procedure rischiano di rallentare significativamente l’accesso alle cure e di non essere coerenti con le linee guida internazionali.
Cosa dicono le linee guida
Un riepilogo delle posizioni delle principali autorità mediche:
Endocrine Society (2017) — Raccomanda la soppressione puberale con agonisti del GnRH a partire dallo stadio Tanner G2/B2. Raccomanda espressamente contro il trattamento ormonale dei bambini prepuberali. Richiede equipe multidisciplinare e counseling sulla fertilità [1].
WPATH SOC-8 (2022) — Supporta la soppressione puberale e la terapia ormonale quando indicate, con approccio individualizzato e valutazione biopsicosociale completa. Non fissa soglie rigide di età ma richiede standard elevati di valutazione [2].
AAP (2018, riaffermata 2023) — Supporta l’approccio gender-affirming, inclusa la soppressione puberale a partire dallo stadio Tanner 2 e la successiva terapia ormonale cross-sex. Riconosce l’incertezza sugli effetti a lungo termine della soppressione prolungata sulla fertilità [3].
Cass Review (2024) — Conclude che l’evidenza a supporto dei bloccanti è debole e raccomanda che siano disponibili solo nel contesto di trial clinici formali con standard rigorosi [9].
AIFA (2019) — Autorizza la triptorelina a carico del SSN per la disforia di genere in casi selezionati, con diagnosi multidisciplinare e percorso psicologico precedente [10].
Un tema che richiede onestà intellettuale
Il dibattito sui bloccanti della pubertà tocca questioni profonde: la tutela dei minori, il diritto alla salute, l’autonomia della scienza medica, il principio di precauzione. Ridurlo a slogan — “sono sicuri” o “sono pericolosi” — non rende giustizia alla complessità delle evidenze.
Quello che la ricerca dice con ragionevole certezza è che la soppressione puberale è un intervento farmacologico con una lunga storia d’uso in pediatria, che le linee guida internazionali più autorevoli continuano a raccomandarla come opzione appropriata per adolescenti selezionati con disforia di genere persistente, e che gli studi disponibili mostrano un’associazione con esiti psicologici positivi.
Quello che la ricerca non ha ancora chiarito in modo definitivo riguarda gli effetti a lungo termine sulla densità ossea (soprattutto nelle donne trans), sulla fertilità in caso di passaggio diretto alla terapia cross-sex, e sullo sviluppo cerebrale. La qualità complessiva dell’evidenza è riconosciuta come moderata, e la necessità di studi più robusti è condivisa trasversalmente da tutte le posizioni del dibattito.
In un contesto in cui le decisioni riguardano la vita di adolescenti reali — con le loro famiglie, le loro sofferenze e le loro speranze — la risposta più responsabile non è né l’entusiasmo acritico né il rifiuto ideologico, ma la ricerca rigorosa, la trasparenza sui limiti di ciò che sappiamo, e il rispetto per le competenze cliniche di chi lavora quotidianamente con questi giovani pazienti.
Approfondimenti
- Libro The Transgender Child (2008)