Sterilizzazione forzata e diritti riproduttivi delle persone trans

Per decenni, in Europa, lo Stato ha posto alle persone transgender una condizione: per vedere riconosciuta la propria identità, dovevano rinunciare alla possibilità di avere figli. Un’indagine di Investigate Europe ha documentato almeno 11.000 persone sottoposte a sterilizzazione obbligatoria in sei paesi dell’Unione Europea tra il 1972 e il 2025 [1]. È una cifra che gli stessi ricercatori definiscono sottostimata, perché molti stati — inclusa l’Italia — non hanno mai tenuto un registro nazionale di queste procedure.
Questa è la storia di come il principio di autonomia corporea sia stato negato alle persone trans, di chi ha chiesto scusa e di chi non lo ha fatto. E di come la stessa logica stia tornando, con forme diverse, dall’altra parte dell’Atlantico.
La sterilizzazione forzata in Europa: una storia rimossa
La Svezia è stata il primo paese al mondo a consentire il cambio legale di sesso, nel 1972. La stessa legge imponeva la sterilizzazione come requisito obbligatorio [1][5]. La persona che chiedeva il riconoscimento della propria identità doveva sottoporsi alla rimozione di utero e ovaie, oppure dei testicoli, prima di poter ottenere documenti coerenti con il proprio genere.
Il modello svedese si è diffuso rapidamente. Nel 2013, ventiquattro paesi europei richiedevano la sterilizzazione — o procedure che la comportavano — come condizione per il riconoscimento giuridico dell’identità di genere [7]. I metodi variavano. In Belgio, Repubblica Ceca, Germania, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia la legge poneva un requisito esplicito di infertilità [1]. In Slovacchia, Norvegia e Danimarca l’obbligo era imposto attraverso linee guida o prassi consolidate, senza una norma scritta [1]. In Cipro, Francia, Grecia, Italia e Romania erano i giudici a verificare che la persona avesse completato un intervento chirurgico di riassegnazione, che nella pratica comportava la sterilizzazione [7][11].
Le testimonianze raccolte da Investigate Europe restituiscono la portata individuale di ciò che i numeri aggregati non catturano. In Finlandia, la legge sull’identità di genere richiedeva che la persona fosse “incapace di riprodursi” fino al 2023. In Repubblica Ceca, il requisito era la gonadectomia — la rimozione chirurgica delle gonadi — mantenuto fino al giugno 2025 [1].
Il Consiglio d’Europa, il Commissario per i diritti umani e il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura hanno qualificato queste pratiche come violazioni del diritto all’integrità fisica e alla salute riproduttiva [7].
Il caso italiano: Legge 164 e trentatré anni di ambiguità
L’Italia ha approvato la Legge 164 il 14 aprile 1982, diventando uno dei primi paesi europei a regolamentare il percorso di rettificazione del sesso anagrafico. Il testo della legge non menzionava esplicitamente la sterilizzazione. Ma per trentatré anni, i tribunali italiani hanno interpretato la norma come un obbligo implicito di sottoposi alla rimozione degli organi riproduttivi prima di ottenere il cambio dei documenti [4][10].
Christian Cristalli ha subito un’isterectomia nel 2013, non per scelta ma per requisito giudiziario. Le sue parole, raccolte da Investigate Europe: “Sono stato costretto a sottopormi all’intervento” per ottenere documenti con il suo nome [1].
La svolta è arrivata nel 2015 con due pronunce convergenti. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15138, ha stabilito che l’intervento chirurgico di adeguamento dei genitali non è un presupposto indispensabile per la rettificazione anagrafica [2][10]. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 221, ha riconosciuto “il diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale”, tutelato dall’articolo 2 della Costituzione e dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo [2]. La Corte ha precisato che il trattamento chirurgico non deve essere un prerequisito, ma una possibilità lasciata alla libera determinazione dell’individuo [2][10].
Nel 2018, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della CEDU, in un caso in cui una donna trans si era vista negare la rettificazione anagrafica per non aver completato l’intervento chirurgico — nonostante le pronunce domestiche del 2015 [4].
Il problema che resta aperto è quantitativo. L’Italia non dispone di un registro nazionale delle procedure di sterilizzazione eseguite su persone trans come requisito per il riconoscimento giuridico. I soli dati parziali disponibili documentano 232 interventi presso la Clinica Urologica di Trieste tra il 1994 e il 2013 [1]. Il numero reale, su scala nazionale e su un arco temporale di trentatré anni, è ignoto. L’ISTAT non ha mai pubblicato statistiche in merito.
Chi ha chiesto scusa, chi no
La Svezia è stata il primo paese a riconoscere il danno causato. Nel marzo 2018, il parlamento svedese ha approvato un risarcimento per le persone sottoposte a sterilizzazione forzata in applicazione della legge sull’identità di genere: circa 530 persone hanno ricevuto 225.000 corone svedesi ciascuna, equivalenti a circa 20.000 euro [5]. L’RFSL, la principale organizzazione LGBTQ+ svedese, ha chiesto anche scuse formali da parte dello Stato, oltre al risarcimento economico [5]. Alcune persone coinvolte hanno dichiarato di preferire le scuse al denaro. Come ha detto una di loro: “Le scuse sono ciò che mi restituisce in qualche modo la mia dignità umana” [5].
I Paesi Bassi hanno seguito nel 2020. Il governo ha riconosciuto che il requisito di sterilizzazione costituiva “una violazione dell’autonomia corporea” e ha stanziato un risarcimento di 5.000 euro per ciascuna delle 1.259 persone che ne hanno fatto richiesta [1].
L’Italia non ha mai offerto scuse ufficiali né risarcimenti. Il governo non ha istituito commissioni di indagine. Le persone italiane che sono state sterilizzate come condizione per ottenere i propri documenti non hanno ricevuto alcun riconoscimento formale del torto subito.
Nel 2025, dodici paesi europei richiedono ancora la sterilizzazione o impongono requisiti medici che il Consiglio d’Europa qualifica come abusivi: Bosnia ed Erzegovina, Cipro, Kosovo, Lettonia, Liechtenstein, Montenegro, Romania, San Marino, Serbia, Slovacchia e Turchia [6]. All’estremo opposto, dieci paesi europei hanno adottato modelli di autodeterminazione che non richiedono alcun requisito medico: tra questi Argentina (pioniera mondiale dal 2012), Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Portogallo e Spagna [6].
La sentenza della CEDU: il dilemma insolubile
Il 6 aprile 2017, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso la sentenza che ha ridefinito il quadro giuridico europeo sulla sterilizzazione trans. Nel caso A.P., Garçon e Nicot contro Francia, la Corte ha stabilito all’unanimità che il requisito francese di sottoporsi a un’operazione sterilizzante per ottenere la rettificazione del sesso all’anagrafe violava l’articolo 8 della Convenzione — il diritto al rispetto della vita privata [3].
Il ragionamento della Corte si è concentrato su quello che ha definito un “dilemma insolubile”: la legislazione francese costringeva le persone transgender a scegliere tra rinunciare al pieno esercizio del diritto all’integrità fisica, sottoponendosi a un’operazione chirurgica non desiderata e con conseguenze irreversibili sulla capacità riproduttiva, oppure rinunciare al riconoscimento della propria identità di genere [3].
La Corte ha ritenuto che subordinare il riconoscimento dell’identità di genere alla rinuncia permanente alla capacità riproduttiva equivale a condizionare il godimento di un diritto fondamentale alla rinuncia a un altro diritto fondamentale [3]. Il principio stabilito è chiaro: nessuno Stato può imporre la sterilizzazione come prezzo per il riconoscimento giuridico dell’identità.
Un aspetto della sentenza è stato oggetto di critica da parte delle organizzazioni per i diritti trans: la Corte ha confermato la legittimità del requisito di una diagnosi di “sindrome transessuale” e della possibilità per gli Stati di disporre perizie mediche [3]. Il riconoscimento giuridico resta così ancorato a un modello medico, anche se liberato dall’obbligo chirurgico.
Dagli USA all’Europa: la stessa logica, nuove forme
La connessione tra le restrizioni all’aborto e quelle ai diritti delle persone trans negli Stati Uniti non è una coincidenza: è una strategia. Come ha documentato il Ms. Magazine, “entrambi i casi riguardano il divieto di un trattamento medico vitale per l’autodeterminazione di una parte della popolazione. In entrambi i casi, gli avvocati conservatori sostengono che le protezioni della Costituzione non si applicano” [8].
Le stesse organizzazioni guidano entrambe le battaglie. L’Alliance Defending Freedom (ADF), qualificata come gruppo d’odio anti-LGBTQ+ dal Southern Poverty Law Center, ha contribuito a redigere sia la legge del Mississippi sull’aborto al centro del caso Dobbs, sia le leggi anti-trans sullo sport adottate in oltre 22 stati [8]. La Heritage Foundation, attraverso il Project 2025, ha delineato un programma che include sia la restrizione dell’accesso all’aborto sia lo smantellamento delle protezioni per le persone LGBTQ+ [8].
Il filo giuridico è diretto. Nel 2022, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, eliminando il diritto federale all’aborto e restituendo la materia alla discrezionalità dei singoli stati. Nel 2025, nel caso United States v. Skrmetti, la stessa Corte ha applicato un ragionamento analogo alle cure di affermazione di genere per i minori: il Tennessee ha difeso il proprio divieto (Senate Bill 1) citando esplicitamente Dobbs, sostenendo che limitare l’accesso a una procedura medica rientra nella legittima discrezionalità statale [8][9].
Il Center for American Progress ha osservato che Skrmetti “riguarda l’autonomia corporea di tutti”, non solo delle persone trans [9]. L’organizzazione Reproductive Freedom for All ha definito la sentenza una decisione che “mina i diritti e l’autonomia corporea della comunità LGBTQIA+” [13]. L’analisi dello State Court Report ha evidenziato che, dopo Dobbs e Skrmetti, i tribunali statali sono diventati il campo di battaglia principale sia per i diritti riproduttivi sia per quelli delle persone transgender [14].
Il Tennessee è l’epicentro di entrambe le ondate. È lo stato la cui legge sul divieto di cure trans per i minori è stata confermata dalla Corte Suprema con Skrmetti. È lo stesso stato dove, nel febbraio 2026, un disegno di legge (HB 570) ha proposto di classificare l’aborto come omicidio, con un emendamento che avrebbe introdotto la pena di morte. La coincidenza geografica non è casuale: riflette un ecosistema legislativo dove le restrizioni all’autonomia corporea si rafforzano reciprocamente.
L’Italia oggi: cosa manca
In Italia, il quadro dei diritti riproduttivi delle persone trans presenta lacune specifiche che nessuna riforma ha ancora colmato.
La procreazione medicalmente assistita (PMA) è regolata dalla Legge 40 del 2004, che ne consente l’accesso esclusivamente alle coppie eterosessuali sposate o conviventi. Una coppia composta da un uomo trans e una donna cisgender potrebbe teoricamente accedervi, ma nella pratica le barriere burocratiche e culturali restano significative [12].
La crioconservazione dei gameti — ovociti o spermatozoi — prima dell’inizio della terapia ormonale è raccomandata da tutte le principali linee guida internazionali, inclusi gli Standards of Care (versione 8) della WPATH [12]. Ma in Italia il costo della crioconservazione non è coperto dal Servizio Sanitario Nazionale per le persone trans, a differenza di quanto avviene per i pazienti oncologici o con endometriosi [12]. Una revisione sistematica del 2023, che ha analizzato 76 studi, ha rilevato che circa il 50% delle persone trans esprime il desiderio di avere figli biologici, ma solo il 9,6% delle donne trans e il 3,1% degli uomini trans procede effettivamente alla preservazione dei gameti [15]. Il costo è la barriera principale.
La gestazione per altri (GPA) è stata resa reato universale dalla Legge 169 del 2024: è ora perseguibile penalmente anche se effettuata all’estero. La norma colpisce in modo sproporzionato le coppie omogenitoriali e le persone trans.
Il DDL sulla disforia di genere, approvato dal governo Meloni, aggiunge un ulteriore livello di complessità. Introducendo un registro nazionale dei minori trans e subordinando l’accesso alle cure all’approvazione di un comitato etico, il disegno di legge rischia di ritardare l’accesso alle cure e, di conseguenza, alla consulenza sulla preservazione della fertilità che dovrebbe accompagnarle.
Il filo che collega tutto
La sterilizzazione forzata in Europa e le nuove restrizioni legislative negli Stati Uniti sono espressioni diverse di uno stesso principio: lo Stato che decide cosa una persona può fare con il proprio corpo. Per decenni, il prezzo del riconoscimento giuridico è stata la rinuncia alla capacità riproduttiva. Oggi, il divieto delle cure mediche per i minori trans e le restrizioni all’aborto condividono la stessa architettura giuridica e le stesse reti organizzative.
I numeri sono questi: 11.000 persone sterilizzate in sei paesi europei [1]. Trentatré anni di obbligo implicito in Italia, rimosso nel 2015 ma mai risarcito [2][4]. Dodici paesi europei che nel 2025 mantengono requisiti abusivi [6]. Negli Stati Uniti, 27 stati con divieti sulle cure per i minori trans dopo Skrmetti [9], e un intreccio documentato tra le organizzazioni che promuovono sia le restrizioni all’aborto sia quelle ai diritti trans [8].
La sentenza della CEDU del 2017 ha stabilito che nessuno può essere costretto a scegliere tra il diritto all’identità e il diritto all’integrità fisica [3]. Ma tra il principio giuridico e la sua piena applicazione resta uno spazio in cui le persone trans continuano a navigare un sistema che, in forme diverse, pone condizioni al riconoscimento della loro esistenza.