Gender Trouble di Judith Butler: il libro che ha cambiato la teoria di genere

Nel 1990, una giovane filosofa americana di nome Judith Butler pubblicò un libro che avrebbe cambiato per sempre il modo in cui il mondo accademico — e non solo — pensa al genere. Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (in italiano Scambi di genere [8], poi ripubblicato come Questione di genere) è un testo denso, complesso, a tratti ostico, ma la sua tesi centrale è di una potenza disarmante: il genere non è qualcosa che si è, ma qualcosa che si fa [1]. Non è un’essenza biologica innata, ma una performance ripetuta, un insieme di atti che ripetiamo ogni giorno seguendo norme sociali che abbiamo interiorizzato al punto da scambiarle per natura.
A oltre trent’anni dalla sua pubblicazione, Gender Trouble resta il testo più citato negli studi di genere, un punto di riferimento imprescindibile per il femminismo, la teoria queer e il movimento per i diritti delle persone transgender e non binarie [6].
Chi è Judith Butler
Judith Butler è una filosofa americana, nata nel 1956 a Cleveland, Ohio [3]. Di origini ebraiche, ha studiato filosofia alla Yale University e ha insegnato per decenni alla University of California, Berkeley, nel Dipartimento di Retorica e nel Dipartimento di Letterature Comparate [4]. Dal 2022 è anche affiliata alla European Graduate School in Svizzera.
Butler è considerata una delle pensatrici più influenti del XX e XXI secolo [3]. Il suo lavoro spazia dalla filosofia del linguaggio alla teoria politica, dall’etica alla critica culturale. Ma è nel campo della teoria di genere che il suo impatto è stato più profondo e duraturo. Oltre a Gender Trouble, ha pubblicato opere fondamentali come Bodies That Matter (1993) [7], Excitable Speech (1997), Undoing Gender (2004) e The Force of Nonviolence (2020).
Butler si identifica come persona non binaria e utilizza i pronomi they/them in inglese [3]. Questa identità personale non è un dettaglio biografico secondario: informa e arricchisce la sua riflessione teorica, che da sempre mette in discussione le categorie rigide di genere.
La tesi centrale: la performatività di genere
Il cuore di Gender Trouble è il concetto di performatività di genere [1][5]. Butler non dice semplicemente che il genere è un “ruolo sociale” che ci viene imposto — un’idea già presente nel femminismo precedente. Dice qualcosa di più radicale: il genere è prodotto dalla sua stessa ripetizione. Non esiste un soggetto “dietro” la performance di genere; è la performance stessa a creare l’illusione di un soggetto con un genere stabile e naturale.
Per capire cosa intende Butler, è utile distinguere tra performance e performatività [5]. Una performance presuppone un attore che recita consapevolmente un ruolo: io so di essere X, ma mi comporto come Y. La performatività, invece, è il processo attraverso cui la ripetizione costante di atti, gesti, parole e comportamenti produce l’effetto di un’identità apparentemente naturale. Non c’è un “vero me” dietro la maschera di genere: la maschera, ripetuta abbastanza a lungo, diventa il volto.
Butler prende in prestito il concetto di “atti performativi” dal filosofo del linguaggio J.L. Austin, che aveva mostrato come certe parole non descrivano la realtà ma la creino (come quando un giudice dice “vi dichiaro marito e moglie” e, nel dirlo, produce un nuovo stato di cose) [5]. Allo stesso modo, il genere non descrive una realtà biologica preesistente: la produce attraverso la ripetizione continua di norme e aspettative.
Questo non significa che il genere sia “finto” o che possiamo liberarcene a piacimento. Butler è esplicita su questo punto: la performatività di genere non è volontarismo [1]. Le norme di genere sono coercitive, puniscono chi non le rispetta, e sono talmente radicate da sembrare naturali. Ma il fatto che siano prodotte dalla ripetizione — e non da una biologia immutabile — apre la possibilità che possano essere ripetute diversamente.
La decostruzione del binario sesso/genere
Un altro contributo fondamentale di Gender Trouble è la decostruzione della distinzione tra sesso e genere [1][2]. Il femminismo della seconda ondata aveva stabilito una separazione chiara: il sesso è biologico (maschio/femmina), il genere è culturale (uomo/donna). Questa distinzione serviva a dimostrare che i ruoli femminili non erano “naturali” ma imposti dalla società.
Butler porta questa critica un passo avanti. Se il genere è una costruzione sociale, argomenta, allora anche il modo in cui pensiamo al sesso biologico è influenzato dalle categorie di genere [1]. Non è che il sesso non esista come realtà materiale dei corpi: è che il modo in cui lo classifichiamo in due categorie nette — maschio e femmina — è già un’operazione culturale, non un dato puramente scientifico.
In altre parole, non è il sesso a determinare il genere; è il genere, come sistema culturale, a determinare come interpretiamo e classifichiamo il sesso. Butler definisce questa operazione una forma di “naturalizzazione”: il sistema di genere binario si presenta come riflesso della biologia, ma in realtà è il sistema di genere stesso a imporre alla biologia una lettura binaria.
Questa analisi si è rivelata straordinariamente profetica. Negli anni successivi alla pubblicazione di Gender Trouble, la biologia e la medicina hanno ampiamente confermato che il sesso biologico è molto più complesso di una semplice dicotomia maschio/femmina: le variazioni cromosomiche, ormonali, anatomiche e genetiche rendono lo spettro del sesso biologico molto più vario di quanto il modello binario suggerisca.
La matrice eterosessuale
Un terzo concetto chiave di Gender Trouble è la matrice eterosessuale (o “griglia di intelligibilità eterosessuale”): il sistema culturale che lega in un rapporto apparentemente necessario sesso biologico, identità di genere, espressione di genere e desiderio sessuale [1][2].
Secondo questa matrice, una persona nata con un corpo “femminile” deve identificarsi come donna, comportarsi in modo “femminile” e desiderare uomini. Una persona nata con un corpo “maschile” deve identificarsi come uomo, comportarsi in modo “maschile” e desiderare donne. Qualsiasi deviazione da questo schema — una donna mascolina, un uomo effeminato, una persona bisessuale, una persona trans, una persona non binaria — viene considerata anomala, patologica, sovversiva.
Butler mostra che questa matrice non è una descrizione neutra della realtà ma un sistema normativo che produce esclusione e violenza [1]. Le persone che non si conformano alla matrice eterosessuale non sono “sbagliate”: è la matrice stessa a essere inadeguata, incapace di contenere la varietà dell’esperienza umana.
Questo concetto è stato fondamentale per il nascente movimento queer, che proprio a partire da Gender Trouble ha trovato una base teorica per contestare non solo l’omofobia e la transfobia, ma l’intero sistema binario di genere che le produce [2].
L’impatto accademico e culturale
L’influenza di Gender Trouble sulla cultura accademica e sul dibattito pubblico è stata immensa [6]. Il libro è considerato uno dei testi fondatori della teoria queer, insieme ai lavori di Eve Kosofsky Sedgwick e Teresa de Lauretis [2]. Ha influenzato discipline che vanno dalla filosofia alla sociologia, dalla letteratura comparata agli studi giuridici, dalla psicologia all’antropologia.
Nei Gender Studies, il libro ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma. Prima di Butler, la maggior parte degli studi di genere si basava sull’assunto che esistessero due sessi biologici distinti e che il genere fosse la costruzione culturale sovrapposta a questa base biologica. Dopo Butler, il campo ha dovuto confrontarsi con la possibilità che anche il sesso fosse, almeno in parte, una categoria culturalmente mediata.
Gender Trouble è uno dei testi accademici più venduti nella storia delle scienze umane. Ha venduto oltre 100.000 copie — un risultato straordinario per un libro di filosofia — ed è stato tradotto in oltre 25 lingue [2][6]. È un testo obbligatorio in centinaia di corsi universitari in tutto il mondo, dalla filosofia alla sociologia, dagli studi culturali alla giurisprudenza.
Perché è importante per le persone trans e non binarie
Sebbene Gender Trouble non sia stato scritto specificamente sulle persone transgender — Butler stessa ha chiarito in più occasioni che il suo obiettivo iniziale era una critica interna al femminismo [6] — il libro ha avuto un impatto profondo sulla comprensione e sul riconoscimento delle identità trans e non binarie.
Se il genere non è un dato biologico ma una costruzione sociale performativa, allora non c’è ragione per cui l’identità di genere debba corrispondere al sesso assegnato alla nascita [1]. La teoria di Butler fornisce una base concettuale per affermare che una donna trans è una donna e un uomo trans è un uomo, non perché il genere non conti, ma perché il genere è qualcosa che si vive e si agisce, non qualcosa che è determinato una volta per tutte dalla biologia.
Butler ha anche contribuito in modo decisivo alla legittimazione delle identità non binarie. Se il genere è performativo e la matrice binaria è una costruzione culturale, allora le persone che non si riconoscono né nel maschile né nel femminile non sono anomale: stanno semplicemente mostrando i limiti del sistema binario [1][2].
Negli anni successivi, Butler ha approfondito questi temi in Undoing Gender (2004), dove ha affrontato esplicitamente le questioni legate alle persone transgender e intersex, e in numerosi interventi pubblici in cui ha preso posizione a favore dei diritti delle persone trans, criticando le correnti femministe trans-escludenti.
Le critiche
Gender Trouble non è un libro esente da critiche, e alcune di queste sono state formulate da voci autorevoli.
La critica più diffusa riguarda la difficoltà del testo. Butler scrive in uno stile accademico denso, spesso oscuro, che rende il libro inaccessibile a chi non ha una formazione filosofica avanzata [6]. Nel 1998, la filosofa Martha Nussbaum scrisse un articolo duramente critico su The New Republic, accusando Butler di praticare un “quietismo politico” mascherato da radicalismo teorico: secondo Nussbaum, la prosa impenetrabile di Butler impediva al suo pensiero di avere un reale impatto politico. Butler ha vinto più volte il premio ironico “Bad Writing Contest” della rivista Philosophy and Literature per la complessità della sua scrittura [2].
Alcune femministe materialiste hanno contestato la presunta riduzione del corpo a discorso. Se il sesso è anch’esso una costruzione culturale, hanno obiettato, come si possono analizzare le forme specifiche di oppressione che colpiscono le persone con corpi femminili — la violenza ostetrica, le mutilazioni genitali, la discriminazione riproduttiva? Butler ha risposto a queste critiche in Bodies That Matter (1993) [7], chiarendo che la materialità dei corpi non è negata dalla sua teoria: ciò che viene messo in discussione è il modo in cui i corpi vengono classificati e interpretati, non la loro esistenza.
Alcune voci all’interno della stessa comunità trans hanno sollevato una critica diversa: se il genere è “solo” una performance, l’esperienza interiore dell’identità di genere — quel senso profondo di essere uomini, donne o di non essere nessuno dei due — viene sminuita o negata? Butler ha chiarito che la performatività non nega l’esperienza soggettiva del genere. Non dice che il genere è finto o arbitrario; dice che è prodotto attraverso processi sociali e culturali, il che non lo rende meno reale o meno sentito.
Perché leggerlo ancora oggi
A oltre trent’anni dalla pubblicazione, Gender Trouble resta attuale per almeno tre ragioni.
La prima è che il backlash contro i diritti delle persone trans e non binarie si basa spesso proprio su quegli assunti che Butler ha decostruito: l’idea che il genere sia determinato dalla biologia, che esistano solo due sessi netti, che qualsiasi deviazione dal binario sia patologica. Rileggere Butler aiuta a comprendere le radici teoriche di questi pregiudizi e a smontarli.
La seconda è che il concetto di performatività offre strumenti per comprendere fenomeni contemporanei che vanno oltre la questione del genere: dalla costruzione dell’identità sui social media alla performatività della razza, della classe sociale, della disabilità [5].
La terza è che Gender Trouble è, nonostante la sua difficoltà, un libro liberatorio. Dire che il genere non è destino, che le norme possono essere ripetute diversamente, che il binario non è l’unica opzione disponibile, significa aprire spazi di libertà per tutte le persone — cisgender e transgender, binarie e non binarie — che sentono di non rientrare nelle caselle che la società ha preparato per loro.
Come ha scritto Butler nella prefazione alla riedizione del 1999: “Se il testo è stato importante, lo è stato perché ha offerto un modo per pensare al genere al di fuori dei termini naturalizzanti che lo sostenevano. Ha permesso a chi si sentiva fuori posto nelle categorie esistenti di trovare un linguaggio per la propria esperienza” [1].
Per chiunque voglia capire da dove viene la riflessione contemporanea sull’identità di genere, sulla fluidità di genere, sui diritti delle persone trans e non binarie, Gender Trouble resta il punto di partenza imprescindibile. Non è una lettura facile, ma è una lettura che cambia il modo di vedere il mondo.
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Approfondimenti
- Libro Bodies That Matter: On the Discursive Limits of Sex (1993)
- Libro Undoing Gender (2004)
- Libro Whipping Girl (2007)
- Libro Transgender History (2008)