Femminismo e donne trans

La domanda “il femminismo include le donne trans?” appare con frequenza crescente nei dibattiti pubblici, nelle aule universitarie, sui social media. Per chi la pone in buona fede, la risposta richiede un viaggio nella storia del pensiero femminista, nelle sue correnti, nelle sue contraddizioni e nella sua evoluzione. Per chi la usa come provocazione, la risposta è già contenuta nella domanda: se il femminismo lotta per i diritti di tutte le donne, escluderne alcune in base al sesso assegnato alla nascita significa tradire la propria missione fondante.
Questo articolo ricostruisce la storia del rapporto tra femminismo e donne trans, le posizioni delle principali correnti femministe, gli argomenti scientifici e politici a sostegno dell’inclusione, e il ruolo del femminismo intersezionale come quadro teorico che rende l’inclusione non un’opzione, ma una necessità strutturale.
Chi decide chi è donna: una domanda antica
La questione di chi “conti” come donna nel movimento femminista non nasce con il dibattito sulle donne trans. È una tensione che attraversa l’intera storia del femminismo.
Nel 1851, l’ex schiava Sojourner Truth pronunciò alla Women’s Rights Convention di Akron, Ohio, un discorso passato alla storia con il titolo “Ain’t I a Woman?” (Non sono forse una donna?). Truth denunciava un femminismo che parlava di donne ma pensava solo alle donne bianche di classe media. Le donne nere, che lavoravano nei campi e subivano violenze, non rientravano nella definizione dominante di “femminilità” eppure erano, senza alcun dubbio, donne.
Quella domanda — chi viene inclusa quando si dice “donne”? — risuona ancora oggi. Per oltre un secolo, il femminismo ha dovuto fare i conti con le proprie esclusioni: donne nere, donne della classe operaia, donne lesbiche, donne disabili. Ogni volta, le voci escluse hanno chiesto di essere riconosciute. Ogni volta, il femminismo è diventato più forte accogliendo quella richiesta. L’inclusione delle donne trans è il capitolo più recente di questa storia.
L’intersezionalità: il quadro teorico dell’inclusione
Kimberlé Crenshaw e l’incrocio delle oppressioni
Nel 1989, la giurista Kimberlé Crenshaw pubblicò il saggio “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex”, in cui introdusse il concetto di intersezionalità [1]. Crenshaw dimostrò che le donne nere americane subivano una forma di discriminazione che non era riducibile né al sessismo né al razzismo presi singolarmente: era l’intersezione delle due oppressioni a produrre una condizione specifica, invisibile sia alla teoria femminista sia a quella antirazzista.
L’intersezionalità non è una lista di identità da sommare. È un metodo di analisi che rivela come i sistemi di potere — patriarcato, razzismo, classismo, eteronormatività, cisnormatività — si intreccino e si rafforzino reciprocamente [1]. Crenshaw stessa ha descritto il suo quadro teorico come applicabile all’identità transgender: “È come un vassoio girevole: puoi sottoporre razza, sessualità, identità transgender o classe a una critica femminista attraverso l’intersezionalità.”
Perché l’intersezionalità implica l’inclusione trans
Se il femminismo intersezionale riconosce che le oppressioni si intrecciano, allora deve riconoscere anche che le donne trans subiscono una forma specifica di oppressione che nasce dall’incrocio tra sessismo e transfobia. Una donna trans è oppressa in quanto donna e in quanto trans. Escluderla dal femminismo significa ignorare precisamente quel meccanismo di oppressioni sovrapposte che l’intersezionalità ha il merito di aver portato alla luce [1].
Il femminismo intersezionale non include le donne trans per generosità o per correttezza politica. Le include perché il suo stesso impianto teorico lo richiede.
Il genere come performance: Judith Butler e la svolta teorica
Gender Trouble (1990)
Nessun testo ha influenzato il dibattito su genere e femminismo quanto Gender Trouble di Judith Butler, pubblicato nel 1990 da Routledge [2]. Butler sostiene che il genere non è una proprietà naturale dei corpi, ma un insieme di atti ripetuti nel tempo — una performance — che crea l’illusione di una sostanza stabile. Non esiste un “essere donna” anteriore agli atti che lo costituiscono.
Questa teoria non nega la realtà dell’identità di genere. Al contrario, la libera dal determinismo biologico: se il genere è un insieme di pratiche, allora non può essere ridotto ai cromosomi o all’anatomia genitale [2]. La conclusione è che il femminismo non può fondare la propria politica su una definizione biologica rigida di “donna” senza contraddire i propri principi.
La posizione esplicita di Butler sulle donne trans
Nel corso degli anni, Butler ha assunto posizioni sempre più esplicite a sostegno delle donne trans. In un’intervista del 2019 con Verso Books, Butler ha dichiarato: “La posizione femminista trans-escludente attacca la dignità delle persone trans” e ha definito il tentativo di alcune femministe di “sorvegliare le vite e le scelte trans” come “una forma di tirannia femminista” [6].
Butler ha anche affrontato direttamente l’argomento secondo cui l’inclusione delle donne trans “cancellerebbe” la categoria donna: “La femminilità non sarà cancellata solo perché apriamo la categoria e invitiamo altre persone a farne parte. Questo è un momento per allargare le alleanze, non per avere lotte settarie sui bagni” [6].
La posizione trans-escludente: origini e critica
Janice Raymond e “The Transsexual Empire” (1979)
La radice teorica della posizione femminista trans-escludente risale a Janice Raymond e al suo libro The Transsexual Empire: The Making of the She-Male, pubblicato nel 1979 [11]. Raymond, allieva della teologa femminista Mary Daly, sostiene che le donne trans “violano” i corpi delle donne appropriandosi della femminilità e che la transizione medica è uno strumento del patriarcato per “costruire donne secondo l’immagine maschile”.
Il libro ebbe un impatto significativo, contribuendo a marginalizzare le donne trans all’interno degli spazi femministi per decenni [11]. Uno degli episodi più noti riguarda Sandy Stone, ingegnera del suono trans che lavorava per l’etichetta musicale femminista Olivia Records. Raymond la prese di mira nel libro, arrivando a inviare una bozza del capitolo a Olivia Records con l’intento di costringere Stone a lasciare il lavoro.
La risposta di Sandy Stone: il manifesto posttransessuale
Nel 1987, Stone rispose con “The Empire Strikes Back: A Posttranssexual Manifesto”, un saggio che è considerato il testo fondativo degli studi transgender accademici [3]. Stone criticò quella che definiva “l’intollerabile bigotteria” di Raymond e propose di vedere le persone trans non come una categoria problematica, ma come soggetti il cui potenziale di “produttiva disruzione delle sessualità strutturate” doveva ancora essere esplorato.
Da TERF a “gender critical”: l’evoluzione del linguaggio
Il termine TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminist) fu coniato nel 2008 dalla blogger femminista trans-inclusiva Viv Smythe come descrizione tecnica e neutra. Indicava un sottoinsieme di femministe radicali che rifiutavano di riconoscere le donne trans come donne e si opponevano alla loro presenza negli spazi femminili.
A partire dagli anni 2010, il termine è stato progressivamente rifiutato da chi ne era oggetto, che ha adottato la definizione “gender critical” (critico del genere). Questo spostamento linguistico, tuttavia, non cambia la sostanza della posizione: l’esclusione delle donne trans dalla categoria “donne” e dal movimento femminista.
Le critiche alla posizione trans-escludente
La posizione TERF presenta problemi teorici e pratici che la rendono insostenibile all’interno di un quadro femminista coerente.
Il paradosso del determinismo biologico. Il femminismo nasce come critica dell’idea che la biologia determini il destino delle donne. Affermare che solo le persone con determinate caratteristiche biologiche (utero, cromosomi XX, capacità riproduttiva) possano essere considerate donne significa adottare lo stesso determinismo biologico contro cui il femminismo ha sempre lottato [5]. Come osserva la Stanford Encyclopedia of Philosophy, “qualsiasi analisi filosofica dei concetti di donna e uomo che porti alla misidentificazione delle persone trans è inaccettabile da una prospettiva politica trans” [5].
L’esclusione a cascata. Se si definisce “donna” esclusivamente in base alla biologia riproduttiva, si escludono anche le donne cisgender in menopausa, le donne che hanno subito isterectomia, le donne con sindrome di Turner (un solo cromosoma X), le donne con sindrome da insensibilità completa agli androgeni (cromosomi XY, fenotipo femminile). La definizione biologica rigida non riesce a catturare nemmeno l’esperienza delle donne cisgender.
La complicità con la destra. La retorica “gender critical” si trova sempre più spesso allineata con movimenti conservatori e di estrema destra che utilizzano la “difesa delle donne” come pretesto per attaccare i diritti LGBTQ+ nel loro complesso. Nel 2021, l’Association for Women’s Rights in Development ha descritto i movimenti anti-gender come “una tendenza fascista” che strumentalizza il linguaggio femminista per scopi regressivi.
Le evidenze scientifiche: le donne trans sono donne
Il dibattito teorico non può prescindere dalle evidenze empiriche. Oltre trent’anni di ricerca in neuroscienze, genetica ed endocrinologia hanno dimostrato che l’identità di genere ha basi biologiche solide e non è determinata esclusivamente da cromosomi o anatomia genitale [13].
Come documentato nell’articolo ”donne trans e identita femminile”, studi di neuroimaging mostrano che il cervello delle donne trans presenta pattern più simili a quelli delle donne cisgender che a quelli degli uomini cisgender, anche prima della terapia ormonale. Una revisione della letteratura condotta da Saraswat, Weinand e Safer nel 2015 ha concluso che esiste un forte supporto per una base biologica dell’identità di genere [13].
Le principali organizzazioni mediche internazionali — OMS, APA, WPATH, Endocrine Society — riconoscono che l’identità di genere delle donne trans è autentica, non una patologia e non una scelta. L’OMS nel 2019 ha rimosso l’essere transgender dalla classificazione dei disturbi mentali. Questa non è un’opinione: è il consenso scientifico internazionale.
L’oppressione condivisa sotto il patriarcato
Uno degli argomenti più forti per l’inclusione delle donne trans nel femminismo è anche il più semplice: il patriarcato opprime tutte le donne, trans e cisgender.
Le donne trans subiscono sessismo, molestie, violenza di genere, discriminazione sul lavoro e nella vita quotidiana. Subiscono la pressione degli standard estetici patriarcali, il controllo sociale sui loro corpi, la violenza maschile. A questo si aggiunge la transfobia: la negazione della loro identità, la violenza specifica diretta alle persone trans, la discriminazione nell’accesso alla sanità, al lavoro, all’alloggio.
Come ha osservato Angela Davis durante il festival Women of the World alla Royal Albert Hall di Londra, le donne trans “devono lottare per essere incluse nella categoria in cui già vivono” e subiscono forme specifiche di violenza, soprattutto all’interno del sistema carcerario, dove vengono spesso collocate in strutture maschili e private delle cure mediche necessarie [7]. Davis ha affermato senza ambiguità: “Le donne trans sono donne” [7].
Il patriarcato non chiede i documenti prima di opprimere. Una donna trans che cammina per strada è soggetta allo sguardo maschile, alla molestia, alla violenza esattamente come una donna cisgender. Spesso di più, perché alla misoginia si somma la transfobia. Escludere le donne trans dalla lotta femminista significa indebolire il fronte contro un nemico comune.
Le voci femministe a favore dell’inclusione
bell hooks: il femminismo è per tutte
bell hooks (1952-2021), una delle pensatrici femministe più influenti del Novecento, ha lavorato instancabilmente per costruire un femminismo inclusivo di tutte le identità marginalizzate. Nel suo libro Feminism is for Everybody (2000), hooks definisce il femminismo come un movimento contro ogni forma di dominazione sessista — una definizione che non esclude nessuna donna [4].
Nel 2014, hooks partecipò a un dialogo pubblico con l’attrice e attivista trans Laverne Cox alla New School di New York. In quell’occasione, hooks parlò della necessità di “coltivare insieme comunità che permettano il rischio di conoscere qualcuno al di fuori dei propri confini, il rischio che è l’amore”. La sua visione di un femminismo radicale e inclusivo ha influenzato generazioni di attiviste trans che si riconoscono nella sua filosofia.
Angela Davis: abolizionismo e diritti trans
Angela Davis ha collegato esplicitamente la lotta per i diritti delle donne trans al femminismo abolizionista [7]. Ha sottolineato come le comunità trans e non binarie abbiano contribuito al femminismo dimostrando che “è possibile immaginare mondi più socialmente giusti che sfidano ciò che è totalmente accettato come normale” [7]. Per Davis, il riconoscimento delle donne trans non è un’aggiunta al femminismo: ne è una componente essenziale.
La lettera aperta del 2021
Nel marzo 2021, in occasione del Transgender Day of Visibility, GLAAD pubblicò una lettera aperta firmata da oltre 465 leader femministe in ambiti che andavano dall’attivismo all’intrattenimento, dalla politica alla giustizia sociale [8]. Tra le firmatarie: Gloria Steinem, Laverne Cox, Regina King, Halle Berry, Megan Rapinoe e organizzazioni come Planned Parenthood. La lettera affermava: “Le donne transgender sono donne e le ragazze transgender sono ragazze. Onorare la diversità delle esperienze delle donne è una forza, non un danno per la causa femminista” [8].
Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon
Come documentato dalla Stanford Encyclopedia of Philosophy, anche all’interno del femminismo radicale — la corrente da cui proviene la posizione trans-escludente — alcune delle figure più importanti hanno esplicitamente sostenuto l’inclusione trans [5]. Andrea Dworkin (1946-2005), tra le femministe radicali più note, aveva espresso già nel 1974 posizioni a favore del riconoscimento delle identità trans. Catharine A. MacKinnon, altra figura centrale del femminismo radicale, ha ribadito la stessa posizione nel 2023 [5]. Questo dimostra che la posizione trans-escludente non rappresenta il femminismo radicale nel suo complesso, ma ne è una deviazione minoritaria.
Il contesto italiano: Non Una Di Meno e il transfemminismo
Il movimento transfemminista in Italia
In Italia, il dibattito sull’inclusione delle donne trans nel femminismo ha trovato una sintesi nel concetto di transfemminismo [12]. Il termine, registrato dalla Treccani come neologismo, indica una corrente femminista che parte dalle esperienze delle donne trans per ampliare l’analisi delle oppressioni di genere a tutte le soggettività che il patriarcato marginalizza.
Una figura storica del transfemminismo italiano è Porpora Marcasciano, attivista che ha contribuito a costruire ponti tra il movimento trans e il movimento femminista fin dagli anni Ottanta.
Non Una Di Meno: femminismo e transfemminismo
Non Una Di Meno (NUDM), il principale movimento femminista italiano contemporaneo, attivo dal 2016, si definisce esplicitamente come movimento femminista e transfemminista [9]. La piattaforma di NUDM parla di “violenza di genere” anziché di “violenza contro le donne”, ampliando lo sguardo a tutte le soggettività vulnerabili al sistema patriarcale.
Essere femministe e transfemministe, per Non Una Di Meno, significa “riconoscere un approccio transnazionale, intergenerazionale, intersezionale che tenga conto della classe e delle condizioni materiali” [9]. Significa partire dalle pratiche e dalle esperienze delle donne e delle persone LGBTQIA+ quando queste sfidano la divisione sessuale del lavoro e le strutture familiari patriarcali.
La scelta di NUDM non è stata priva di tensioni. Ma la posizione del movimento è stata chiara fin dall’inizio: il femminismo italiano del XXI secolo è inclusivo per definizione, e ogni tentativo di esclusione indebolisce la lotta comune.
Perché l’esclusione indebolisce il femminismo
L’argomento centrale delle posizioni trans-escludenti è che l’inclusione delle donne trans rappresenterebbe una minaccia per gli “spazi delle donne” e per le conquiste femministe. Questo argomento non regge né sul piano logico né su quello storico.
L’inclusione non toglie diritti. I diritti non sono una risorsa finita. Riconoscere le donne trans come donne non sottrae nulla alle donne cisgender: non toglie posti di lavoro, non riduce la protezione contro la violenza, non cancella le esperienze specifiche delle donne cis. Al contrario, ampliare la coalizione rafforza il potere collettivo del movimento.
L’esclusione crea divisioni strumentali. La storia del femminismo mostra che ogni volta che il movimento si è chiuso attorno a una definizione restrittiva di “donna”, ha perso forza politica. Le donne nere escluse dal femminismo bianco, le donne lesbiche escluse dal femminismo eteronormativo: ogni esclusione ha indebolito il movimento. L’esclusione delle donne trans segue lo stesso schema.
Il patriarcato beneficia della divisione. Quando le donne — trans e cis — litigano tra loro su chi meriti di essere chiamata donna, chi ne trae vantaggio è il sistema patriarcale che le opprime entrambe. La solidarietà tra donne è una risorsa politica fondamentale: frammentarla serve solo a chi vuole mantenere lo status quo.
Solidarietà pratica: cosa significa essere alleate
L’inclusione teorica deve tradursi in pratiche concrete. Ecco cosa significa, nella vita quotidiana, un femminismo che include le donne trans.
Linguaggio e rispetto. Utilizzare il nome e i pronomi scelti da una persona trans. Correggere gentilmente chi sbaglia. Non chiedere dettagli sulla transizione o sul corpo: è una forma di invadenza che non si applicherebbe mai a una donna cisgender.
Spazi condivisi. I centri antiviolenza, i consultori, gli spazi femministi devono essere accessibili alle donne trans. Le donne trans subiscono tassi di violenza di genere superiori alla media: escluderle dai servizi di supporto è un atto di violenza istituzionale.
Ascolto e decentramento. Le donne cisgender non possono parlare “per” le donne trans. Possono però amplificare le loro voci, condividere le loro piattaforme, sostenere le loro richieste. La solidarietà non è paternalismo: è riconoscere che le donne trans sono le prime esperte delle proprie esperienze.
Contrasto alla disinformazione. I miti sulle persone trans sono numerosi e persistenti. Un femminismo inclusivo si impegna a contrastarli con le evidenze scientifiche e con la forza del racconto personale.
Conclusione: il femminismo che esclude tradisce se stesso
La storia del femminismo è una storia di ampliamento progressivo: della definizione di “donna”, dei soggetti politici riconosciuti, degli orizzonti di giustizia perseguiti. Ogni generazione ha dovuto superare le esclusioni della precedente.
Il femminismo intersezionale, la corrente oggi prevalente nella teoria e nella pratica, non lascia spazio all’ambiguità: le donne trans sono donne, la loro lotta è una lotta femminista, e la loro esclusione non è una posizione femminista legittima — è una contraddizione nei termini.
Come ha scritto bell hooks, il femminismo è per tutte le persone [4]. Come ha dimostrato Kimberlé Crenshaw, le oppressioni si intrecciano e non possono essere combattute separatamente [1]. Come ha affermato Judith Butler, la categoria “donna” non si indebolisce accogliendo più persone — si rafforza [6]. Come ha ribadito Angela Davis, le donne trans sono donne [7].
Il femminismo che esclude le donne trans non protegge le donne: tradisce la promessa fondamentale del femminismo stesso. Un femminismo che lotta davvero per la liberazione di tutte le donne non può fare a meno delle donne trans. Ne ha bisogno, come le donne trans hanno bisogno del femminismo. La lotta è una sola.
Approfondimenti
- Libro Whipping Girl (2007)
- Libro Excluded (2013)
- Documentario Disclosure: Trans Lives on Screen (2020)