Tecnologia e persone trans: come il digitale cambia la vita

Per una persona trans che vive in un piccolo paese della Sicilia, senza un centro di identità di genere raggiungibile, senza conoscere nessun altro che abbia fatto lo stesso percorso, senza nemmeno le parole per descrivere quello che sente — la tecnologia non è un lusso. È una porta. Spesso l’unica.
Non è retorica. È quello che i dati mostrano con crescente chiarezza. Le community online riducono l’isolamento e proteggono la salute mentale [1][13]. La telemedicina espande l’accesso alle cure [3][4]. Le app di voice training rendono accessibile un percorso che prima era riservato a chi poteva permettersi un logopedista [5]. Il lavoro da remoto riduce l’esposizione alla discriminazione quotidiana [14]. Il crowdfunding copre costi che il sistema sanitario non riesce a sostenere [9].
Ma la tecnologia non è neutra. Gli stessi strumenti che possono liberare possono anche esporre, sorvegliare, censurare. Questo articolo analizza entrambi i lati: come la tecnologia aiuta concretamente le persone trans — e dove, invece, serve cautela. Per un’analisi specifica sui rischi e le opportunità dell’intelligenza artificiale, si rimanda all’articolo dedicato a AI e persone trans.
Community online: il primo spazio sicuro
Quando la connessione salva
Per molte persone trans, il primo contatto con altre persone che condividono la stessa esperienza avviene online. Non in un’associazione, non in un ambulatorio, non a scuola. In un forum, in un subreddit, in un server Discord, in un gruppo Facebook.
Una revisione sistematica pubblicata su LGBT Health nel 2020 ha documentato che la connessione con la community trans è associata a migliori esiti di salute mentale, maggiore accesso alle cure e supporto nell’esplorazione dell’identità di genere [1]. Uno studio del 2020 pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health ha identificato che il supporto specifico dalla community trans ha un effetto unico nel moderare l’impatto dello stigma sulla salute mentale — un effetto che il supporto sociale generico, da solo, non è in grado di replicare [13]. Come approfondito nell’articolo su dove incontrare altre persone trans, questo dato ha implicazioni concrete: trovare la propria community non è un optional, è un fattore protettivo riconosciuto dalla letteratura scientifica.
Le community online abbattono tre barriere contemporaneamente: la distanza geografica, lo stigma sociale e la mancanza di informazioni. Una persona trans può accedere a un subreddit come r/transgender o r/ftm alle 3 di notte, senza dover giustificare la propria presenza a nessuno, senza esporsi fisicamente, senza dover già avere le parole “giuste” per descrivere la propria esperienza. Questo è particolarmente rilevante per chi vive in contesti rurali o in famiglie non supportive — dove il coming out può essere impossibile o pericoloso.
Le piattaforme principali
Reddit ospita alcune delle community trans più attive e strutturate al mondo. Subreddit come r/transgender, r/ftm, r/MtF, r/NonBinary e r/asktransgender contano milioni di iscritti complessivi. La struttura pseudonima e organizzata per argomenti la rende particolarmente adatta a discussioni su temi sensibili. Discord ha assunto un ruolo crescente come spazio di aggregazione in tempo reale, con server dedicati che offrono canali vocali, chat tematiche e spazi di socializzazione che replicano le dinamiche dei gruppi di supporto in presenza. TikTok, YouTube e Instagram hanno democratizzato la visibilità trans: content creator condividono apertamente le proprie esperienze di transizione, creando un archivio visivo e narrativo impensabile anche solo dieci anni fa.
In Italia, i gruppi Facebook e le pagine Instagram delle associazioni come il MIT, Arcigay e AGEDO rappresentano punti di riferimento digitali importanti, insieme ai canali Telegram e ai gruppi WhatsApp locali gestiti da attiviste e attivisti sul territorio.
I limiti degli spazi online
Gli spazi online non sono utopici. La moderazione è una sfida costante: i gruppi trans sono bersaglio regolare di trolling, brigading e infiltrazioni da parte di utenti ostili. Le piattaforme stesse possono essere parte del problema: come documentato dal GLAAD Social Media Safety Index del 2024, i contenuti delle persone trans vengono rimossi in modo sproporzionato dagli algoritmi di moderazione, che classificano video educativi sull’identità di genere come “contenuto per adulti” [8]. Uno studio del 2019 pubblicato su New Media & Society ha evidenziato come le piattaforme online possano essere al tempo stesso spazi di agency e di vulnerabilità per le persone trans, a seconda della qualità della moderazione e delle politiche della piattaforma [2].
Le echo chamber sono un altro rischio: spazi dove circolano solo informazioni parziali, consigli medici non verificati o narrazioni che non riflettono la complessità delle esperienze trans. Per questo è importante integrare le community online con risorse istituzionali come il portale Infotrans.it dell’ISS e con il supporto di professionisti qualificati.
Telemedicina: le cure arrivano dove non c’erano
L’accesso alle cure affermative di genere
Le barriere all’accesso alle cure affermative di genere sono ben documentate: liste d’attesa che possono superare i 12-18 mesi per un primo colloquio, centri specializzati concentrati nel Centro-Nord, costi di viaggio e soggiorno per chi deve spostarsi da una regione all’altra, stigma sociale che rende difficile recarsi fisicamente in una struttura sanitaria. Come analizzato nell’articolo su sanità e persone trans in Italia, il sistema sanitario italiano copre in teoria buona parte del percorso, ma la pratica è fatta di ostacoli concreti.
La telemedicina sta cambiando questa equazione. Uno studio pubblicato su Nature Scientific Reports nel 2025 ha documentato risultati significativi: l’introduzione della telemedicina ha espanso l’accesso ai servizi di Gender Expression Care da 24 codici postali concentrati in un’unica area urbana a 158 codici postali distribuiti su un’ampia regione geografica [3]. Le mancate presentazioni agli appuntamenti si sono ridotte del 56% quando le visite avvenivano in telemedicina [3] — un dato che riflette non solo la maggiore comodità, ma la rimozione di barriere logistiche, economiche e psicologiche.
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata su JMIR nel 2024 ha confermato che la telemedicina per le cure affermative di genere produce livelli di soddisfazione elevati tra i pazienti e risultati clinici comparabili a quelli delle visite in presenza, con il vantaggio aggiuntivo di ridurre significativamente le barriere all’accesso [4].
Come funziona nella pratica
La telemedicina per le cure affermative di genere comprende consulti psicologici in videochiamata, prescrizioni di terapia ormonale dopo valutazione a distanza, monitoraggio dei livelli ormonali con esami del sangue locali e follow-up post-chirurgici. Piattaforme internazionali come QueerDoc e FOLX Health offrono consulti specificamente progettati per persone trans. In Italia, la pandemia di COVID-19 ha accelerato l’adozione: molti centri di identità di genere hanno mantenuto la possibilità di effettuare colloqui psicologici e follow-up endocrinologici da remoto anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria.
Per chi vive in regioni con pochi servizi specializzati, la telemedicina può rappresentare la differenza tra accedere alle cure e non accedervi affatto.
I limiti della telemedicina
La telemedicina non sostituisce completamente le visite in presenza. Alcune valutazioni richiedono l’esame fisico diretto. Gli interventi chirurgici, ovviamente, non possono essere effettuati a distanza. E per le persone che non hanno accesso a una connessione internet stabile o a un dispositivo adeguato — spesso le stesse persone che avrebbero più bisogno di servizi accessibili — la telemedicina rimane fuori portata.
C’è anche una questione di regolamentazione: in Italia, la prescrizione di farmaci a distanza è soggetta a normative che variano per tipologia di farmaco e contesto. La terapia ormonale richiede in molti casi una valutazione iniziale in presenza. Il quadro normativo è in evoluzione, ma non ancora ottimizzato per le specificità dei percorsi di affermazione di genere.
Voice training: la tecnologia dà voce
Perché la voce conta
La voce è uno degli elementi più immediati dell’espressione di genere. In una telefonata, in una riunione di lavoro, al supermercato, è spesso la voce — più dell’aspetto fisico — a determinare come una persona viene percepita e gendered dalle altre. Per le donne trans in particolare, la terapia ormonale con estrogeni non modifica la voce (a differenza del testosterone, che la abbassa nelle persone transmasculine). Il voice training — l’allenamento vocale per femminilizzare la voce — diventa quindi un percorso importante per molte persone.
Tradizionalmente, il voice training richiede sedute regolari con un logopedista specializzato in voce transgender — una figura professionale rara e spesso costosa. Un ciclo di voice training può costare centinaia o migliaia di euro, con tempi che si misurano in mesi o anni. Per molte persone, questo costo è proibitivo.
Le app di voice training
La tecnologia sta rendendo il voice training più accessibile. App come Genderfluent utilizzano reti neurali per analizzare la voce in tempo reale e fornire un feedback sulla percezione di genere, permettendo di monitorare i progressi durante gli esercizi [5]. Voice Whiz offre visualizzazione del pitch in tempo reale e analisi della percezione di genere tramite machine learning on-device. TruVox, sviluppata dall’Università di Cincinnati, è un’app open source che combina esercizi vocali strutturati con visualizzazioni dettagliate dei componenti del parlato.
Queste app lavorano su diversi parametri vocali: la frequenza fondamentale (pitch), la risonanza, l’intonazione, il ritmo e il fraseggio. Alcune offrono esercizi guidati, altre si limitano al monitoraggio e al feedback. Tutte condividono un vantaggio fondamentale: sono disponibili 24 ore su 24, utilizzabili in autonomia e a costi accessibili o nulli.
Non sostituiscono il supporto professionale di un logopedista — la voce è un sistema complesso e un feedback automatico non può cogliere tutte le sfumature che un professionista esperto identifica. Ma abbassano la barriera di ingresso: una persona che non può permettersi sedute regolari o che vive in una zona dove non esistono logopedisti specializzati può iniziare a lavorare sulla propria voce con strumenti basati su evidenze scientifiche. Per chi poi accede al supporto professionale, il lavoro autonomo con le app può accelerare il percorso e consolidare i progressi tra una seduta e l’altra.
Sicurezza digitale: proteggersi online
I rischi concreti
La visibilità online ha un prezzo. Le persone trans che utilizzano internet — e in particolare i social media — sono esposte a rischi specifici che la popolazione generale non affronta con la stessa intensità.
Il doxxing — la divulgazione non consensuale di informazioni personali come nome anagrafico (deadname), indirizzo, luogo di lavoro, foto pre-transizione — è una delle forme di molestia più dannose. Per una persona trans, il doxxing può significare il coming out forzato in contesti dove non è sicuro, la perdita del lavoro, la rottura di relazioni familiari, e in casi estremi il rischio di violenza fisica. Transgender Europe ha documentato che le donne trans sono tra le categorie più esposte alla violenza transfobica — nel 2024, il 94% delle 350 persone trans uccise nel mondo erano donne trans [10].
Le molestie online sono sistematiche, non sporadiche. L’indagine FRA del 2024 sulle persone LGBTIQ nell’UE ha rilevato che una percentuale significativa di persone trans ha subito molestie online nell’anno precedente l’indagine [11]. Queste molestie includono insulti, minacce di morte, minacce di violenza sessuale, e campagne coordinate di odio.
La sorveglianza digitale è un altro fronte di preoccupazione. Come analizzato nell’articolo su privacy e identità di genere, i dati relativi all’identità di genere sono classificati come dati sensibili dal GDPR. Ma nella pratica, la navigazione online lascia tracce: ricerche su terapie ormonali, visite a siti di associazioni trans, acquisti di prodotti legati alla transizione. In contesti dove le persone trans sono criminalizzate o perseguitate, queste tracce digitali possono essere pericolose.
Strumenti di protezione
Esistono strumenti concreti per migliorare la sicurezza digitale.
VPN (Virtual Private Network): crittografano il traffico internet e nascondono la posizione geografica. Per le persone trans in paesi con legislazioni ostili, una VPN è uno strumento di base. Browser orientati alla privacy come Tor Browser e motori di ricerca come DuckDuckGo riducono il tracciamento. Gestori di password e autenticazione a due fattori proteggono gli account da accessi non autorizzati. Alias e identità digitali separate — nomi utente e email diversi per gli account legati alla propria identità trans — sono una strategia di compartimentazione comune, soprattutto nelle fasi iniziali del percorso. Attenzione ai metadati: le foto contengono dati di geolocalizzazione che possono rivelare informazioni sensibili; strumenti come ExifTool permettono di rimuoverli.
Organizzazioni come Access Now offrono risorse specifiche sulla sicurezza digitale per le persone LGBTQ+, incluse guide pratiche e helpline dedicate [15].
Lavoro da remoto: un equalizzatore imperfetto
La discriminazione evitata
Il lavoro da remoto non è stato inventato per le persone trans. Ma per molte di loro, rappresenta un cambiamento concreto nelle dinamiche di discriminazione lavorativa. I dati ISTAT-UNAR del 2023 documentano che il 46,4% delle persone trans e non binarie ha rinunciato a presentarsi a un colloquio perché convinta che la propria identità di genere avrebbe compromesso l’esito [14]. L’86,4% ha subito micro-aggressioni sul posto di lavoro [14]. Come approfondito nell’articolo sulla discriminazione lavorativa delle persone trans in Italia, il posto di lavoro fisico è spesso uno spazio di violenza quotidiana.
Il lavoro da remoto riduce — non elimina — alcune di queste dinamiche. In una videochiamata, la persona controlla meglio la propria presentazione. Non c’è il bagno da scegliere. Non ci sono gli sguardi nel corridoio. Non c’è il commento sussurrato alla macchinetta del caffè. E per chi è nelle fasi iniziali della transizione — quando l’aspetto fisico sta cambiando ma i documenti non sono ancora aggiornati — il lavoro da remoto offre uno spazio dove la discrepanza tra identità e documenti è meno esposta.
Il settore tecnologico, con la sua maggiore adozione del lavoro remoto e flessibile, è diventato un rifugio imperfetto ma reale per molte persone trans. La possibilità di lavorare per un’azienda con sede in una grande città cosmopolita pur vivendo in una zona rurale amplia le opportunità e riduce la dipendenza dal mercato del lavoro locale, dove le opzioni possono essere limitate e la visibilità come persona trans particolarmente rischiosa.
I limiti
Il lavoro da remoto non risolve la discriminazione: la sposta. Un colloquio in videochiamata non elimina i pregiudizi del selezionatore. Il misgendering avviene anche via email. E molti lavori — dalla ristorazione alla sanità, dall’edilizia all’insegnamento — non possono essere svolti da remoto. Le persone trans che lavorano in questi settori non beneficiano dell’effetto equalizzatore del lavoro a distanza.
C’è anche un rischio di isolamento: il lavoro da remoto riduce le opportunità di socializzazione e networking utili per costruire alleanze sul posto di lavoro.
Crowdfunding: quando la community finanzia la transizione
I costi della transizione
I costi del percorso di affermazione di genere possono essere significativi. In Italia, la terapia ormonale è coperta dal SSN dal 2020 e gli interventi chirurgici sono in teoria eseguibili in regime pubblico, ma le liste d’attesa raggiungono i 5-7 anni. Chi sceglie il percorso privato affronta costi da migliaia a decine di migliaia di euro. A questi si aggiungono psicoterapia, voice training, abbigliamento, spese legali per la rettificazione anagrafica.
Il crowdfunding come strumento
Piattaforme come GoFundMe, Ko-fi e PayPal hanno reso possibile una forma di solidarietà economica che prima non esisteva. Le campagne di crowdfunding per finanziare percorsi di transizione sono diventate comuni: una persona trans crea una pagina dove racconta la propria storia e i propri bisogni, fissa un obiettivo economico e lo condivide con la propria rete.
Uno studio pubblicato sull’American Journal of Public Health nel 2019 ha analizzato il fenomeno del crowdfunding per la salute LGBTQ+, documentando come queste campagne servano non solo a raccogliere fondi, ma anche a creare consapevolezza e a costruire reti di supporto [9]. Le campagne di crowdfunding per le cure affermative di genere rappresentano una quota crescente del crowdfunding sanitario complessivo [9].
Il crowdfunding non è una soluzione sistemica e presenta disuguaglianze intrinseche: le campagne più visibili sono spesso quelle di persone con un seguito sui social media e capacità comunicative. Le persone trans più marginalizzate sono anche quelle che raccolgono meno fondi. Ma per chi ne beneficia, può fare la differenza tra aspettare anni e agire ora.
Documentazione digitale e processi burocratici
La burocrazia della rettificazione
Il percorso di cambio documenti per le persone trans in Italia è ancora in larga parte analogico. La tecnologia sta iniziando a semplificare alcune parti: portali online dei tribunali, comunicazioni via email, documentazione medica digitale. Ma i progressi restano frammentari.
Carriera alias digitale
Un’area dove la tecnologia ha un impatto più diretto è la carriera alias. Come discusso nell’articolo sulla discriminazione lavorativa, la carriera alias consente di utilizzare il nome scelto nei sistemi interni dell’organizzazione — badge, email, registri — prima della rettificazione anagrafica. L’implementazione è un processo tecnologico: modifica dei database, creazione di alias email, aggiornamento dei sistemi di autenticazione. Le organizzazioni con sistemi informatici moderni possono implementarla con relativa facilità; quelle con sistemi legacy incontrano più difficoltà. Diverse università italiane l’hanno già adottata, permettendo agli studenti trans di vedere il nome scelto nel registro elettronico e nella email istituzionale.
Visibilità digitale: raccontarsi e farsi vedere
La rappresentazione conta
La visibilità delle persone trans nei media digitali ha un impatto misurabile. Il GLSEN National School Climate Survey del 2021 ha documentato che gli studenti LGBTQ+ che hanno accesso a rappresentazioni positive online riportano un maggiore senso di appartenenza e livelli più bassi di vittimizzazione [7]. Per le persone trans in particolare, vedere qualcuno che ha un percorso simile al proprio — in un video YouTube, in un reel Instagram, in un podcast — può essere il primo momento in cui l’esperienza personale viene validata da una fonte esterna.
I media digitali hanno democratizzato questa visibilità. Non servono più un contratto editoriale o un invito in televisione per raccontare la propria storia. Bastano uno smartphone e una connessione internet. Questo ha prodotto un ecosistema di content creator trans che offrono una varietà di narrazioni — non più la singola storia di transizione “da A a B”, ma esperienze diverse per genere, età, etnia, classe sociale, disabilità, orientamento sessuale.
I podcast e i blog gestiti da persone trans offrono spazi di approfondimento su terapia ormonale, chirurgia, diritti legali, relazioni, sessualità, genitorialità — temi che richiedono tempo e sfumature che i social media, con i loro formati brevi, non sempre permettono. Alcuni blog sono diventati risorse di riferimento per chi cerca informazioni pratiche sulla transizione in Italia, integrando la carenza di risorse istituzionali.
Il rischio della visibilità
La visibilità è anche esposizione. I content creator trans sono bersagli frequenti di molestie e campagne d’odio. La monetizzazione dei contenuti è penalizzata dagli algoritmi che classificano i contenuti trans come “sensibili”, riducendone distribuzione e ricavi. Il GLAAD Social Media Safety Index del 2024 ha documentato che nessuna delle principali piattaforme raggiunge un livello di sicurezza accettabile per gli utenti LGBTQ+ [8]. La scelta di essere visibili online come persona trans comporta rischi reali — ma per chi la fa, la tecnologia amplifica la portata della propria voce ben oltre i confini della propria comunità locale.
Progetti open source e community tech
La tecnologia fatta dalla community
Il movimento open source e la community tecnologica hanno prodotto strumenti specifici per le persone trans. TruVox, l’app di voice training sviluppata dall’Università di Cincinnati, è open source: chiunque può esaminare il codice, contribuire al suo sviluppo, adattarla alle proprie esigenze. Questo modello di sviluppo garantisce trasparenza, eliminando la preoccupazione che i dati vocali vengano utilizzati per scopi non dichiarati.
Progetti come Pronoun.is e PronounDB offrono strumenti per condividere e visualizzare i pronomi preferiti in contesti digitali — dalle firme email alle biografie social, dai profili di gaming alle piattaforme di collaborazione. Sono strumenti semplici ma efficaci nel normalizzare la richiesta e il rispetto dei pronomi.
Persone trans nel settore tech
Le persone trans hanno contribuito in modo significativo allo sviluppo tecnologico, spesso in modo invisibile. La storia di Lynn Conway — pioniera dell’architettura dei microprocessori licenziata da IBM nel 1968 dopo il coming out — illustra sia il contributo sia il costo della discriminazione nel settore tech. Oggi, community come Trans*H4CK offrono spazi di networking e mentorship. La presenza di persone trans nei team di sviluppo non è solo una questione di equità: i team diversificati producono tecnologie migliori per tutti — tecnologie che non presuppongono il binarismo di genere e che rispettano l’autodeterminazione.
I rischi: doxxing, sorveglianza, censura
Quando la tecnologia diventa arma
Sarebbe disonesto parlare solo dei benefici. La stessa tecnologia che permette alle persone trans di trovare community, accedere alle cure e raccontare la propria storia viene utilizzata anche contro di loro.
Il doxxing è forse il rischio più specifico. Per le persone trans, il doxxing ha una dimensione unica: può includere la divulgazione del deadname, di foto pre-transizione, di informazioni mediche sulla transizione. Queste informazioni, una volta pubbliche, sono impossibili da cancellare completamente da internet. Per una persona trans che ha costruito la propria vita con la propria identità, il doxxing può significare la distruzione di anni di lavoro.
La censura algoritmica è un problema documentato [8][15]. Come approfondito nell’articolo su AI e persone trans, i contenuti delle persone trans vengono rimossi in modo sproporzionato dalle piattaforme social. Questo non solo limita la visibilità, ma erode la fiducia delle persone trans negli spazi digitali e riduce l’accesso a informazioni e risorse per chi le cerca.
La sorveglianza statale rappresenta un rischio crescente in alcuni contesti. Negli Stati Uniti, diversi stati hanno introdotto legislazioni restrittive sull’accesso alle cure affermative di genere, e i dati digitali — ricerche online, cartelle cliniche elettroniche, dati di geolocalizzazione — possono essere utilizzati per identificare persone trans o i professionisti che le assistono. Anche in Europa, la raccolta massiva di dati da parte delle piattaforme tech solleva interrogativi sulla sicurezza delle informazioni legate all’identità di genere.
Esiste un paradosso fondamentale: la stessa visibilità che permette alle persone trans di trovare community e risorse le rende anche più identificabili e vulnerabili. Non esiste una soluzione semplice, ma esistono pratiche concrete — dalla compartimentazione delle identità digitali alla crittografia delle comunicazioni — che permettono di gestire il rischio senza rinunciare ai benefici della connessione digitale.
Il ruolo della tecnologia nell’accesso alle informazioni
Sapere è potere
Prima di internet, le informazioni sulla transizione erano difficili da reperire. Esistevano in libri specialistici, nelle associazioni, nei pochi ambulatori dedicati. Oggi, una persona che si chiede “sono trans?” può trovare risorse scientifiche, testimonianze, guide pratiche e contatti di professionisti nel giro di pochi minuti.
Questo cambiamento non è banale. Per molte persone trans, la fase più difficile è quella che precede il coming out: capire cosa si sente, trovare le parole per descriverlo, sapere che esistono altre persone con la stessa esperienza. Come analizzato nell’articolo su esplorare l’identità di genere, questo processo di esplorazione è personale e non lineare. La tecnologia non lo semplifica — ma lo rende possibile anche in assenza di un contesto sociale supportivo.
Il portale Infotrans.it, realizzato dall’ISS in collaborazione con l’UNAR, è un esempio di come la tecnologia possa essere utilizzata istituzionalmente per fornire informazioni validate a persone trans, familiari e professionisti. La mappa dei servizi, le schede informative sui percorsi e le risorse per i professionisti sanitari sono disponibili gratuitamente online, accessibili da qualsiasi parte d’Italia.
Chatbot informativi, database di professionisti trans-friendly, app per tracciare gli effetti della terapia ormonale: non sostituiscono il rapporto con professionisti qualificati, ma colmano un vuoto informativo che per decenni ha lasciato molte persone trans senza le conoscenze necessarie per decidere sul proprio percorso.
La tecnologia come strumento, non come soluzione
La tecnologia non risolve la transfobia. Non elimina la discriminazione, non cancella il pregiudizio, non sostituisce le leggi che mancano. Una VPN non protegge da un licenziamento discriminatorio. Un server Discord non sostituisce una famiglia che ti accetta. Un’app di voice training non è un logopedista. Una campagna GoFundMe non è un sistema sanitario che funziona.
Ma la tecnologia riduce le distanze — geografiche, informative, sociali — che separano le persone trans dalle risorse di cui hanno bisogno. Per chi vive in un contesto isolato, la connessione digitale può essere letteralmente la differenza tra sapere che una possibilità esiste e non saperlo affatto. Una scoping review del 2024 sugli interventi peer-based ha confermato che il supporto tra pari mediato dalla tecnologia contribuisce al benessere delle persone trans sia direttamente sia come protezione contro gli effetti dello stigma [12].
I rischi sono reali: il doxxing, la sorveglianza, la censura algoritmica, le molestie online. Ma anche la rinuncia alla tecnologia ha un costo: l’isolamento, la mancanza di informazioni, l’impossibilità di accedere a cure e supporto. La scelta non è tra sicurezza e rischio, ma tra diversi tipi di rischio.
Quello che serve non è meno tecnologia: è tecnologia migliore. Piattaforme che non censurano i contenuti trans. Sistemi sanitari digitali che non costringono a scegliere tra M e F. Algoritmi che non amplificano l’odio. Strumenti di privacy accessibili a tutti. E soprattutto, persone trans coinvolte nella progettazione, nello sviluppo e nella governance delle tecnologie che le riguardano.