Capire la propria identità di genere

Se sei qui, probabilmente ti stai ponendo una domanda che non ha una risposta semplice. Forse ci pensi da qualche giorno, forse da anni. Forse non riesci nemmeno a metterla in parole. “Sono trans?” è una domanda che molte persone si fanno, e il solo fatto di porsela merita rispetto, non ansia.
Questo articolo non ti darà una risposta definitiva, perché nessun articolo può farlo. Quello che può fare è offrirti informazioni accurate, basate sulla ricerca scientifica, per aiutarti a orientarti in quello che senti. Non siamo qui per dirti chi sei. Siamo qui per darti gli strumenti per scoprirlo.
Cosa significa sentire la propria identità di genere
L’identità di genere è il senso profondo e intimo che una persona ha del proprio genere. L’American Psychological Association la definisce come un’esperienza interna del genere, che può corrispondere o meno al sesso assegnato alla nascita [2]. Non è una scelta, non è un’opinione, non è un capriccio: è un aspetto fondamentale di come una persona si percepisce.
Per la maggior parte delle persone cisgender — cioè le persone la cui identità di genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita — l’identità di genere è qualcosa di trasparente, che non richiede riflessione. Come il respiro: non ci pensi finché non c’è qualcosa che non torna. Per le persone transgender, invece, c’è spesso un disallineamento tra il genere che gli altri vedono e il genere che si sente dentro.
La ricerca sullo sviluppo dell’identità di genere indica che la maggior parte dei bambini sviluppa un senso stabile della propria identità di genere tra i 3 e i 5 anni [8]. Tuttavia, questo non significa che chi scopre la propria identità più tardi sia “in ritardo” o meno legittimo. Uno studio del 2023 pubblicato sul Journal of Adolescent Health ha analizzato i dati di 27.715 adulti transgender e ha trovato che il 40,8% ha preso consapevolezza della propria identità di genere dopo i 10 anni, e che il tempo mediano tra la consapevolezza e il momento in cui ne hanno parlato con qualcuno era di 14 anni per chi lo aveva capito nell’infanzia [6]. La consapevolezza può arrivare a qualsiasi età, e questo non la rende meno reale.
Esperienze comuni: come si manifesta
Non esiste un modo unico di “essere trans” o di accorgersi di esserlo. Le esperienze variano enormemente da persona a persona. Detto questo, la letteratura scientifica e le testimonianze cliniche documentano alcune esperienze ricorrenti che molte persone transgender riconoscono nel proprio percorso.
Un senso di disconnessione dal proprio corpo
Alcune persone descrivono un disagio persistente verso le caratteristiche fisiche associate al sesso assegnato alla nascita. Può riguardare il petto, i genitali, la voce, i peli del corpo, la forma del viso. Per altri non è tanto un disagio attivo quanto un senso di estraneità: il corpo non è “sbagliato” in modo drammatico, semplicemente non corrisponde.
Un senso di disconnessione dal ruolo sociale
Potresti riconoscerti di più nelle esperienze, nei comportamenti o nelle aspettative sociali associate a un genere diverso da quello che ti è stato assegnato. Questo può manifestarsi fin dall’infanzia — preferire giochi, vestiti o amici associati a un altro genere — oppure emergere durante l’adolescenza o in età adulta, quando le aspettative di genere diventano più rigide e definite.
Euforia di genere
Si parla spesso di disforia, ma molte persone transgender descrivono anche l’esperienza opposta: un senso di benessere, di “giustezza” quando vengono percepite nel genere con cui si identificano. Essere chiamate con un nome diverso, usare pronomi diversi, vestirsi in un certo modo. Questa euforia di genere — il sentirsi bene quando il mondo esterno corrisponde alla propria identità interna — è un indicatore tanto significativo quanto il disagio.
Pensieri ricorrenti e persistenti
Molte persone transgender descrivono pensieri del tipo: “E se fossi nato/a nel corpo giusto?”, “Come sarebbe la mia vita se fossi di un altro genere?”, “Mi sento me stesso/a solo quando…“. Questi pensieri possono essere sporadici o costanti, e non devono raggiungere un’intensità specifica per essere significativi. Non esiste una soglia minima di sofferenza necessaria per essere legittimati a porsi domande.
Nessuna di queste esperienze
Ed ecco il punto più importante: potresti non riconoscerti in nessuna di queste descrizioni e essere comunque transgender. Oppure potresti riconoscerti in tutte e non esserlo. Le esperienze individuali non sono una checklist diagnostica, e nessun elenco di “segnali” può sostituire l’ascolto di sé.
Disforia e incongruenza di genere: cosa dice la scienza
Due termini ricorrono in queste conversazioni: disforia di genere e incongruenza di genere. Sono collegati ma non identici, e la differenza conta.
La disforia di genere è un termine clinico definito dal DSM-5 (il manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association) come un disagio clinicamente significativo causato dall’incongruenza tra il genere esperito e il sesso assegnato alla nascita. La parola chiave è “disagio”: la diagnosi di disforia di genere richiede che la persona sperimenti una sofferenza.
L’incongruenza di genere è il termine adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’ICD-11, entrato in vigore nel 2022 [3]. La differenza fondamentale è che l’incongruenza di genere non richiede la presenza di disagio o di disfunzione per essere riconosciuta. Inoltre, l’OMS ha spostato l’incongruenza di genere fuori dal capitolo dei disturbi mentali, collocandola nel capitolo “Condizioni relative alla salute sessuale” [3]. Questo passaggio non è solo simbolico: rappresenta il riconoscimento che essere transgender non è una malattia mentale.
Uno studio del 2021 pubblicato sulla Revista de Psiquiatría y Salud Mental ha confrontato i criteri dell’ICD-11 e del DSM-5 tra persone transgender che cercavano cure di affermazione di genere, confermando la validità dei criteri dell’ICD-11 e la loro maggiore inclusività rispetto al DSM-5 [9].
Cosa significa nella pratica? Significa che puoi essere transgender senza provare una sofferenza intensa. Significa che la disforia non è un requisito per la tua identità. Alcune persone transgender provano una disforia profonda; altre provano un disagio lieve; altre ancora non provano disforia in senso clinico ma sentono con chiarezza che il genere assegnato non corrisponde a chi sono. Tutte queste esperienze sono valide.
Le linee guida WPATH (Standards of Care, versione 8, 2022) riconoscono esplicitamente questa diversità di esperienze e raccomandano che i professionisti della salute rispettino l’auto-identificazione della persona come punto di partenza, non come qualcosa da verificare o mettere in dubbio [1].
Non esiste un test
Uno dei miti più resistenti è l’idea che ci sia un modo oggettivo per “sapere con certezza” se si è transgender. Un test, un questionario online, una lista di criteri da soddisfare. Non funziona così.
L’identità di genere è un’esperienza soggettiva. Le linee guida dell’American Psychological Association sottolineano che l’identità di genere è un aspetto fondamentale dell’esperienza umana e che la pratica clinica con persone transgender deve essere basata sul rispetto dell’esperienza soggettiva della persona, non su tentativi di confermarla o negarla dall’esterno [2].
Se hai cercato online “sono trans?” e hai trovato quiz o test, sappi che nessuno di questi strumenti ha validità diagnostica. Possono essere un punto di partenza per la riflessione, ma non sono in grado di dirti chi sei. Nessun algoritmo, nessun articolo, nessun professionista può farlo al posto tuo. Un professionista competente può aiutarti a esplorare, ma la risposta resta tua.
Questo può sembrare frustrante. Viviamo in una cultura che premia le certezze rapide, le categorie nette, le risposte binarie. Ma l’identità di genere — come molti aspetti della condizione umana — è più sfumata di così. E va bene.
Prendersi tempo è sano
Se stai leggendo questo articolo sperando di trovare una risposta definitiva, è comprensibile. Ma una delle cose più importanti che possiamo dirti è questa: non hai fretta.
Le linee guida WPATH raccomandano esplicitamente che l’esplorazione dell’identità di genere avvenga senza pressione verso un esito specifico [1]. Questo vale per i professionisti che ti accompagnano, ma vale anche per te: non devi arrivare a una conclusione oggi, domani o entro una scadenza.
Il TransYouth Project, uno studio longitudinale pubblicato su Pediatrics nel 2022, ha seguito oltre 300 giovani transgender per cinque anni dopo la loro transizione sociale. I risultati mostrano che la maggioranza (il 94% circa) continuava a identificarsi come transgender dopo cinque anni, mentre una piccola percentuale aveva esplorato altre identità [5]. Entrambi gli esiti erano considerati normali e positivi dai ricercatori. L’esplorazione non è un segno di confusione: è un segno di ascolto di sé.
Alcune cose che la ricerca ci permette di affermare con ragionevole certezza:
- L’identità di genere può stabilizzarsi in tempi diversi per persone diverse. Non c’è una scadenza.
- Esplorare e poi tornare al punto di partenza non è un fallimento. Se ti poni delle domande e arrivi alla conclusione di essere cisgender, hai comunque fatto qualcosa di importante: hai ascoltato te stesso/a.
- Cambiare idea non invalida l’esperienza precedente. L’identità è un percorso, non un punto fisso.
- Nessuna etichetta è obbligatoria. Puoi sentirti a tuo agio senza dover scegliere una parola specifica per descriverti.
Il modello del minority stress, descritto da Ilan Meyer nel 2003, documenta come la pressione sociale legata allo stigma — inclusa la pressione a definirsi, a “decidere”, a giustificarsi — abbia un impatto diretto sulla salute mentale delle persone appartenenti a minoranze di genere [7]. Toglierti questa pressione non è pigrizia: è cura di te.
Non devi fare nulla che non vuoi
Essere transgender non implica alcun obbligo. Non devi fare coming out. Non devi cambiare nome. Non devi assumere ormoni. Non devi fare interventi chirurgici. Non devi conformarti a nessun modello di “persona trans” che hai visto nei media o sui social.
L’Endocrine Society, nelle sue linee guida cliniche del 2017, descrive un approccio a tappe per il trattamento medico dell’incongruenza di genere, sottolineando che ogni fase è distinta, volontaria e richiede il consenso informato [4]. Le linee guida WPATH ribadiscono lo stesso principio: il percorso di affermazione di genere è personalizzato, e non tutte le persone transgender scelgono lo stesso percorso [1]. Alcune scelgono solo una transizione sociale. Altre scelgono una terapia ormonale senza interventi chirurgici. Altre non scelgono alcun cambiamento esterno ma trovano pace nell’aver compreso chi sono.
La ricerca pubblicata su JAMA Network Open nel 2022 ha documentato che l’accesso a cure di affermazione di genere — quando desiderate — è associato a un miglioramento significativo della salute mentale nei giovani transgender e non binari [11]. Ma la parola chiave è “quando desiderate”. Il beneficio viene dalla corrispondenza tra ciò che la persona vuole e ciò che ottiene, non dal trattamento in sé.
Il tuo percorso è tuo. Non è di nessun altro.
Quando il disagio è forte: cercare aiuto
Se quello che senti ti causa sofferenza significativa — se influisce sulla tua vita quotidiana, sulle tue relazioni, sulla tua capacità di funzionare — parlare con un professionista non è un segno di debolezza. È una decisione concreta e sensata.
Un professionista esperto in identità di genere può offrirti uno spazio sicuro per esplorare quello che senti senza giudizio e senza pressione. Non è il suo ruolo dirti se sei o non sei transgender. Il suo ruolo è aiutarti a capirlo, rispettando i tuoi tempi e la tua esperienza.
Le linee guida APA raccomandano che la pratica clinica con persone transgender e gender nonconforming sia affermativa, ovvero che il professionista riconosca la validità dell’esperienza della persona e non cerchi di indirizzarla verso una conclusione predeterminata [2]. Se un professionista ti dice che “è solo una fase” o cerca di convincerti che la tua identità di genere è sbagliata, non sta seguendo le linee guida della sua professione. Hai il diritto di cercare un professionista diverso.
La policy statement dell’APA del 2024 ribadisce con chiarezza che le pratiche volte a cambiare l’identità di genere di una persona sono dannose e non supportate dalla ricerca scientifica [12]. L’esplorazione va sostenuta, non corretta.
Se sei in crisi
Se stai attraversando un momento di crisi, queste risorse sono disponibili in Italia:
- Gay Help Line / Trans Punto di Ascolto: 800 713 713 (gratuito e anonimo)
- Telefono Amico: 02 2327 2327 o WhatsApp al 324 011 7252
- Telefono Azzurro (per minori): 19696
Non devi affrontare questo momento da solo/a.
Supporto professionale: cosa aspettarsi
Se decidi di parlare con un professionista, potresti chiederti cosa aspettarti. Ecco alcune informazioni pratiche.
Cosa fa un professionista esperto in identità di genere
Un buon professionista non ti farà un “test” per stabilire se sei trans. Ti ascolterà. Ti farà domande aperte sulla tua esperienza, sulla tua storia, su come ti senti nel tuo corpo e nelle interazioni sociali. Potrebbe esplorare con te la tua storia familiare, la tua salute mentale complessiva e il tuo contesto di vita. L’obiettivo non è una diagnosi rapida: è un percorso di comprensione.
Le linee guida WPATH raccomandano che la valutazione sia un processo collaborativo tra professionista e persona, non un esame a cui si viene sottoposti [1].
Come trovare un professionista in Italia
In Italia, i centri specializzati nell’identità di genere sono collegati all’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) e sono presenti in diverse regioni. Il portale InfoTrans (infotrans.it), creato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’UNAR, offre una mappa interattiva di tutti i servizi dedicati alle persone transgender in Italia: centri clinici, associazioni, punti di ascolto, regione per regione [10].
Puoi anche rivolgerti alle associazioni del territorio:
- AGEDO (agedonazionale.org): associazione di genitori e familiari di persone LGBT+, con 33 sedi in tutta Italia
- MIT (mit-italia.it): Movimento Identità Trans, offre consultorio e supporto psicologico e legale
- GenderLens (genderlens.org): associazione di famiglie di bambini e adolescenti trans
- Azione Trans (azionetrans.org): sportelli di supporto e punto di ascolto telefonico
Il costo
Il Servizio Sanitario Nazionale copre i percorsi di affermazione di genere attraverso i centri pubblici, anche se i tempi di attesa possono essere lunghi. Molte associazioni offrono sportelli di ascolto gratuiti e possono indirizzarti verso professionisti competenti nella tua zona.
Domande da farti (non da rispondere subito)
Queste non sono domande diagnostiche. Non c’è una risposta “giusta”. Sono spunti per la riflessione, che puoi portare con te o condividere con un professionista.
- Come mi sento quando le persone mi percepiscono nel genere che mi è stato assegnato alla nascita?
- C’è un genere in cui mi sentirei più a mio agio? Come sarebbe la mia vita se venissi percepito/a in quel modo?
- Quando penso al mio corpo, ci sono aspetti che mi causano disagio? Ci sono aspetti che invece mi piacciono?
- Ci sono stati momenti nella mia vita in cui mi sono sentito/a particolarmente bene rispetto al mio genere? Cosa stava succedendo in quei momenti?
- Come mi sento quando qualcuno usa un nome o dei pronomi diversi per rivolgersi a me?
- Queste domande mi accompagnano da molto tempo, oppure sono recenti?
- Il mio disagio (se c’è) è legato a come mi sento nel mio corpo, a come gli altri mi percepiscono, a entrambi, o a qualcos’altro?
Non devi rispondere a tutte. Non devi rispondere adesso. Puoi tornarci tra una settimana, un mese, un anno. Sono qui per quando ti servono.
Quello che le persone transgender dicono del proprio percorso
Uno dei dati più significativi della ricerca recente riguarda i tempi della consapevolezza. Lo studio del 2023 sul Journal of Adolescent Health ha mostrato che tra gli adulti transgender, il tempo mediano tra il momento in cui hanno capito che la propria identità di genere era diversa dal sesso assegnato e il momento in cui ne hanno parlato con qualcuno era di 14 anni [6]. Quattordici anni di silenzio, in media, per chi lo aveva capito nell’infanzia.
Questo dato racconta molto. Racconta di una cultura che per decenni non ha offerto parole, modelli o spazi per questa esperienza. Racconta del coraggio necessario per parlarne. E racconta anche di questo: se ti sembra di essere “in ritardo”, non lo sei. Il tuo percorso è il tuo percorso, e il momento in cui inizi a fare domande è sempre quello giusto.
Una cosa da portare via
L’identità di genere non si decide: si scopre. E il percorso di scoperta è diverso per ognuno. Può essere lungo, tortuoso, fatto di domande senza risposta e di risposte che cambiano. Va bene.
Quello che la scienza dice con chiarezza è che l’esplorazione dell’identità di genere è un’esperienza umana normale, documentata attraverso culture e periodi storici. Non è una patologia, non è una fase e non è qualcosa di cui vergognarsi.
Se sei transgender, sei valido/a. Se sei cisgender, sei valido/a. Se non sai ancora come definirti, sei valido/a. Non hai bisogno del permesso di nessuno per essere chi sei, e non hai bisogno di una risposta definitiva per meritare rispetto, supporto e dignità.
Prenditi il tempo che ti serve. Chiedi aiuto se ne senti il bisogno. E sappi che, qualunque cosa scoprirai, non sei solo/a.