Dati demografici sulle persone trans

“Quante sono le persone trans?” e “Perché sono aumentate?” sono due delle domande più frequenti nel dibattito pubblico sull’identità di genere. Le risposte, spesso semplificate o strumentalizzate, meritano un’analisi accurata dei dati disponibili. Questo articolo raccoglie le principali stime demografiche, spiega perché i numeri sono cambiati nel tempo e chiarisce cosa significano — e cosa non significano — le statistiche sulla popolazione transgender.
Il problema della misurazione
Prima di esaminare i numeri, è fondamentale capire come vengono raccolti. La prevalenza delle persone transgender nella popolazione dipende in modo critico da tre fattori: la definizione utilizzata, il metodo di raccolta e il contesto sociale in cui la domanda viene posta.
Definizioni diverse, numeri diversi
La revisione sistematica di Zhang et al. (2020), pubblicata sull’International Journal of Transgender Health, evidenzia che le stime di prevalenza variano enormemente a seconda di cosa si intende per “transgender” [7]. Se si contano solo le persone che hanno ricevuto una diagnosi clinica o che hanno effettuato una transizione medica, le cifre sono molto basse: Arcelus et al. (2015) nella loro meta-analisi su European Psychiatry hanno riportato una prevalenza complessiva di 4,6 ogni 100.000 persone, ovvero lo 0,005% circa [4]. Se invece si utilizzano sondaggi anonimi basati sull’autoidentificazione, le percentuali salgono notevolmente. Come osservano Goodman et al. (2019), gli studi clinici riportano stime tra lo 0,001% e lo 0,03%, mentre quelli basati sull’autoidentificazione arrivano a valori tra lo 0,1% e il 2,0% [6].
Questa differenza non indica che le stime più alte siano “gonfiate”. Indica piuttosto che la grande maggioranza delle persone transgender non accede mai a servizi clinici specializzati — per scelta, per impossibilità economica, per barriere burocratiche o per paura della stigmatizzazione.
Il ruolo del contesto sociale
Una persona che vive in un contesto dove l’identità transgender è fortemente stigmatizzata ha meno probabilità di rispondere affermativamente a un sondaggio, anche anonimo. Questo fenomeno, noto come desiderabilità sociale, significa che le stime raccolte in società meno inclusive tendono a essere sistematicamente più basse, non perché ci siano meno persone trans, ma perché meno persone si sentono sicure nell’esprimersi [7].
Stime globali: cosa sappiamo
Le stime del Williams Institute
Il Williams Institute della UCLA è il centro di ricerca più citato in materia. Nel 2016, Flores et al. hanno stimato che lo 0,6% degli adulti statunitensi — circa 1,4 milioni di persone — si identificava come transgender, utilizzando dati dal Behavioral Risk Factor Surveillance System (BRFSS) [2]. Nel 2022, Herman, Flores e O’Neill hanno aggiornato queste stime: oltre 1,6 milioni di adulti e giovani negli Stati Uniti si identificavano come transgender, con i giovani tra i 13 e i 17 anni che rappresentavano il 18% della popolazione transgender complessiva, in aumento rispetto al 10% delle stime precedenti [1].
Le stime più recenti del Williams Institute, basate su dati aggiornati, indicano che circa 2,8 milioni di persone dai 13 anni in su — l’1,0% della popolazione statunitense in quella fascia d’età — si identificano come transgender [1]. Tra gli adulti, la percentuale è dello 0,8% (oltre 2,1 milioni), mentre tra i giovani dai 13 ai 17 anni raggiunge il 3,3% (circa 724.000 giovani) [1]. L’aumento rispetto alle stime precedenti riflette in parte il miglioramento dei metodi di raccolta dati, specialmente per quanto riguarda i giovani.
La meta-regressione di Meerwijk e Sevelius
Uno studio particolarmente rilevante è la meta-regressione di Meerwijk e Sevelius (2017), pubblicata sull’American Journal of Public Health [3]. I ricercatori hanno analizzato 12 sondaggi basati su campioni probabilistici condotti tra il 2007 e il 2015 negli Stati Uniti. Il loro modello ha spiegato il 62,5% dell’eterogeneità tra gli studi e ha identificato un effetto significativo del tempo: le stime di prevalenza aumentavano con ogni anno successivo [3]. Estrapolando al 2016, il modello suggeriva una dimensione della popolazione transgender statunitense di circa 390 adulti ogni 100.000, pari a circa 1 milione di persone.
Il dato cruciale di questo studio non è la cifra in sé, ma la dimostrazione statistica che l’aumento nel tempo è un trend robusto e prevedibile — coerente con un fenomeno di progressiva visibilità, non con un improvviso cambiamento nella popolazione [3].
Stime internazionali
A livello globale, il sondaggio Ipsos LGBT+ Pride 2023, condotto su oltre 22.500 adulti in 30 Paesi, ha rilevato che l’1% della popolazione mondiale si descrive come transgender e un ulteriore 1% come non binario o gender-fluid [8]. Le differenze generazionali sono significative: il 6% della Generazione Z e il 3% dei Millennials si identificano come transgender, non binari o gender-fluid, rispetto all’1% della Generazione X e dei Baby Boomer [8].
Applicando le stime più conservative della letteratura scientifica (0,3-0,6%) alla popolazione mondiale, si ottiene una cifra compresa tra 25 e 50 milioni di persone transgender nel mondo. Se si utilizzano le stime più recenti, che includono l’autoidentificazione e le identità non binarie, il numero potrebbe essere significativamente più alto.
La situazione italiana
L’assenza di dati ufficiali
L’Italia non dispone di un censimento ufficiale della popolazione transgender. L’ISTAT non ha mai condotto un’indagine demografica specifica sulla prevalenza dell’identità transgender nella popolazione generale. I dati disponibili provengono principalmente dai centri clinici specializzati, che per definizione intercettano solo una frazione della popolazione.
Il progetto SPoT
Nel 2020 è stato avviato il progetto SPoT (Stima della Popolazione Transgender adulta in Italia), promosso dall’AOU Careggi di Firenze in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e la Fondazione The Bridge [11]. Si tratta della prima indagine sistematica sulla dimensione della popolazione transgender italiana. Prima di SPoT, i dati disponibili risalivano al periodo 1992-2008 e registravano numeri estremamente bassi (424 donne trans e 125 uomini trans), basati esclusivamente sulle persone che avevano effettuato un percorso clinico di transizione [11].
Stime per l’Italia
Applicando le percentuali della letteratura internazionale alla popolazione italiana di circa 59 milioni di abitanti, si possono formulare stime approssimative:
- Con la stima conservativa dello 0,3%: circa 177.000 persone
- Con la stima dello 0,6%: circa 354.000 persone
- Con la stima più ampia dell’1% (che include identità non binarie): circa 590.000 persone
Queste cifre sono coerenti con le stime non ufficiali riportate nella letteratura italiana, che indicano una popolazione transgender compresa tra 150.000 e 500.000 persone. Il sondaggio Ipsos del 2023 ha rilevato che in Italia il 4% della popolazione si definisce transgender, gender-fluid o non binario [8], ma questa cifra utilizza una definizione molto ampia che include l’intero spettro delle identità di genere non cisgender.
L’indagine ISTAT-UNAR sulle discriminazioni
Sebbene l’ISTAT non abbia prodotto stime di prevalenza, l’indagine ISTAT-UNAR del 2023 sulle discriminazioni lavorative ha fornito dati importanti sul vissuto delle persone trans e non binarie in Italia [12]. Su 630 rispondenti, il 34,1% erano uomini trans, il 19,4% donne trans e il 46,5% persone non binarie. I dati rivelano livelli molto elevati di discriminazione: il 66,1% ha subito discriminazioni a scuola, una persona su due nella ricerca di lavoro, e il 40,6% sul posto di lavoro [12]. Questi dati, pur non essendo stime di prevalenza, aiutano a comprendere perché molte persone trans preferiscono non rendersi visibili — il che a sua volta influenza tutte le stime basate sull’autoidentificazione.
Perché i numeri sembrano aumentare
Il fenomeno della “soglia di visibilità”
L’apparente aumento delle persone transgender non è un fenomeno unico nella storia della demografia sociale. Ogni volta che una caratteristica precedentemente stigmatizzata diventa più accettata, il numero di persone che la dichiarano apertamente aumenta. Non perché ci siano più persone con quella caratteristica, ma perché la soglia di visibilità si abbassa.
L’analogia con il mancinismo
Il parallelo più citato in letteratura è quello con il mancinismo. All’inizio del XX secolo, in molti Paesi occidentali le persone mancine venivano sistematicamente forzate a usare la mano destra. La prevalenza registrata del mancinismo oscillava tra il 3% e il 4%. Quando le scuole hanno smesso di imporre la mano destra — un processo graduale avvenuto tra gli anni ‘20 e gli anni ‘60 — la percentuale di persone mancine è aumentata rapidamente, stabilizzandosi intorno al 12%, dove si trova tuttora.
Nessuno ha mai sostenuto che le scuole “creassero” più mancini smettendo di punirli. Semplicemente, il numero di mancini era sempre stato intorno al 12%; la repressione lo teneva artificialmente basso. Lo stesso principio si applica alla visibilità delle persone transgender: la rimozione graduale dello stigma permette a un numero crescente di persone di esprimere un’identità che era sempre presente.
Lo stesso schema per l’omosessualità
Un andamento identico si osserva per l’orientamento sessuale. La percentuale di persone che si identificano come gay, lesbiche o bisessuali è aumentata costantemente nelle ultime decadi — non perché ci siano “più omosessuali”, ma perché più persone si sentono libere di rispondere onestamente. I sondaggi Gallup negli Stati Uniti mostrano che la percentuale di adulti che si identificano come LGBT+ è passata dal 3,5% nel 2012 al 7,6% nel 2023, con la quasi totalità dell’aumento concentrato nelle generazioni più giovani.
L’effetto generazionale
La revisione di Nolan, Kuhner e Dy (2019) ha documentato due trend chiari: la crescita nel tempo della proporzione di persone che si identificano come transgender, e una prevalenza più alta tra le generazioni più giovani [5]. Tra gli adulti statunitensi, l’identificazione transgender era più comune nella fascia 18-24 anni (0,7%) rispetto alle fasce d’età superiori [5].
Questo dato viene talvolta interpretato come prova che i giovani “diventano trans per moda”. Ma la spiegazione più semplice e coerente con i dati è che i giovani crescono in un contesto con maggiore accesso all’informazione e minore stigma, il che facilita il riconoscimento e l’espressione dell’identità di genere [5]. Non è che ci siano più giovani trans; è che più giovani trans possono dirlo.
Prevalenza e incidenza: una distinzione fondamentale
Nel dibattito pubblico si confonde spesso prevalenza (quante persone hanno una determinata caratteristica in un dato momento) e incidenza (quanti nuovi casi si verificano in un periodo). L’aumento della prevalenza registrata delle persone trans non implica un aumento dell’incidenza — cioè non significa che “nascano più persone trans”.
Arcelus et al. (2015) hanno documentato un aumento della prevalenza riportata nelle ultime cinque decadi, ma gli stessi autori sottolineano che le stime erano basate quasi esclusivamente su dati clinici e non fotografavano la popolazione generale [4]. Man mano che i metodi di raccolta si sono affinati — passando dai registri clinici ai sondaggi di popolazione, e da domande indirette a domande esplicite sull’identità di genere — le stime sono naturalmente aumentate.
Per fare un’analogia: se contiamo i pesci in un lago guardando solo dalla riva, otterremo un numero basso. Se usiamo un sonar, il numero sarà più alto. Non perché ci siano più pesci, ma perché il nostro strumento di misurazione è migliorato.
Cosa ci dicono i tassi di detransizione
I dati sulla detransizione offrono un’ulteriore prospettiva sulla precisione delle stime e sull’affidabilità dell’autoidentificazione.
Tassi di rimpianto chirurgico
La meta-analisi di Bustos et al. (2021), pubblicata su Plastic and Reconstructive Surgery - Global Open, ha esaminato 27 studi e 7.928 pazienti transgender che avevano effettuato interventi di chirurgia di affermazione di genere. Il tasso complessivo di rimpianto era dell’1%, uno dei più bassi in ambito chirurgico [10]. Questo dato suggerisce che la stragrande maggioranza delle persone che intraprendono un percorso di transizione medica lo fa con una consapevolezza consolidata della propria identità.
Le cause della detransizione
Lo studio di Turban et al. (2021), basato sui dati della U.S. Transgender Survey (27.715 partecipanti), ha rilevato che il 13,1% delle persone che avevano intrapreso un percorso di affermazione di genere aveva sperimentato una fase di detransizione. Tuttavia, l’82,5% di queste persone attribuiva la detransizione a fattori esterni: pressioni familiari (35,5%), stigma sociale (32,5%), difficoltà lavorative (26,8%). Solo il 2,4% indicava dubbi sulla propria identità di genere come motivo della detransizione [9].
Questo dato è cruciale: la detransizione non indica che “la persona non era davvero trans”, ma piuttosto che le condizioni sociali rendevano insostenibile vivere apertamente come persona transgender [9]. In molti casi, le persone che detransizionano riprendono il percorso quando le circostanze lo permettono.
Cosa significa per le stime di prevalenza
Se il tasso di “errore” nell’autoidentificazione fosse alto — se cioè molte persone si identificassero come trans “per sbaglio” — ci aspetteremmo tassi di rimpianto e detransizione molto più elevati. Il fatto che i tassi di rimpianto chirurgico siano intorno all’1% [10] e che la maggioranza delle detransizioni sia motivata da pressioni esterne [9] suggerisce che l’autoidentificazione come persona transgender è, nella grande maggioranza dei casi, stabile e accurata.
Le implicazioni dei dati
Non è una questione di numeri piccoli
Anche utilizzando le stime più conservative, stiamo parlando di milioni di persone a livello globale e di centinaia di migliaia in Italia. Queste persone hanno bisogno di accesso a cure sanitarie appropriate, protezione legale dalla discriminazione, rappresentazione nelle politiche pubbliche e visibilità nel discorso sociale.
La crescita si stabilizzerà
Se il modello del mancinismo è predittivo — e la letteratura suggerisce che lo sia — la percentuale di persone che si identificano apertamente come transgender continuerà a crescere fino a raggiungere un plateau naturale, determinato dalla reale prevalenza nella popolazione. Non sappiamo ancora quale sia questo plateau, ma i dati attuali suggeriscono che ci troviamo ancora nella fase ascendente della curva [3]. Ogni generazione cresce con meno stigma e più informazione, e questo si riflette in stime progressivamente più alte — non perché cambino le persone, ma perché cambia il contesto in cui possono esprimersi.
L’importanza della raccolta dati
L’assenza di dati ufficiali in molti Paesi, Italia inclusa, non è solo un problema accademico. Senza stime affidabili sulla dimensione della popolazione transgender, è impossibile pianificare adeguatamente i servizi sanitari, valutare l’efficacia delle politiche di inclusione e misurare l’impatto della discriminazione. Il progetto SPoT rappresenta un passo importante [11], ma c’è ancora molta strada da fare.
Conclusioni
Le persone transgender non sono un fenomeno recente e non sono “aumentate” nel senso che si intende comunemente. Ciò che è cambiato sono le condizioni sociali che permettono a un numero crescente di persone di vivere apertamente, e gli strumenti scientifici che ci permettono di contarle con maggiore precisione [3][7].
I dati disponibili convergono su alcune conclusioni chiave: le persone transgender rappresentano una quota significativa della popolazione (tra lo 0,3% e l’1% a seconda delle definizioni) [1][4][6]; i numeri sono più alti tra le generazioni più giovani per effetto della maggiore accettazione [5][8]; l’autoidentificazione come persona trans è nella grande maggioranza dei casi stabile e accurata [9][10]; e l’apparente aumento nel tempo riflette un cambiamento nella visibilità, non nella prevalenza reale [3].
Comprendere questi dati è il primo passo per affrontare il dibattito con la serietà che merita — lontano da allarmismi infondati e da narrazioni che riducono milioni di persone a una statistica da contestare.