Linguaggio inclusivo per le persone trans

Le parole contano. Non in senso retorico, ma in senso misurabile. Uno studio del 2018 dell’Università del Texas ad Austin (Russell et al.) ha dimostrato che l’uso del nome scelto da una persona transgender in diversi contesti — casa, scuola, lavoro, amicizie — è associato a una riduzione del 34% dei pensieri suicidari, del 65% dei tentativi di suicidio e del 71% dei sintomi depressivi gravi [1]. Non si tratta di gentilezza facoltativa: il linguaggio che usiamo per parlare di e con le persone trans ha un impatto diretto sulla loro salute.
L’italiano presenta sfide particolari. È una lingua profondamente gendered: ogni nome, aggettivo, participio passato e pronome porta una desinenza maschile o femminile. Per le persone non binarie, che non si identificano in modo esclusivo come uomo o donna, questa struttura linguistica può rappresentare un ostacolo quotidiano. Ma le soluzioni esistono — e sono più semplici di quanto si pensi.
Questa guida esplora gli strumenti del linguaggio inclusivo in italiano: dai pronomi al nome scelto, dalla schwa alla riformulazione delle frasi, dal deadnaming al misgendering, fino all’uso del linguaggio inclusivo nei contesti professionali e istituzionali.
Pronomi: lui, lei, loro
Il pronome è il modo più diretto con cui il linguaggio riconosce — o nega — l’identità di una persona. In italiano, i pronomi di terza persona singolare sono lui e lei. A differenza dell’inglese, dove il pronome neutro singolare they/them ha una lunga storia d’uso, l’italiano non dispone di un pronome neutro codificato dalla grammatica tradizionale.
Le opzioni in uso
Lui / lei: la maggior parte delle persone trans binarie (uomini trans e donne trans) usa il pronome corrispondente alla propria identità di genere. Un uomo trans usa lui, una donna trans usa lei. È la situazione più semplice, e richiede solo attenzione e rispetto.
Loro: alcune persone non binarie in Italia hanno adottato loro come pronome di terza persona singolare, sul modello dell’inglese they. L’uso di “loro” con valore singolare può suonare insolito, ma ha precedenti nella lingua italiana: il pronome di cortesia “Loro” è stato storicamente usato come forma di rispetto al singolare.
Nessun pronome: alcune persone preferiscono che si usi direttamente il loro nome al posto del pronome. Invece di “Lei arriva domani”, si dirà “Marta arriva domani”.
Come sapere quale pronome usare
La regola è semplice: chiedi. Un “Quali pronomi usi?” è appropriato, rispettoso e apprezzato. Le linee guida APA del 2015 per la pratica con persone transgender raccomandano esplicitamente ai professionisti di chiedere nome e pronomi piuttosto che dare per scontato il genere di una persona in base al suo aspetto [6].
Se non hai la possibilità di chiedere direttamente — ad esempio perché stai parlando di una persona pubblica che non conosci — cerca informazioni sui pronomi che quella persona usa nei propri profili o nelle dichiarazioni pubbliche. Nel dubbio, usa il nome.
Il nome scelto e il deadnaming
Il nome scelto è il nome con cui una persona trans si identifica, che può essere diverso dal nome registrato all’anagrafe. Il deadnaming consiste nell’usare il nome anagrafico precedente (chiamato deadname) di una persona trans, sia intenzionalmente sia per disattenzione.
Perché il deadnaming è dannoso
Lo studio di Russell et al. (2018) ha quantificato l’impatto dell’uso del nome scelto. Quando il nome scelto viene rispettato in tutti e quattro i contesti principali (casa, scuola, lavoro, amicizie), i giovani transgender mostrano riduzioni significative di depressione, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio rispetto a chi non può usare il proprio nome in nessun contesto [1].
La GLAAD Media Reference Guide specifica che il nome precedente di una persona trans non va mai usato, nemmeno per riferirsi al passato della persona [4]. Scrivere o dire “Quando si chiamava ancora…” invalida l’identità della persona e comunica il messaggio che la sua identità attuale sia meno autentica di quella precedente.
Regole pratiche
- Usa sempre il nome scelto, anche quando parli del passato della persona. “Quando Marco era piccolo…” è corretto, anche se al tempo Marco aveva un altro nome.
- Non chiedere il deadname per curiosità. Se la persona vuole condividere questa informazione, lo farà spontaneamente.
- Se vieni a conoscenza del deadname di qualcuno, non usarlo e non condividerlo con altri. Rivelare il deadname di una persona è una forma di outing.
- Aggiorna i tuoi contatti, le chat di gruppo, le email e qualsiasi altro riferimento al vecchio nome il prima possibile.
Il misgendering: cos’è e cosa causa
Il misgendering consiste nell’attribuire a una persona un genere diverso da quello in cui si identifica — attraverso pronomi, desinenze, titoli o riferimenti errati. In italiano, dove il genere grammaticale permea quasi ogni frase, il misgendering può avvenire in modi molto sottili: un aggettivo al maschile usato per una donna trans, un “bravo” al posto di “brava”, un “signore” al posto di “signora”.
L’impatto del misgendering
Uno studio del 2023 pubblicato sull’International Journal of Transgender Health ha analizzato la frequenza e le conseguenze del misgendering sulle persone non binarie in Canada. I risultati mostrano che il misgendering frequente è associato a livelli significativamente più alti di depressione, ansia e stress psicologico [2]. Il 59% delle persone non binarie nel campione veniva misgenderato quotidianamente [2]. Non si tratta di una questione di “sensibilità eccessiva”: è un’esperienza ripetuta con un peso cumulativo documentato dalla ricerca.
Il sondaggio 2024 del Trevor Project conferma questo dato in modo indiretto: meno della metà dei giovani transgender e non binari (46%) riferisce che la maggior parte delle persone nella propria vita usa i pronomi corretti [10].
Come correggersi
Sbaglierai. Tutti sbagliano, specialmente all’inizio o quando conoscono una persona da prima della sua transizione. Il punto non è non sbagliare mai, ma come gestisci l’errore.
La GLAAD raccomanda un approccio in tre passi [5]:
- Correggiti subito. “Ha detto che — scusa, ha detto che lei arriva alle tre.”
- Non drammatizzare. Evita scuse prolungate, giustificazioni o spiegazioni su quanto sia difficile per te. Questo sposta l’attenzione dalla persona trans a te, mettendola nella posizione di doverti consolare.
- Impegnati a migliorare. Esercitati in privato. Racconta un aneddoto sulla persona usando il nome e i pronomi corretti. La ripetizione crea automatismo.
Se ti accorgi di aver misgenderato qualcuno in sua assenza, correggiti comunque. Questo segnala agli altri che i pronomi corretti contano anche quando la persona non è presente.
La sfida dell’italiano: una lingua binaria
L’italiano è una lingua a genere grammaticale binario. Ogni sostantivo è maschile o femminile, e aggettivi, articoli, participi passati e pronomi si accordano di conseguenza. Non esiste un genere neutro grammaticale come in tedesco o in inglese (dove it e il singolare they offrono opzioni non binarie).
Questa struttura crea una difficoltà specifica per le persone non binarie. In inglese, una persona non binaria può chiedere l’uso di they/them senza che la grammatica venga stravolta. In italiano, ogni frase richiede scelte di genere: “Sono andato/andata al cinema”, “È stato/stata bravissimo/bravissima”, “Il/la mio/mia collega”.
Negli ultimi anni, la comunità linguistica italiana ha proposto diverse soluzioni. Nessuna è stata adottata ufficialmente nella lingua standard, ma tutte hanno il merito di rendere visibile un problema e di offrire strumenti a chi ne ha bisogno.
La schwa (ə)
La schwa (simbolo fonetico: ə) è una vocale media centrale presente in molte lingue del mondo, tra cui diversi dialetti italiani meridionali. È stata proposta come desinenza neutra per l’italiano dal linguista Luca Boschetto nel 2015 e successivamente diffusa dalla sociolinguista Vera Gheno, che ne ha discusso ampiamente nel libro Femminili singolari (2019) e nei suoi interventi pubblici [7].
Come funziona
La schwa sostituisce le desinenze di genere:
- ragazzo / ragazza diventa ragazzə
- tutti / tutte diventa tuttə
- benvenuto / benvenuta diventa benvenutə
- caro amico / cara amica diventa carə amicə
Per il plurale, alcuni propongono la schwa lunga (ɜ): ragazzɜ per indicare un gruppo misto senza ricorrere al maschile sovraesteso.
Il supporto della ricerca
Uno studio del 2023 pubblicato sul Journal of LGBTQ+ Mental Health ha analizzato la proposta della schwa come desinenza non specifica per il genere in italiano. La ricerca ha evidenziato il potenziale della schwa come strumento di inclusione linguistica, riconoscendo che l’adozione di forme neutre può contribuire a ridurre lo stress di minoranza nelle persone non binarie italiane [3].
I limiti pratici
La schwa presenta limiti concreti che è importante riconoscere:
- Pronuncia: molte persone non sanno come pronunciare il suono ə, che non fa parte del repertorio fonetico dell’italiano standard (sebbene sia presente in dialetti come il napoletano).
- Accessibilità: gli screen reader utilizzati dalle persone con disabilità visive spesso non leggono correttamente il carattere ə, creando un problema di accessibilità.
- Leggibilità: in testi lunghi, l’uso estensivo della schwa può rendere la lettura più difficoltosa.
- Tastiera: il carattere ə non è presente sulle tastiere standard italiane e richiede combinazioni di tasti o la copia del simbolo.
L’asterisco (*) e altre soluzioni
L’asterisco
L’asterisco è stato tra le prime soluzioni proposte per indicare apertura a tutti i generi nella scrittura italiana. Si usa al posto della desinenza di genere: *ragazz*,tutt*,car* amic**. È diffuso soprattutto in ambito accademico e attivista.
Il suo principale limite è che non è pronunciabile: è uno strumento esclusivamente scritto. L’Accademia della Crusca, nella sua consulenza del 2023 sull’uso dell’asterisco e di altre soluzioni, ha riconosciuto le ragioni alla base di queste proposte, pur esprimendo riserve sulla loro adozione nella lingua ufficiale [9].
La desinenza in -u
Alcuni propongono la vocale -u come alternativa neutra: ragazzu, tuttu. Ha il vantaggio di essere pronunciabile e di usare un carattere presente su tutte le tastiere. Tuttavia, la diffusione di questa soluzione resta molto limitata.
La riformulazione (il metodo più accessibile)
La strategia più pratica e immediatamente accessibile è la riformulazione delle frasi per evitare desinenze di genere. Questo approccio non richiede caratteri speciali, è pronunciabile, accessibile agli screen reader e comprensibile da tutti.
Esempi:
- Invece di “Sei pronto/pronta?” si può dire “Sei in forma per iniziare?”
- Invece di “Benvenuto/benvenuta” si può dire “Ti diamo il benvenuto” oppure “Che bello averti qui”
- Invece di “I colleghi sono stati bravi” si può dire “Il team ha fatto un ottimo lavoro”
- Invece di “Gli studenti devono iscriversi” si può dire “Chi frequenta il corso deve iscriversi”
- Invece di “Ognuno faccia il suo” si può dire “Ogni persona faccia la sua parte”
Questo metodo ha il vantaggio di funzionare in qualsiasi contesto — scritto e orale, formale e informale — senza richiedere l’adozione di nuove convenzioni grafiche o fonetiche.
Il dibattito: argomenti pro e contro
L’adozione di forme neutre in italiano è oggetto di un dibattito vivace, che coinvolge linguisti, attivisti, istituzioni e opinione pubblica. Presentare entrambe le posizioni in modo onesto è importante per una comprensione completa.
Le ragioni a favore
- Riconoscimento: per le persone non binarie, avere strumenti linguistici che riflettono la propria identità riduce l’esperienza quotidiana di invisibilità. Lo studio di Scandurra et al. (2021) su persone transgender italiane ha documentato che le persone non binarie in Italia affrontano livelli più elevati di stress di minoranza rispetto alle persone trans binarie, in parte a causa della mancanza di riconoscimento linguistico e sociale [12].
- La lingua evolve: l’italiano si è sempre trasformato nel tempo. Parole, costruzioni e usi grammaticali che oggi consideriamo normali erano innovazioni contestate in passato. La proposta di forme neutre si inserisce in questo processo naturale di evoluzione linguistica.
- Uso mirato, non universale: la maggior parte dei sostenitori della schwa e di altre soluzioni non chiede che vengano usate ovunque e da tutti, ma che siano disponibili come opzione per chi ne ha bisogno, specialmente quando ci si rivolge a persone non binarie che le richiedono.
Le ragioni contro
- Accessibilità: come riconosciuto anche da Vera Gheno [7], l’uso della schwa e dell’asterisco crea difficoltà per le persone con dislessia e per chi utilizza screen reader. Un linguaggio inclusivo che esclude le persone con disabilità rischia di spostare il problema anziché risolverlo.
- Leggibilità e naturalezza: per molti parlanti, le forme con schwa o asterisco risultano artificiose e rendono i testi meno fluidi. L’Accademia della Crusca ha espresso riserve sull’introduzione di queste forme nella lingua standard, pur riconoscendo la legittimità delle istanze di inclusione [9].
- Complessità grammaticale: l’italiano ha un sistema morfologico articolato in cui il genere interagisce con articoli, aggettivi, participi e pronomi. Introdurre un terzo genere grammaticale richiede modifiche a cascata che vanno oltre la semplice sostituzione di una vocale finale.
- Rischio di imposizione: alcune persone percepiscono l’adozione di forme neutre come un obbligo, generando una reazione di rifiuto che può ostacolare anziché favorire l’inclusione.
Una posizione equilibrata
Il dibattito sulle forme neutre è legittimo e utile. Ma è importante non confondere la discussione sugli strumenti con il principio sottostante: il rispetto per l’identità di ogni persona. Qualunque posizione si abbia sulla schwa o sull’asterisco, usare il nome e i pronomi che una persona chiede per sé non è una questione linguistica — è una questione di rispetto.
La sociolinguista Vera Gheno ha riassunto efficacemente questa posizione: l’obiettivo non è imporre una soluzione unica, ma ampliare le possibilità della lingua affinché nessuno si senta escluso [7]. Se la schwa non convince, la riformulazione delle frasi resta uno strumento potente e accessibile a tutti.
Linguaggio inclusivo nei contesti professionali
Il contesto lavorativo e istituzionale è un ambito in cui il linguaggio inclusivo ha un impatto particolarmente significativo. Le linee guida della Human Rights Campaign Foundation per l’inclusione transgender sul posto di lavoro (2023) offrono indicazioni pratiche che si applicano anche al contesto italiano [11].
Comunicazione interna
- Email e documenti: usa formule neutre nelle comunicazioni rivolte a gruppi (“Gentili colleghe e colleghi” oppure “A tutto il team” invece del solo “Cari colleghi”).
- Moduli e form: quando possibile, includi un campo aperto per il genere e un campo per i pronomi, oltre alle opzioni tradizionali.
- Badge e firma email: inserire i pronomi nella firma email (es. “Marco Rossi - lui/him”) normalizza la pratica e riduce la pressione sulle persone trans, che non saranno le uniche a farlo [11].
Comunicazione esterna
- Sito web e social media: utilizzare un linguaggio che non presupponga il genere del pubblico. Invece di “Benvenuto nel nostro sito” si può scrivere “Ti diamo il benvenuto nel nostro sito”.
- Customer service: formare il personale a non dare per scontato il genere di chi chiama o scrive. Usare il nome fornito dalla persona senza commentare, verificare o mettere in discussione.
- Modulistica: i moduli cartacei e digitali dovrebbero consentire l’inserimento del nome scelto oltre a quello anagrafico, quando le normative lo permettono.
Università e scuola
Diverse università italiane hanno adottato politiche di carriera alias — la possibilità per studenti transgender di essere registrati con il nome scelto nei sistemi interni, nelle liste di classe e nei badge, prima ancora del completamento dell’iter legale per il cambio di nome. Questo strumento, pur non avendo valore legale sui documenti ufficiali come il diploma, elimina una fonte quotidiana di disagio e misgendering.
Gli Standards of Care versione 8 del WPATH (2022) raccomandano che le istituzioni adottino politiche che rispettino il nome e i pronomi scelti dalle persone transgender e gender diverse, riconoscendo l’impatto positivo di queste pratiche sulla salute mentale [8].
Errori comuni e come evitarli
Ecco una lista di errori frequenti nel linguaggio usato per parlare di e con persone trans, con le relative correzioni.
Terminologia scorretta
“Un trans” / “una trans”: trans è un aggettivo, non un sostantivo. Si dice “una persona trans”, “un uomo trans”, “una donna trans”. La GLAAD Media Reference Guide sottolinea che usare “trans” come sostantivo riduce l’intera identità di una persona a una singola caratteristica [4].
“Transessuale”: questo termine è considerato datato da molte persone e organizzazioni [4]. Il termine preferito è “transgender” o semplicemente “trans”. Tuttavia, alcune persone — specialmente della generazione precedente — continuano a identificarsi come transessuali, e la loro scelta va rispettata.
“Vero uomo” / “vera donna”: implica che le persone trans non siano veramente uomini o donne. Un uomo trans è un uomo. Una donna trans è una donna. Aggiungere “vero” o “biologico” come qualificazione suggerisce che la loro identità sia meno autentica.
“Sesso di nascita”: la formulazione corretta è “sesso assegnato alla nascita”, perché il genere non viene scelto dalla persona ma viene attribuito sulla base dell’osservazione dei genitali al momento della nascita [6].
Costruzioni da evitare
“Era un uomo e ora è una donna”: una donna trans è sempre stata una donna. Non ha cambiato genere: ha reso la propria identità visibile e riconosciuta. Meglio: “È una donna trans” oppure “Le è stato assegnato il genere maschile alla nascita”.
“L’operazione”: non tutte le persone trans intraprendono percorsi chirurgici, e non esiste un singolo intervento che definisca la transizione. Inoltre, chiedere informazioni sugli interventi chirurgici è invasivo esattamente come lo sarebbe con una persona cisgender [4].
“Scelta di genere”: l’identità di genere non è una scelta. L’American Psychological Association, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le principali associazioni mediche internazionali concordano che l’identità di genere è una componente intrinseca della persona, con basi biologiche documentate dalla ricerca [6].
Guida rapida di riferimento
Per chi vuole un riepilogo pratico, ecco le regole fondamentali:
Fai sempre:
- Usa il nome scelto dalla persona, in ogni contesto
- Usa i pronomi richiesti (lui, lei, loro, o nessun pronome)
- Chiedi “Quali pronomi usi?” quando non sei sicuro
- Correggiti rapidamente e senza drammi se sbagli
- Esercitati in privato con il nome e i pronomi corretti
Non fare:
- Non usare il deadname, nemmeno per parlare del passato
- Non chiedere “Come ti chiamavi prima?” per curiosità
- Non usare “trans” come sostantivo
- Non chiedere informazioni su interventi chirurgici o genitali
- Non dare per scontato il genere di una persona dal suo aspetto
- Non usare la schwa o l’asterisco se la persona non li ha richiesti
Quando parli a gruppi:
- Usa formulazioni neutre (“Il team”, “Chi partecipa”, “Le persone presenti”)
- Alterna maschile e femminile se la riformulazione non è possibile
- Aggiungi i tuoi pronomi nella firma email e nei profili professionali
Oltre la grammatica
Il linguaggio inclusivo non si esaurisce nella grammatica. È un atteggiamento che riguarda il modo in cui parliamo delle persone trans nella conversazione quotidiana, nei media, nella politica e nell’educazione.
Usare un linguaggio rispettoso significa anche non ridurre le persone trans alla loro transizione, non trattare la loro identità come un argomento di dibattito su cui “sentire entrambe le parti”, non presentare la loro esistenza come una questione controversa. Le linee guida APA raccomandano di “depersonalizzare” le differenze e di trattare le identità transgender con la stessa naturalezza con cui si trattano le identità cisgender [6].
I dati parlano chiaro: le parole hanno conseguenze misurabili. Lo studio di Russell et al. mostra che un gesto semplice come usare il nome corretto può ridurre drasticamente il rischio suicidario [1]. Il sondaggio del Trevor Project del 2024 conferma che il supporto sociale — di cui il linguaggio è una componente fondamentale — è il fattore protettivo più forte per la salute mentale delle persone transgender [10].
Non serve adottare la schwa o padroneggiare ogni sfumatura del dibattito linguistico. Serve chiamare le persone con il nome che chiedono, usare i pronomi che preferiscono e correggersi quando si sbaglia. Il linguaggio inclusivo, nella sua forma più essenziale, è questo: riconoscere le persone per quello che sono.