Il rugby USA caccia le atlete trans piegandosi a Trump. E l'Italia?

Il ricatto è una delle forme più antiche per piegare un avversario, ma quando a esercitarlo è uno Stato contro una manciata di atlete dilettanti, prende il nome di accanimento politico.
Nei giorni scorsi, la notizia ha fatto il giro del web, rimbalzando con rabbia e frustrazione sui forum internazionali come il subreddit r/lgbt: USA Rugby ha ufficialmente vietato alle donne transgender di competere nelle categorie femminili. Non stiamo parlando solo della nazionale professionistica, ma di tutto il movimento rugbistico americano a livello domestico.
Un colpo di spugna che cancella decenni di inclusione. Ma la parte più inquietante non è solo cosa è successo, ma perché.
Il ricatto di Stato dietro l'esclusione
Stando ai documenti rilasciati dalla stessa federazione e riportati dalla stampa sportiva internazionale, USA Rugby non ha cambiato idea in base a nuove scoperte o revisioni scientifiche, ma si è piegata a un ricatto politico. Il Comitato Olimpico e Paralimpico degli Stati Uniti (USOPC) ha infatti intimato alla federazione di allinearsi all'Ordine Esecutivo 14201 emanato dall'amministrazione Trump — dal titolo inequivocabile "Keeping Men Out of Women's Sports" — pena la "potenziale perdita dello status di Organo Direttivo Nazionale (NGB)". In parole povere: o cacciate le atlete trans, o perdete il riconoscimento, i fondi e la capacità di sanzionare le partite.
La federazione si è così trovata con le spalle al muro. Nel suo comunicato, USA Rugby ammette che questo cambiamento "potrebbe essere in conflitto con i valori del nostro gioco" e di aver "esplorato tutte le opzioni disponibili" prima di cedere. Il risultato? L'abbandono totale dei vecchi parametri medici basati sulla soppressione del testosterone in favore di un ban assoluto: la categoria femminile sarà riservata esclusivamente alle persone assegnate femmine alla nascita (AFAB). Le atlete trans vengono relegate in una neonata "categoria Open" in cui può partecipare chiunque, senza distinzioni di identità o sesso alla nascita.
Come ha riassunto amaramente un utente proprio su Reddit, riassumendo il pensiero della comunità LGBTQ+ americana: "Queste politiche sono scritte per colpire al massimo un paio di dozzine di persone. È solo una forma di bullismo".
La "categoria Open" non è inclusione, è un ghetto
Non facciamoci ingannare dalle parole. Creare una categoria "Open" spacciandola per una soluzione inclusiva è pura cosmesi burocratica. Nello sport, e in particolare in uno sport di impatto fisico come il rugby, confinare atlete che hanno effettuato una transizione medica, perdendo di conseguenza massa muscolare e forza, in una categoria in cui si troveranno a giocare presumibilmente contro uomini cisgender, solleva proprio quel problema di sicurezza che i legislatori conservatori dicono falsamente di voler risolvere per le donne biologiche.
È la fine di un'era. Fino a poco tempo fa, nonostante World Rugby avesse già vietato la partecipazione delle donne trans ai vertici internazionali nel 2020, le federazioni nazionali potevano mantenere politiche più permissive a livello locale. USA Rugby era una di queste. Ora l'effetto domino fa paura.
E l'Italia? Il rischio di un contagio politico
Perché questa notizia che arriva da oltreoceano dovrebbe allarmarci qui in Italia? Perché nel nostro Paese il clima culturale non è poi così diverso, e lo sport finisce regolarmente per diventare lo specchio delle tensioni politiche.
Abbiamo già visto durante le scorse Olimpiadi di Parigi come basti pochissimo per scatenare una vera e propria caccia alle streghe mediatico-politica. Il caso della pugile Imane Khelif (che non è transgender, ma è stata bersagliata da feroci speculazioni sui social e nei palazzi del potere) ha mostrato quanto le frange più conservatrici italiane siano pronte a cavalcare la narrazione della "sicurezza delle donne nello sport" per raccogliere facili consensi.
In Italia, il CONI e le federazioni nazionali (inclusa la FIR, Federazione Italiana Rugby) tendono ad allinearsi storicamente alle direttive internazionali. Se un gigante come USA Rugby capitola di fronte alla minaccia del taglio dei fondi da parte di un esecutivo ostile, cosa impedirà, un domani, che anche da noi si decida di strumentalizzare lo sport dilettantistico e di base per fare cassa politica sulla pelle delle persone trans? I diritti civili in ambito sportivo in Italia sono già fragili, spesso lasciati alla discrezionalità delle singole federazioni o delle società, orfani di una tutela legislativa ampia contro l'odio omotransfobico.
Il diritto al gioco non si baratta
USA Rugby si è trovata davanti a un bivio: difendere le atlete più vulnerabili o salvare i conti e il proprio status burocratico. Ha scelto la seconda strada. Possiamo comprenderne la posizione pragmatica e il potere di ricatto di un Ordine Esecutivo presidenziale, ma non possiamo ignorarne la portata discriminatoria ed escludente.
Se bastano una firma e la minaccia sui fondi per cancellare anni di inclusività sportiva, significa che i diritti delle persone transgender nello sport non sono mai stati realmente acquisiti: sono solo in affitto. E il padrone di casa, oggi, ha deciso di cambiare la serratura.
Siamo davvero disposti ad accettare passivamente che il diritto allo sport valga per tutti, tranne che per chi disturba la narrazione politica di turno?
Fonte: USA Rugby bans trans women from women’s competition · 2 marzo 2026
Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.
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