Trump ricatta le università sulle atlete trans. Ma c'è chi dice no.

L'amministrazione Trump ha deciso di trasformare il sistema educativo americano in un campo di battaglia ideologico, brandendo i fondi federali come arma di ricatto. Il bersaglio? Ancora una volta, i corpi, le vite e la dignità delle persone transgender. Ma questa volta, qualcuno ha deciso di non chinare il capo.
Nei giorni scorsi, la San José State University (SJSU) in California ha intentato una causa formale contro il Dipartimento dell'Educazione degli Stati Uniti. È una mossa giuridica storica, che rifiuta di capitolare di fronte a quello che l'ateneo californiano ha definito nei documenti legali un "abuso di potere senza basi legali".
La vicenda ruota attorno alla squadra di pallavolo femminile dell'università, al centro di aspre polemiche dal 2024 per la presenza di un'atleta transgender, che aveva spinto diverse squadre avversarie a boicottare gli incontri. Per la nuova amministrazione statunitense, l'inclusione di questa ragazza costituirebbe una violazione del Titolo IX, la legge federale nata originariamente per prevenire le discriminazioni basate sul sesso nell'istruzione. Si tratta di un capovolgimento logico e giuridico inquietante: usare una normativa anti-discriminazione per discriminare attivamente una minoranza.
Un ricatto milionario e l'obbligo di "scuse"
Le richieste del governo federale per chiudere l'indagine senza sanzioni superano il confine della direttiva politica per sfociare nell'umiliazione istituzionalizzata. Per mantenere 130 milioni di dollari in aiuti finanziari per i propri studenti e ben 175 milioni in fondi di ricerca, la SJSU avrebbe dovuto accettare condizioni draconiane.
Stando a quanto riportato dai media americani, l'ultimatum governativo pretendeva che l'università adottasse definizioni esclusivamente "biologiche" e immutabili di maschio e femmina, bandisse le donne trans dagli sport e dalle strutture femminili, e ritirasse le eventuali medaglie vinte. Non solo: in un macabro tocco di gogna pubblica, all'ateneo era richiesto di inviare "lettere di scuse personalizzate" alle atlete cisgender, esprimendo "sincero rammarico" per aver permesso a un'atleta trans di competere.
Di fronte a minacce simili, atenei d'élite come la University of Pennsylvania avevano già ceduto a inizio anno, accettando di assecondare le pretese governative sui record sportivi della nuotatrice trans Lia Thomas pur di non incorrere nei tagli dei fondi. La San José State University, invece, ha scelto la via dello scontro legale.
"Non è un passo che facciamo a cuor leggero", ha dichiarato la presidente della SJSU, Cynthia Teniente-Matson, annunciando la causa federale. "Tuttavia, abbiamo la responsabilità di difendere l'integrità della nostra istituzione e lo stato di diritto, assicurando al contempo che ogni membro della nostra comunità sia trattato in modo equo e in conformità con la legge".
Cosa ci insegna questo scontro in Italia?
Quello che accade oltreoceano non è mai solo un problema interno americano. È il collaudo di una strategia politica che i movimenti conservatori sono pronti a esportare a livello globale. L'obiettivo non è tutelare lo sport, né proteggere la presunta sicurezza femminile: è la cancellazione sistematica delle persone transgender dallo spazio pubblico.
In Italia, il dibattito sull'inclusione delle persone LGBTQ+ nello sport e nei luoghi dell'educazione è già profondamente tossico. Lo abbiamo visto con la demonizzazione subita dalla velocista paralimpica Valentina Petrillo, o con i costanti e ciclici attacchi politici alle "Carriere Alias" – i fondamentali strumenti burocratici che permettono agli studenti e alle studentesse trans di usare il proprio nome d'elezione a scuola e all'università, tutelandone il benessere psicologico e prevenendo l'abbandono scolastico.
Seppur storicamente protetto da una legge pionieristica per la sua epoca (la L. 164 del 1982 sulla riassegnazione di genere), il nostro Paese sconta l'imperdonabile affossamento del DDL Zan e un vuoto normativo allarmante contro i crimini d'odio omolesbobitransfobici. Alla luce di quanto accade oggi negli Stati Uniti, la domanda sorge spontanea: cosa succederebbe domani se un governo italiano decidesse di legare l'erogazione dei fondi del PNRR o il Fondo di Finanziamento Ordinario per le università all'eliminazione delle Carriere Alias o all'esclusione delle persone trans dagli spazi pubblici e sportivi?
L'azione coraggiosa della SJSU ci consegna una lezione inestimabile: l'arrendevolezza non ferma mai chi abusa del proprio potere. Scendere a compromessi sui diritti civili fondamentali di una minoranza, sperando ingenuamente di salvare il proprio tornaconto istituzionale o i propri bilanci, significa unicamente preparare il terreno per il prossimo, inevitabile ricatto.
Quando l'onda d'urto di queste politiche reazionarie busserà con forza alle porte delle nostre accademie e delle nostre istituzioni sportive, l'Italia avrà lo stesso coraggio di non cedere?
Fonte: San José State University Sues Trump Admin Over Anti-Trans Threats—Refusing to Capitulate · 9 marzo 2026
Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.
Resta aggiornato
Ricevi i nostri approfondimenti su diritti civili e identità di genere.
Iscriviti alla newsletter