Tennessee, aborto e omicidio: l'estrema deriva contro i diritti riproduttivi

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Tennessee, aborto e omicidio: l'estrema deriva contro i diritti riproduttivi

Il corpo umano, in particolar modo quello femminile e delle persone con capacità riproduttiva, continua a essere il campo di battaglia prediletto dalle frange più conservatrici della politica internazionale. Il segnale più allarmante di queste settimane arriva dagli Stati Uniti, dove l'attacco all'autodeterminazione sta assumendo contorni sempre più radicali e punitivi.

Come riportato da La Voce di New York, in Tennessee è stata avanzata una "proposta shock: aborto equiparato all’omicidio, possibile pena di morte". Stando a quanto diffuso dalla testata, un gruppo di legislatori repubblicani statali avrebbe presentato un disegno di legge volto a cancellare ogni distinzione giuridica tra l'interruzione volontaria di gravidanza e il crimine di omicidio.

I fatti e le implicazioni giuridiche

Se approvata, questa normativa non si limiterebbe a vietare l'accesso all'aborto — già fortemente limitato negli Stati Uniti dopo il rovesciamento della storica sentenza Roe v. Wade nel 2022 — ma trasformerebbe un atto medico in un reato capitale. Nello Stato del Tennessee, infatti, l'omicidio di primo grado può essere punito con l'ergastolo o con la pena di morte. Equiparare giuridicamente un feto fin dal concepimento a un essere umano nato significherebbe esporre le donne, le persone transmasculine e non binarie che decidono di interrompere una gravidanza, così come il personale medico, al rischio estremo dell'esecuzione statale.

Da una prospettiva analitica, ci troviamo di fronte a un paradosso macabro: per difendere la "sacralità della vita" potenziale di un embrione, si arriva a istituzionalizzare la soppressione violenta della vita effettiva della persona gestante. Questo tipo di legislazione colpisce inevitabilmente e in modo sproporzionato le classi sociali più vulnerabili e le minoranze, coloro cioè che non dispongono delle risorse economiche per viaggiare verso i cosiddetti "Stati rifugio" dove l'aborto è ancora tutelato.

L'autonomia corporea: un filo che unisce aborto e diritti LGBTQ+

Questa notizia internazionale non dovrebbe essere derubricata a un mero fatto di cronaca estera. Il principio sotto attacco in Tennessee è l'autonomia corporea, lo stesso cardine attorno a cui ruotano gran parte delle battaglie per i diritti civili. La retorica del controllo sui corpi è trasversale: non è un caso che negli stessi Stati americani in cui si inaspriscono le leggi anti-aborto, proliferino anche proposte di legge volte a vietare i percorsi di affermazione di genere per le persone transgender. Quando lo Stato si arroga il diritto di decidere cosa una persona può o non può fare con il proprio corpo, sia in ambito riproduttivo che identitario, l'intero edificio dei diritti civili vacilla.

Il contesto italiano: nessun diritto è acquisito per sempre

Leggendo notizie così estreme provenienti da oltreoceano, potremmo essere tentati di sentirci al sicuro all'interno dei confini europei. Tuttavia, la realtà italiana ci impone di non abbassare la guardia. In Italia, l'interruzione volontaria di gravidanza è regolata e garantita (sulla carta) dalla Legge 194 del 1978. Eppure, l'esercizio effettivo di questo diritto si scontra quotidianamente con percentuali di medici obiettori di coscienza che in alcune regioni superano l'80%, rendendo i percorsi spesso estenuanti e psicologicamente gravosi.

Non abbiamo proposte di legge che prevedono la pena di morte, fortunatamente, ma l'impostazione colpevolizzante è sempre in agguato. Le recenti normative che aprono le porte dei consultori alle associazioni cosiddette "pro-vita" dimostrano come il tentativo di condizionare l'autodeterminazione avvenga oggi, in Italia, attraverso logoramenti burocratici e pressioni morali.

Così come per la piena applicazione della Legge 164/1982 sul cambio anagrafico per le persone transgender — o per la discussione mai realmente decollata sul fine vita e per l'affossamento del DDL Zan — il nostro Paese dimostra una perdurante difficoltà a concepire i cittadini come unici titolari delle proprie scelte intime e mediche.

La proposta del Tennessee è il sintomo di un arretramento globale. La domanda che resta aperta è: fino a che punto i nostri anticorpi democratici saranno in grado di resistere, quando l'erosione silenziosa del diritto all'autodeterminazione si maschera sotto le vesti della tutela morale?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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