Il TAR silenzia i Pro Vita: colpevolizzare l'aborto non è libertà

Le strade non sono un tribunale dell'Inquisizione a cielo aperto. Eppure, da anni, alcune associazioni estremiste scambiano lo spazio pubblico per un palcoscenico dove mettere alla gogna chiunque non si pieghi alla loro visione del mondo. La buona notizia di oggi arriva da Reggio Calabria, dove il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) ha confermato, nero su bianco, una verità che dovrebbe essere ovvia: colpevolizzare chi sceglie di abortire non è un diritto inalienabile, è una violenza.
I fatti e il finto vittimismo
Con la sentenza n. 78 del 3 febbraio 2026, il TAR calabrese ha respinto il ricorso dell'associazione Pro Vita & Famiglia ONLUS, confermando la piena legittimità dell'azione del Comune di Reggio Calabria, che aveva opportunamente rimosso i loro manifesti anti-aborto. Le gigantesche affissioni mostravano il volto di una giovane donna e recitavano un messaggio inequivocabile: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stopaborto».
Apriti cielo. I circuiti del conservatorismo cattolico sono immediatamente insorti, indossando le loro migliori vesti da martiri. Il blog tradizionalista Messainlatino.it ha prontamente ospitato un lungo intervento per denunciare a gran voce quella che definisce una "Censura sui manifesti contro l’aborto". Il pezzo, a firma di un ex magistrato, definisce "assai criticabile l’avallo da parte del TAR della Calabria" e minimizza sdegnosamente quello che i giudici hanno individuato come un potenziale e grave "turbamento" psicologico per le donne.
La linea sottile tra opinione e aggressione
Ma di quale censura stiamo parlando? Il TAR non ha inventato nuove leggi liberticide per tappare la bocca ai sedicenti pro-vita, ma si è limitato ad applicare il Nuovo Codice della Strada. L'articolo 23, comma 4-bis, vieta infatti espressamente sulle strade messaggi pubblicitari che propongano stereotipi di genere offensivi, messaggi violenti o "lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili".
E l'aborto, in Italia, non è una macchia morale, ma un diritto civile conquistato a caro prezzo e sancito dalla Legge 194/78. Non è una colpa da espiare, non è un reato da punire, e soprattutto non è un peccato di cui ci si debba vergognare guardando un cartellone di sei metri per tre mentre si va a lavorare o a fare la spesa.
Nel loro articolo, i difensori dei Pro Vita si spingono a contestare la nozione stessa di "turbamento", sostenendo freddamente che la vista di un manifesto del genere potrebbe tradursi in uno "stimolo a rimettere in discussione" la decisione di abortire. Ecco svelato l'inganno: ciò che i tribunali qualificano giustamente come aggressione psicologica, loro lo chiamano "stimolo". Come se una donna che affronta un iter clinico e personale — spesso già gravato dallo stigma sociale e dai disservizi della sanità pubblica — avesse bisogno del parere non richiesto di un'associazione ultraconservatrice per sapere cosa fare del proprio corpo. È un paternalismo feroce, mascherato da sollecitudine etica.
Il contesto italiano: una trincea continua
La sentenza calabrese non è un caso isolato. Si inserisce nel solco tracciato già dal Consiglio di Stato contro le campagne shock delle organizzazioni anti-scelta, che negli ultimi anni hanno inondato le città italiane con immagini di feti giganti e slogan colpevolizzanti.
È un modus operandi preciso e sistematico: usare le crepe della nostra laicità per occupare militarmente lo spazio visivo, facendo leva sul senso di colpa per erodere un diritto che a livello politico fatica a essere pienamente difeso. In un'Italia dove la percentuale altissima di medici obiettori di coscienza rende spesso l'applicazione della 194 un percorso a ostacoli mortificante, l'aggressione visiva sui muri delle città è solo l'ultimo stadio di un boicottaggio continuo dei diritti riproduttivi.
Questa strategia dell'occupazione visiva, peraltro, non si limita all'aborto. Le stesse associazioni sono state protagoniste di campagne altrettanto ostili contro la comunità LGBTQ+, contro le carriere alias nelle scuole, e contro il ddl Zan. Il tentativo è sempre lo stesso: forzare le maglie della libertà di espressione fino a farla diventare licenza di diffamazione e accanimento.
Libertà per chi?
La libertà di espressione permette a chiunque di avere un'opinione, di scrivere libri, di organizzare manifestazioni e convegni. Ma l'articolo 21 della Costituzione non garantisce il diritto di imporre messaggi colpevolizzanti e dogmatici su suolo pubblico, invadendo la sfera privata altrui e calpestando le libertà altrui.
Oggi Messainlatino.it e la galassia reazionaria difendono il diritto di generare angoscia, derubricando il benessere psicologico delle donne a un fastidioso ostacolo burocratico. Ma la civiltà di un Paese si misura anche da come difende i cittadini dalle aggressioni imposte negli spazi condivisi.
La vera domanda da farci è questa: fino a quando dovremo affidarci al buonsenso dei singoli Comuni o alle sentenze isolate dei TAR per difendere la dignità delle persone? Quando avremo istituzioni capaci di affermare chiaramente, a livello nazionale, che il corpo delle donne non è una bacheca per i manifesti dell'estremismo morale?
Fonte: Censura sui manifesti contro l’aborto. Assai criticabile l’avallo da parte del TAR della Calabria - MiL - Messainlatino.it - · 8 marzo 2026
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