Suore contro trans in fin di vita: quando la fede nega i pronomi

Immaginate di essere nel vostro letto di morte, vulnerabili, divorati dalla malattia, e di dover implorare chi vi assiste non per una dose in più di antidolorifico, ma semplicemente per essere chiamati con il vostro vero nome. Non è l'incipit di una sceneggiatura distopica per una serie tv, ma la cruda realtà che emerge da una recente e controversa battaglia legale innescata negli Stati Uniti.
Come riporta il Washington Times, un gruppo di "suore cattoliche che assistono pazienti in fin di vita combatte il mandato transgender di New York su pronomi e sistemazione nelle stanze". Stando a quanto riportato dalla testata americana, l'ordine religioso ha deciso di trascinare in tribunale le autorità statali. Il motivo? Lo Stato di New York, all'avanguardia sui diritti civili, ha recentemente istituito un mandato che obbliga tutte le strutture sanitarie a rispettare l'identità di genere dei pazienti, garantendo l'uso sistematico dei pronomi d'elezione e l'assegnazione nei reparti e nelle stanze coerenti con il genere vissuto. Le religiose, appellandosi al Primo Emendamento, ritengono che obbedire a tali direttive antidiscriminatorie violerebbe irreparabilmente le loro convinzioni religiose.
Fede o diritto alla discriminazione?
Il punto focale di questa vicenda travalica il salotto del dibattito teologico per atterrare brutalmente sul terreno della dignità umana, proprio nel momento della sua massima fragilità. Il rifiuto intenzionale di utilizzare il pronome corretto, o la volontà di inserire una donna transgender in un reparto maschile (e viceversa), non può essere liquidato come un banale "disaccordo filosofico", come spesso viene derubricato dagli avvocati delle lobby conservatrici americane.
Nelle corsie d'ospedale, e specialmente in un contesto delicato come quello delle cure palliative e del fine vita, il misgendering sistemico e il deadnaming non sono mai meri scivoloni linguistici: sono veri e propri atti di violenza psicologica. Invalidano l'esistenza della persona proprio nell'istante in cui quest'ultima avrebbe più bisogno di rassicurazione, dignità e compassione. La libertà di culto è senza ombra di dubbio un diritto fondamentale e inalienabile, ma è lecito chiedersi se possa trasformarsi in un salvacondotto per discriminare liberamente all'interno di strutture di cura che operano per il pubblico. Quando le "convinzioni intime" di chi eroga l'assistenza si ergono a muro di gomma contro l'identità di chi viene curato, il sistema sanitario perde la sua vocazione universale.
L'ombra della sanità confessionale in Italia
Se questa notizia vi sembra solo un'eccentricità delle aule di tribunale d'oltreoceano, fareste bene a guardare alla situazione italiana con molta più attenzione. Anche se nel nostro Paese non esiste (purtroppo) un mandato regionale o nazionale legalmente vincolante sul rispetto dell'identità di genere nelle corsie pari a quello newyorkese, l'ingerenza della morale religiosa nelle strutture sanitarie è un ostacolo quotidiano.
Una fetta enorme della nostra sanità, specialmente quella convenzionata, è gestita da enti di chiara matrice cattolica. Le persone transgender e non binarie italiane conoscono fin troppo bene l'ansia terrorizzante che accompagna l'idea di un ricovero d'urgenza. Sanno cosa significa presentare documenti non ancora aggiornati (iter che in Italia, pur essendoci la storica Legge 164/82, resta lungo, costoso e farraginoso) e ritrovarsi di fronte a personale medico totalmente impreparato. Gli sguardi giudicanti, il rifiuto latente di usare il nome d'elezione, l'imbarazzo paralizzante nell'assegnazione del posto letto sono all'ordine del giorno.
In Italia manca quasi ovunque un protocollo nazionale standardizzato per l'accoglienza ospedaliera della comunità trans. L'affossamento in Senato del DDL Zan, tra i suoi infiniti danni collaterali, ha cancellato anche una storica opportunità: quella di formare e sensibilizzare obbligatoriamente il personale medico sulle discriminazioni legate all'identità di genere e all'orientamento sessuale. Di fatto, oggi, ricevere un trattamento dignitoso in una corsia italiana è spesso una grottesca roulette russa, affidata esclusivamente al buon cuore o alla sensibilità individuale dell'infermiere di turno, piuttosto che a un diritto inalienabile garantito dallo Stato.
Il paradosso della compassione
Il braccio di ferro legale che vede protagoniste le suore di New York è destinato a fare scuola nel panorama giurisprudenziale, ma nel frattempo pone tutti noi di fronte a un interrogativo etico a cui non possiamo sottrarci. Una sanità che seleziona chi rispettare in base ai dogmi di chi amministra la cura non è un servizio: è una forma di condizionamento.
Se il prezzo da pagare per ricevere cure compassionevoli negli ultimi giorni della propria vita è dover rinnegare se stessi, nascondere la propria verità per non urtare il credo religioso di un'infermiera o di una suora, allora stiamo drammaticamente fallendo come società civile. La domanda che ci deve perseguitare è una sola: a cosa serve alleviare il dolore di un corpo terminale, se poi, nel nome del proprio dio, ci si arroga il diritto di calpestarne l'anima?
Fonte: Catholic nuns serving dying patients fight New York transgender mandate on pronouns, rooming - Washington Times · 7 aprile 2026
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