Lo Stato ci obbliga a soffrire. Il vuoto sul fine vita è una tortura

Ci sono orologi che ticchettano in modo diverso, scandendo un tempo che non è fatto di ore e minuti, ma di fitte, spasmi e dignità che si sgretola. Per chi è prigioniero di una malattia irreversibile, ogni giorno di attesa è una sofferenza imposta da uno Stato che preferisce voltarsi dall'altra parte.
Sulle pagine dell'inserto 7 del Corriere della Sera [1], la giornalista Micol Sarfatti ha recentemente ospitato un dialogo essenziale e profondo tra Niccolò Nisivoccia e Tommaso Greco sul tema dell'eutanasia e del suicidio medicalmente assistito. Il titolo scelto per l'articolo è una sintesi perfetta e spietata della nostra realtà: «Una legge ora: il vuoto normativo è un'ingiustizia verso chi sta male» [1]. Mai parole furono più precise. Non stiamo parlando di un mero ritardo burocratico o di una lentezza parlamentare fisiologica: stiamo parlando di una deliberata abdicazione alle proprie responsabilità.
L'articolo del Corriere [1] punta il dito esattamente dove fa più male. Il cosiddetto "vuoto normativo" non è una sfortunata casualità, ma un comodo paravento dietro cui una politica paralizzata sembra nascondersi per non scontentare le frange più conservatrici e i dogmatismi ideologici. Nel frattempo, a pagare il prezzo di questa ignavia sono persone in carne ed ossa. Sono i malati che, nel pieno delle loro facoltà mentali ma devastati nel corpo, chiedono semplicemente di poter chiudere gli occhi senza dover fuggire in Svizzera come clandestini, sborsando decine di migliaia di euro. E chi non ha i mezzi economici o la forza fisica per affrontare il viaggio? Per loro, l'assenza di una legge si trasforma in quella che non possiamo non definire come una tortura di Stato.
L'inerzia crudele del Parlamento
Il quadro giuridico italiano attuale è frammentato e profondamente ipocrita. Abbiamo la Legge 219/2017 sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), un passo avanti importante per il rifiuto dell'accanimento terapeutico, ma ormai chiaramente insufficiente. E, soprattutto, abbiamo la storica Sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale — scaturita dal caso di Dj Fabo e Marco Cappato — che ha di fatto stabilito la non punibilità per l'aiuto al suicidio a condizioni cliniche ben precise (patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, e dipendenza da trattamenti di sostegno vitale).
La Consulta aveva esortato il Parlamento a legiferare per colmare il vuoto. Da allora, le aule romane sono rimaste scandalosamente mute. Le uniche iniziative concrete provengono da alcune Regioni virtuose o dai tribunali, dove i malati sono costretti a trascinare le ASL in giudizio pur di veder riconosciuto un diritto già sancito dai giudici costituzionali. Vi sembra un Paese civile quello in cui si chiede a chi sta morendo di passare i suoi ultimi giorni tra perizie mediche, avvocati e carte bollate?
Il corpo è nostro
Come attivisti ed editorialisti che si occupano quotidianamente di diritti civili e tematiche LGBTQ+, non possiamo non vedere l'enorme filo rosso che lega la battaglia per il fine vita a tutte le altre lotte per l'autodeterminazione. Che si tratti di difendere l'accesso ai percorsi di affermazione di genere per le persone transessuali ostacolate dalla vetusta Legge 164/82, di lottare per l'applicazione reale della 194 sull'aborto contro l'ingerenza dei movimenti anti-scelta, o di chiedere una morte dignitosa, il nucleo dello scontro è sempre identico: a chi appartiene il nostro corpo?
La presunzione delle istituzioni di poter disporre della nostra carne, di poter stabilire per legge quando il nostro dolore è "sopportabile" e quando un nostro desiderio di libertà è "valido", è una forma di violenza sistemica inaccettabile. Il corpo è il nostro primo e ultimo confine di libertà personale. Se non siamo padroni di decidere come vivere e come morire, non possiamo dirci veramente liberi.
Le riflessioni di Nisivoccia e Greco riportate dal Corriere [1] devono risuonare come un campanello d'allarme per tutta la società civile. Non possiamo continuare a delegare alla magistratura o al coraggio di singole associazioni ciò che dovrebbe essere il dovere primario del legislatore: tutelare i cittadini più fragili.
Quante altre persone dovranno spegnersi nel dolore, circondate dal silenzio delle istituzioni, prima che la politica trovi il coraggio di premere un pulsante in Parlamento? Di chi è la nostra vita, se alla fine non ci è permesso scegliere come lasciarla?
Fonte: Dialogo sul fine vita: «Una legge ora: il vuoto normativo è un'ingiustizia verso chi sta male» - Corriere della Sera · 18 marzo 2026
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