Sospesi dal Pride per aver difeso i diritti trans. Toccherà a noi?

La vetrina scintillante dei grandi Pride rischia di trasformarsi in una gabbia dorata? È quello che sembrerebbe emergere dall'altra parte del mondo, in Australia, dove il direttivo del Sydney Gay and Lesbian Mardi Gras (SGLMG) – una delle manifestazioni LGBTQ+ più celebri e imponenti a livello globale – ha sospeso per 28 giorni due dei suoi consiglieri, Damien Nguyen e Luna Choo. La loro 'colpa'? Aver difeso apertamente i diritti della comunità transgender.
Riportata originariamente dalla testata studentesca Honi Soit e approfondita dalla stampa locale australiana, la vicenda ha i contorni del paradosso. All'assemblea generale di fine 2025, i membri del Mardi Gras avevano approvato delle mozioni non vincolanti per rendere i diritti trans il focus principale dell'edizione 2026 e per ridurre la dipendenza dagli sponsor aziendali. Il direttivo si è tuttavia rifiutato di implementarle, citando non meglio precisati "obblighi di governance", "rischi legali e reputazionali" e la necessità di mantenere l'indipendenza dell'evento.
Nguyen e Choo – esponenti del collettivo radicale Pride in Protest – hanno osato dissentire, utilizzando le loro email istituzionali per rassicurare i membri sul loro sostegno personale alle mozioni approvate. Il risultato? Prima una censura formale e ora la sospensione temporanea decisa dal direttivo.
Burocrazia o censura politica?
Le parole di Damien Nguyen colpiscono dritto al punto e sollevano il velo sull'ipocrisia dell'istituzione: "Il Mardi Gras serve a unirsi su obiettivi comuni, come contrastare la transfobia continua, la brutalità della polizia e la complicità nei genocidi. Queste sono posizioni popolari all'interno della comunità LGBTQIA+... Chi saremmo come organizzazione guidata dalla comunità senza la comunità?".
A rendere la pillola ancora più amara c'è un dettaglio agghiacciante: durante il processo interno di censura, Luna Choo – l'unica donna trans del direttivo – sembrerebbe essere stata ripetutamente "misgenderata" (le sono stati rivolti pronomi sbagliati) proprio dai vertici dell'organizzazione. Le scuse successive, che Choo ha pubblicamente dichiarato di non poter accettare in quanto ritenute profondamente sminuenti, sanno di toppa peggiore del buco.
La scusa della "governance" regge fino a un certo punto. Quando un'organizzazione nata per rivendicare i diritti civili definisce un "rischio reputazionale" la difesa attiva delle persone trans, significa che l'esigenza di marketing ha preso il sopravvento sulla lotta politica. In un momento storico in cui i governi conservatori di mezzo mondo mettono nel mirino l'esistenza stessa delle persone transgender, i Pride dovrebbero essere le prime trincee di resistenza, non salotti buoni dove si smistano inviti e si silenziano i dissidenti.
Un campanello d'allarme per l'Italia
Sarebbe profondamente miope derubricare questo episodio a una lontana bega burocratica australiana. La tensione tra l'anima di protesta e quella istituzionale-commerciale attraversa da anni anche i nostri Pride. Ogni estate, in Italia, assistiamo al feroce dibattito sul pinkwashing aziendale: multinazionali che sfilano sui carri a giugno con loghi arcobaleno, ma che nel resto dell'anno ignorano le policy inclusive o tutelano assetti di potere discriminatori.
Ma c'è di più. Anche nel nostro Paese, le battaglie delle persone trans vengono troppo spesso trattate come "scomode" o "divisive" persino dai settori più moderati della politica alleata. Lo abbiamo visto chiaramente con il DDL Zan, dove l'identità di genere è stata costantemente messa in discussione e usata come merce di scambio sull'altare del compromesso parlamentare, per poi finire affossata tra gli applausi del Senato. E lo vediamo quotidianamente con l'immobilismo attorno alla Legge 164/82: una norma che fu pionieristica quarant'anni fa, ma che oggi risulta patologicizzante, farraginosa e obsoleta. Eppure, la sua riforma strutturale continua a non essere una vera priorità nell'agenda politica istituzionale.
Di chi è davvero il Pride?
L'episodio di Sydney non è solo cronaca interna di un'associazione, ma solleva una domanda ineludibile per tutti noi: di chi è il Pride? È un evento confezionato per i brand e per i politici in cerca di una facile passerella progressista, o è il megafono di chi non ha privilegi per farsi ascoltare?
Se un direttivo LGBTQ+ arriva a sospendere chi chiede di combattere la transfobia in nome delle "regole aziendali", abbiamo un grave problema sistemico. Il Pride è nato da una rivolta fisica e rabbiosa a Stonewall, innescata e guidata proprio da quelle persone trans, sex worker e gender non-conforming che oggi qualcuno vorrebbe nascondere sotto il tappeto per non spaventare gli investitori. Dimenticare questa storia, o peggio ancora censurarla, non è solo un errore di governance: è un tradimento.
Fonte: Pro-trans rights Mardi Gras Board Directors stood down - Honi Soit · 15 marzo 2026
Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.
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