Solo il 7% del mondo è libero. L'Italia guida il crollo: tocca a noi?

Immaginate di svegliarvi in un mondo in cui solo sette persone su cento possono esprimere liberamente la propria opinione, manifestare nelle piazze o difendere la propria identità senza rischiare ritorsioni, carcere o violenza di Stato. Non è la trama dell'ennesima serie distopica su Netflix: è la fotografia esatta, spietata e documentata del nostro presente.
Secondo il nuovo report People Power Under Attack 2025 del Civicus Monitor — i cui dati sono stati analizzati in Italia dal blog Info Data de Il Sole 24 Ore — la libertà di parola, di associazione e di manifestazione è in caduta libera a livello globale. I numeri sono un vero e proprio pugno nello stomaco per chiunque abbia a cuore le libertà fondamentali: appena il 7,2% della popolazione mondiale vive oggi in nazioni con uno spazio civico "aperto" o "ristretto" in modo fisiologico. Il resto del globo, ovvero quasi il 93% dell'umanità, respira l'aria pesante e tossica di regimi classificati come "repressi" o "chiusi".
I "cattivi maestri" della democrazia
Se siete tentati di pensare che questo scenario apocalittico riguardi solo dittature lontane, autocrazie conclamate o teocrazie integraliste, vi state illudendo. L'aspetto più agghiacciante dell'analisi di Civicus non è tanto il consolidamento dei regimi storicamente autoritari, ma il collasso interno delle cosiddette culle del diritto.
Il Segretario Generale di Civicus, Mandeep Tiwana, ha scattato un'istantanea che non lascia spazio a scusanti: "Vediamo una tendenza continua di attacchi al diritto delle persone di farsi sentire, di unirsi come collettività e di protestare per i propri diritti in tutto il mondo. Il declino di quest'anno è guidato da Stati spesso considerati modelli di democrazia come gli Stati Uniti, la Francia e l'Italia".
Sì, avete letto bene: l'Italia. Il nostro Paese viene citato esplicitamente a livello internazionale come motore di questo arretramento. Ma come ci siamo arrivati e, soprattutto, chi paga il prezzo più alto di questa repressione?
L'impatto sulla comunità LGBTQ+ e sui diritti civili
Quando lo spazio civico si restringe, chi respira per primo il gas asfissiante della censura? Le minoranze, sempre. Il report sottolinea come la detenzione dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti e dei manifestanti pacifici sia diventata la norma in decine di Paesi. Ad essere presi di mira in modo sistematico sono gli attivisti per i diritti delle donne, per l'ambiente e, immancabilmente, chi lotta per l'identità di genere e l'orientamento sessuale.
In Italia, questo clima di strisciante e crescente ostilità non è certo una rivelazione per chi vive sulla propria pelle le discriminazioni quotidiane. Il fatto che il nostro Paese sia indicato tra i colpevoli del declino globale ci costringe a toglierci i paraocchi: la criminalizzazione del dissenso e la marginalizzazione delle istanze civili stanno diventando sistemiche anche da noi.
Basta guardare al disastroso contesto legislativo e politico italiano. Siamo il Paese che ha applaudito a scena aperta all'affossamento del DDL Zan, condannando di fatto le persone LGBTQ+ e con disabilità a rimanere senza una tutela specifica contro i crimini d'odio. Siamo il Paese in cui le famiglie omogenitoriali si vedono cancellare i certificati di nascita dei propri figli dai tribunali, intrappolate in un vuoto normativo che la politica si rifiuta cinicamente di colmare. Siamo la nazione che costringe ancora le persone transgender a un logorante percorso clinico e legale, basato in larga parte su una legge — la 164 del 1982 — che fu pionieristica quarant'anni fa ma che oggi risulta burocratica, patologizzante e del tutto inadeguata rispetto ai moderni standard europei di autodeterminazione.
Reprimere il dissenso per fermare l'emancipazione
Il report discusso da Info Data ci ricorda una verità fondamentale: limitare la libertà di chi protesta per il clima (spesso bersaglio di misure detentive o pecuniarie sproporzionate, come evidenziato dai dati globali) è lo stesso muscolo autoritario che viene flesso contro i Pride, i presidi transfemministi o gli spazi sociali. Le libertà civili non sono un menù alla carta: o si difendono tutte, in modo intersezionale, o crollano tutte.
Se le democrazie occidentali iniziano a usare in modo spregiudicato gli strumenti tipici dei regimi per scoraggiare l'attivismo e la libera informazione — pensiamo alle querele bavaglio contro i giornalisti, alle strette sulle manifestazioni o a pacchetti sicurezza che sembrerebbero inasprire le pene per chi protesta pacificamente — il messaggio che mandiamo al resto del mondo è devastante. Si trasforma in un "liberi tutti" per gli autocrati.
Domani tocca a noi?
Leggere i dati di People Power Under Attack 2025 non può e non deve limitarsi a un effimero esercizio di indignazione social. Deve essere una sirena d'allarme che ci sveglia dal torpore. La libertà democratica non si spegne mai con un unico, plateale interruttore. Si perde un millimetro alla volta: un articolo di giornale non pubblicato, una piazza negata per motivi di "ordine pubblico", un diritto riproduttivo ostacolato, una famiglia arcobaleno cancellata con un colpo di spugna burocratico.
L'Italia, avverte il mondo intero, sta guidando questo declino. La domanda che dobbiamo porci oggi, come attivisti, come alleati LGBTQ+, come cittadini che non vogliono rassegnarsi, non è più "come è potuto succedere?". La vera domanda è: "Cosa siamo disposti a fare oggi per impedire che domani non ci sia più spazio per esistere?"
Fonte: Blog | Libertà e diritti civili in calo a livello globale: ecco cosa rivela il report People Power Under Attack 2025 - Info Data - Il Sole 24 ORE · 6 marzo 2026
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