Sette tentativi per esistere: l'odissea trans che l'Italia ignora

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Sette tentativi per esistere: l'odissea trans che l'Italia ignora

Immaginate di dover implorare lo Stato per vedervi riconosciuta la vostra esistenza. Immaginate di dovervi presentare davanti a uno sportello, sette volte in un anno e mezzo, solo per ottenere un pezzo di plastica che certifichi ciò che siete sempre stati. Non è la trama di un romanzo distopico, ma la realtà quotidiana di milioni di persone transgender in tutto il mondo.

In occasione dell'Human Rights Day sudafricano (che commemora il massacro di Sharpeville del 1960), il quotidiano The Star ha raccolto le voci e le storie di chi, nel 2026, deve ancora lottare per diritti che la maggioranza dà per scontati. Tra queste c'è quella di Danté, ventiquattrenne di Città del Capo.

L'odissea di Danté: un anno e mezzo per un documento

Danté racconta la sua transizione con una sincerità disarmante, svelando non solo i cambiamenti esteriori, ma la profonda scoperta di sé e della sua sessualità. "Prima di transizionare ero totalmente contrario a baciare o uscire con uomini", ha raccontato al giornale sudafricano, per poi scoprire che la libertà di essere se stessi scardina anche i paletti che ci si è auto-imposti.

Ma l'aspetto più brutale della sua storia è lo scontro con il muro di gomma delle istituzioni. Il cambio dei documenti d'identità è stato, usando le sue parole, "un processo di merda, a dire il vero, è stato un anno e mezzo di lotta con ogni cosa. Credo di essere tornato indietro circa sette volte solo per far avviare la pratica".

Un anno e mezzo di vita sospesa. Un anno e mezzo in cui mostrare la carta d'identità in banca, a un colloquio di lavoro o durante un controllo di polizia significava esporsi allo stigma, alla spiegazione forzata, all'umiliazione.

L'Italia e la preistoria dei diritti

Danté vive a diecimila chilometri da qui, eppure la sua storia parla direttamente all'Italia. Mentre in Europa Paesi come la Spagna hanno abbracciato leggi basate sull'autodeterminazione, nel nostro Paese siamo fermi alla Legge 164 del 1982. Una norma che all'epoca fu pionieristica, ma che oggi appare come un fossile burocratico.

Nel 2026, un cittadino o una cittadina trans italiana deve ancora affrontare un iter giudiziario, passare per tribunali, perizie estenuanti e spese legali altissime per ottenere la rettifica anagrafica. Anche in Italia, proprio come in Sudafrica, la burocrazia si trasforma in un'arma di logoramento. Un sistema che di fatto ti sussurra in faccia: se vuoi essere te stesso, devi sudare sangue.

L'autodeterminazione non è un capriccio

Nell'articolo di The Star, un'altra persona transgender, Cupido, sintetizza il cuore della questione in modo inequivocabile: "Per me è semplice: sono una donna, e perciò dovrei avere il diritto di essere riconosciuta come tale nel modo che scelgo".

Questa è l'essenza vera dei diritti umani. Non concessioni elargite dall'alto o premi per aver superato una corsa a ostacoli burocratica, ma il riconoscimento immediato e incondizionato della dignità di un individuo.

Il Sudafrica e l'Italia, due nazioni con costituzioni teoricamente avanzate, cadono entrambe sulla stessa ipocrisia: celebrare i diritti sulla carta mentre li si sabota agli sportelli. Fino a quando un nome su un pezzo di plastica richiederà anni di lotta, di umiliazioni e di infinite battaglie legali, nessun Paese potrà dirsi davvero libero. La domanda allora è d'obbligo: quanto deve costare, in Italia, il diritto di esistere?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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