Per lo Stato tua figlia esiste a 17 anni. L'assurdo calvario trans.

Non c'è nulla di più viscerale e naturale, per un genitore, che chiamare la propria figlia con il suo vero nome. Eppure, se nasci in Italia e sei una persona transgender, per far sì che quel nome finisca su un documento di identità devi prepararti a indossare l'elmetto, assumere avvocati e scendere in trincea contro lo Stato.
Come riportato dalle agenzie e dal palinsesto ufficiale, stasera alle 22.55 Rai 5 trasmette per il ciclo Hic Sunt Leones una puntata emblematica, dal titolo inequivocabile: «La battaglia legale di una madre per il riconoscimento della figlia transgender, riconosciuto a 17 anni».
Fermiamoci un momento su quel numero: 17 anni. Diciassette anni di vita in cui, per le istituzioni del tuo Paese, semplicemente non esisti per quello che sei. Vivi in un limbo burocratico dove ogni interazione quotidiana si trasforma in un potenziale trauma.
Un dinosauro giuridico chiamato Legge 164
Perché in Italia serve una "battaglia legale" per vedere riconosciuta l'identità di un'adolescente? La risposta risiede nella Legge 164 del 1982, la norma che nel nostro Paese regola la rettifica di attribuzione di sesso. Quando fu approvata, oltre quarant'anni fa, l'Italia fu pioniera in Europa. Oggi, tuttavia, quella stessa legge si è trasformata in un dinosauro giuridico, specialmente quando si applica ai minori.
Il percorso è un labirinto estenuante fatto di perizie psichiatriche, relazioni mediche, udienze in tribunale e mesi, spesso anni, di attesa per la sentenza di un giudice. Un iter che patologizza l'identità di genere, trattandola come un'anomalia da certificare piuttosto che come una realtà da tutelare. Mentre i tribunali italiani accumulano fascicoli e ritardi, ragazze e ragazzi trans affrontano il liceo, prendono l'autobus, vanno dal medico o in palestra esibendo documenti che riportano un nome morto (deadname) in netto contrasto con il loro aspetto e la loro identità sociale.
Se a scuola non è attiva una "Carriera Alias" – strumento di civiltà che la destra politica continua periodicamente ad attaccare e tentare di smantellare – l'appello mattutino diventa un momento di umiliazione pubblica.
Il privilegio dell'amore familiare
Il titolo del programma di Rai 5 accende i riflettori su un altro aspetto cruciale: la figura della madre. L'amore incondizionato di questa donna, che si fa carico del peso legale, economico ed emotivo di una causa in tribunale contro la burocrazia statale, è commovente. Ma è anche lo specchio di una profonda ingiustizia sociale.
Oggi, in Italia, sopravvivere come adolescente trans dipende quasi interamente dalla lotteria della famiglia in cui nasci. Se hai genitori alleati, disposti a pagare avvocati e psicologi pur di vederti felice e riconosciuta a 17 anni, puoi farcela. Ma cosa succede a chi nasce in famiglie rifiutanti? Cosa succede ai minori transgender che vengono cacciati di casa, o che non hanno le risorse economiche per intraprendere cause legali durature? Rimangono invisibili, schiacciati da uno Stato che delega i diritti civili al portafoglio e alla pazienza delle famiglie.
È tempo di cambiare le regole
Raccontare storie come questa sulla televisione pubblica è fondamentale. Hic Sunt Leones porta nelle case degli italiani non un dibattito ideologico astratto, ma la carne, il sangue e le lacrime di una famiglia reale. Documenta come la mancanza di una legislazione moderna e snella (basata sull'autodeterminazione, come avviene in altri Paesi europei) abbia un costo umano altissimo.
Non possiamo continuare a chiamare "battaglia" quello che dovrebbe essere un semplice diritto civile. L'identità di un individuo non può essere un trofeo da strappare dalle mani di un giudice alla vigilia della maggiore età. Guardiamo il documentario di stasera, indigniamoci per la fatica imposta a questa madre e a sua figlia, e chiediamoci: per quanto ancora permetteremo che l'identità di un adolescente sia tenuta in ostaggio dai tribunali italiani?
Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.
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