Princeton caccia un'atleta trans amatoriale. Domani tocca a noi?

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Princeton caccia un'atleta trans amatoriale. Domani tocca a noi?

Ci avevano promesso che si trattava solo di "equità". Ci avevano detto che l'obiettivo era proteggere le medaglie olimpiche, i record mondiali e le borse di studio femminili. Ma quando una prestigiosa università americana decide di cacciare una ragazza da una gara amatoriale a quindici minuti dal via, la maschera cade definitivamente e svela un'unica, brutale verità: non vogliono l'equità, vogliono l'invisibilità.

I fatti sono agghiaccianti nella loro banalità. Sadie Schreiner, atleta transgender, si era iscritta al Larry Ellis Invitational organizzato dalla Princeton University per il maggio del 2025. Non rappresentava nessuna squadra o associazione sportiva del circuito NCAA. Correva come atleta indipendente, una post-universitaria che voleva solo testare il proprio tempo. Non c'erano trofei o montepremi in palio. Eppure, stando a quanto riportato nella denuncia da lei presentata, a un quarto d'ora dalla partenza il suo nome è misteriosamente scomparso dalla lista. Le sarebbe stato comunicato apertamente che, in quanto donna trans, non poteva correre.

La maschera cade: non è mai stato per lo "sport equo"

Oggi la reazione della comunità sportiva è esplosa. Come documentato da un duro editoriale a firma del giornalista Max Freedman, pubblicato sulla celebre newsletter Erin In The Morning, gli atleti stanno organizzando un boicottaggio di massa per le prossime gare primaverili del 2026 di Princeton. L'obiettivo è colpire dove fa più male: "Penso che manderebbe un forte messaggio visivo e finanziario ai funzionari di Princeton... nessuno vuole presentarsi perché tutti sono arrabbiati per come hanno trattato Sadie", ha dichiarato Winter Parts, l'attivista che guida il boicottaggio.

La tesi dell'articolo originale centra perfettamente il punto politico della vicenda: "Il presunto accanimento contro le atlete transgender in eventi non professionistici segna un'allarmante escalation". Quando le politiche di esclusione — già ferocemente applicate nei circuiti agonistici ufficiali — dilagano fino a colpire eventi ricreativi e amatoriali, il messaggio diventa inequivocabile: non ti stiamo impedendo di vincere, ti stiamo impedendo di esistere nello spazio pubblico.

Come ha fatto notare Avery Prizzi, atleta non binario che sostiene il blocco delle partecipazioni: "È un'esperienza in cui non ci sono qualificazioni, non ci sono premi, nessun trofeo per il primo posto. Le persone ci vanno per correre veloce e ottenere un tempo per se stesse". Negare persino questo significa trasformare lo sport in una clava punitiva per chiunque non si conformi alla rigida divisione biologica imposta da chi governa le istituzioni.

L'ombra sull'Italia: un vuoto normativo pericoloso

Se pensate che questo sia un dramma confinato ai campus americani, vi illudete. In Italia viviamo immersi nella stessa identica psicosi collettiva, amplificata da una politica pronta a trasformare i corpi delle donne in armi di distrazione di massa. Lo abbiamo visto alle ultime Olimpiadi con la vergognosa caccia alle streghe scatenata contro atlete accusate (anche falsamente) di non essere "abbastanza donne", e lo vediamo ogni giorno nelle palestre e sui campetti di provincia.

La differenza fondamentale è che negli Stati Uniti, Sadie Schreiner ha potuto fare causa a Princeton appellandosi alla New Jersey Law Against Discrimination, una legge statale che proibisce la discriminazione nei luoghi pubblici. E in Italia? Nel nostro Paese, dopo l'affossamento del DDL Zan, manca uno scudo legale chiaro contro la transfobia. La Legge 164/82 regola, seppur faticosamente, i percorsi di transizione anagrafica, ma non ci protegge dal pregiudizio sistemico nello spogliatoio o su una pista d'atletica.

Lo sport amatoriale italiano è spesso in balia di federazioni locali che copiano e incollano passivamente le direttive escludenti internazionali, lasciando le persone trans in un limbo di incertezza legale e profonda vulnerabilità umana. Se una donna trans venisse cacciata domani da una maratona di quartiere a Milano o da un torneo di padel amatoriale a Roma, a quale legge potrebbe davvero aggrapparsi per pretendere giustizia immediata?

Il boicottaggio come arma di resistenza

Il movimento di resistenza nato contro l'Università di Princeton ci ricorda che la solidarietà trasversale è l'unico vero antidoto a questa deriva. Se le istituzioni sportive decidono di trasformare le piste di atletica in posti di blocco per il controllo dei genitali, spetta a chi ha il privilegio di non essere discriminato rifiutarsi di partecipare alla farsa.

La domanda che dobbiamo farci, come atleti, come tifosi e come cittadini, è scomoda ma inevitabile: per quanto tempo ancora permetteremo che l'odio venga spacciato per "tutela dello sport femminile"? Se arrivano a vietare a una ragazza di allacciarsi le scarpe e correre contro il cronometro, il problema non è mai stato lo sport. Il problema è un accanimento politico contro la diversità. E domani, senza le giuste tutele, in quella corsia sbarrata potrebbe trovarsi chiunque di noi.

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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