L'ONU striglia Londra: i diritti trans non cancellano le donne

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L'ONU striglia Londra: i diritti trans non cancellano le donne

Non esiste alcuna guerra tra i diritti delle donne e quelli delle persone transgender, se non in quel cortocircuito politico alimentato da chi, alla fine della fiera, punta a limitare le libertà di entrambi. E se a dirlo non è un collettivo di attivisti radicali, ma un gruppo di esperti indipendenti del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, allora è arrivato il momento di smettere di assecondare narrazioni tossiche e guardare in faccia la realtà.

La notizia arriva come una secchiata d'acqua gelida sulle politiche del Regno Unito. Stando a quanto riportato dalla testata giuridica Jurist.org e dal comunicato ufficiale dell'OHCHR (l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani) dello scorso 27 febbraio 2026, l'ONU è intervenuta a gamba tesa sulla revisione delle linee guida del celebre Equality Act 2010 britannico.

Cosa stava succedendo Oltremanica? A seguito di una controversa sentenza della Corte Suprema britannica dell'aprile 2025 (For Women Scotland v The Scottish Ministers), si era stabilito che il termine «sesso» all'interno della legge antidiscriminazione andasse inteso esclusivamente come sesso biologico. Questo pronunciamento ha di fatto svuotato di valore pratico il Gender Recognition Certificate (il documento che attesta il sesso legale delle persone trans nel Regno Unito), spianando la strada all'esclusione legale della comunità trans dagli spazi e dai servizi single-sex (per sole donne o soli uomini).

Di fronte a questa deriva, il monito dell'ONU è stato chirurgico. Nelle loro dichiarazioni, gli esperti hanno chiesto a Londra garanzie inequivocabili, sottolineando che «il risultato della revisione deve consentire alle persone transgender di condurre una vita sicura e dignitosa, pur continuando a sostenere solide protezioni per tutte le donne e le ragazze contro la discriminazione e la violenza».

L'inganno del femminismo escludente

Il passaggio chiave dell'intervento onusiano è quello che smonta, pezzo per pezzo, la retorica dei movimenti cosiddetti gender critical, che per anni hanno costruito la propria agenda politica sul terrore che le donne trans rappresentassero una minaccia per le donne cisgender.

«Proteggere i diritti delle persone transgender non è in tensione con la protezione dei diritti delle donne, ma può e deve essere raggiunto attraverso approcci coerenti, basati su prove e proporzionati», spiegano gli esperti. È una bocciatura solenne di quelle politiche che si basano sulla fobia e sul sospetto preventivo.

C'è di più. Il richiamo evidenzia come l'ossessione per la verifica del sesso si ritorca sistematicamente contro l'intera popolazione femminile. Decidere chi abbia diritto o meno di accedere a un determinato bagno significa autorizzare una «polizia del genere» basata su caratteristiche puramente estetiche. L'ONU lo dice a chiare lettere: escludere e controllare in base a stereotipi «danneggerebbe non solo le persone transgender, ma anche chiunque sia percepito come non conforme agli stereotipi di genere dominanti, inclusi molti uomini e donne che non sono transgender». Tradotto: se sei una donna dai lineamenti considerati troppo mascolini, diventi un bersaglio legittimo di questo stesso sistema di controllo.

E l'Italia? Una riflessione scomoda

Questa strigliata internazionale non riguarda solo i sudditi di Sua Maestà, ma parla a voce altissima anche a noi. In Italia, la situazione legale e sociale vive di un immobilismo cronico, spesso infiammato dalle stesse dinamiche d'importazione che l'ONU sta condannando a Londra.

Mentre una parte d'Europa guarda a leggi basate sull'autodeterminazione, da noi il percorso di transizione è ancora ancorato alla Legge 164 del 1982: una normativa pionieristica per l'epoca, ma che oggi appare patologizzante e inutilmente burocratica, costringendo le persone trans a estenuanti iter nei tribunali dove a decidere sulle loro identità sono periti e giudici.

Ma è sul piano del dibattito pubblico che stiamo scivolando verso lo stesso vicolo cieco del Regno Unito. Negli ultimi anni, l'Italia ha visto nascere polemiche feroci contro le carriere alias nelle scuole e ha assistito al naufragio del DDL Zan, affossato proprio – tra le altre cose – brandendo lo spauracchio dell'identità di genere. Quando una parte della politica nostrana avalla l'idea che l'identità di genere sia un «capriccio ideologico» pericoloso per le donne, sta legittimando esattamente le violazioni dei diritti umani criticate oggi dagli organismi internazionali.

Un monito per il futuro

La presa di posizione delle Nazioni Unite ci costringe a fare i conti con un dato di fatto: i diritti umani non sono un gioco a somma zero, dove per dare qualcosa a una minoranza bisogna per forza toglierlo a qualcun altro.

Costringere qualcuno a giustificare la propria esistenza, o peggio ancora sottoporre le persone a controlli umilianti per accedere a un servizio essenziale, non rende nessuna donna più sicura. Al contrario, trasforma la nostra società in un tribunale permanente, sempre pronto a giudicare chi non è abbastanza conforme. La vera domanda, a questo punto ineludibile, è: per quanto ancora i nostri governi fingeranno di non capirlo, sacrificando le vite di persone reali sull'altare di ciniche guerre culturali?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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