Manganellate a una donna trans: a Milano lo Stato chiede scusa (a metà)

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Manganellate a una donna trans: a Milano lo Stato chiede scusa (a metà)

Il rumore sordo del manganello che colpisce un corpo inerme, il grido soffocato sull'asfalto, le mani alzate in segno di resa ignorate da chi dovrebbe rappresentare la legge. Non è il frame di un film di denuncia, ma la realtà cruda documentata dai video che, mesi fa, hanno sconvolto Milano e l'Italia intera. Oggi, la giustizia mette un punto — seppur parziale — a quella vicenda: la condanna a 10 mesi per uno dei vigili coinvolti nel pestaggio di Bruna, donna transessuale, è stata confermata.

I fatti: quando la divisa tradisce la sua missione

Secondo quanto riportato dal Corriere Milano, la Corte d'Appello ha confermato la sentenza per uno degli agenti della Polizia Locale protagonisti dell'intervento in via Bocconi. L'accusa è pesante: lesioni aggravate dall'abuso di potere. La fonte specifica come la dinamica, catturata dai cellulari dei residenti, non abbia lasciato spazio a interpretazioni benevole: Bruna era a terra, non rappresentava una minaccia immediata, eppure è stata colpita ripetutamente.

Il passaggio chiave della sentenza sottolinea non solo l'eccesso nell'uso della forza, ma la sproporzione di un'azione che è sembrata più una spedizione punitiva che un controllo di polizia. "Hanno usato il manganello come se non fosse una persona", è il commento che circolava nei corridoi del tribunale, e la conferma della condanna ribadisce che il potere conferito dallo Stato non è una licenza di umiliare il prossimo.

Un'aggressione che non è mai "solo" un errore

Non possiamo derubricare questo episodio a una semplice "mela marcia" o a un momento di stress operativo. Quando una persona transessuale viene colpita mentre si trova in una posizione di estrema vulnerabilità, l'atto porta con sé un carico di pregiudizio che non può essere ignorato. Anche se la sentenza si concentra sul reato di lesioni, è impossibile non leggere tra le righe l'odio sistemico che colpisce i corpi non conformi.

In Italia, la discussione sui diritti civili sembra essersi fermata al palo dopo l'affossamento del DDL Zan. Non abbiamo una legge che riconosca l'aggravante di transfobia, lasciando i giudici a dover navigare tra norme generiche che spesso non colgono la specificità della violenza d'odio. La condanna di Milano è un segnale, certo, ma 10 mesi sembrano un buffetto di fronte alla gravità di un attacco portato da chi indossa un'uniforme.

L'Italia e il fantasma della L. 164/82

Il contesto italiano è paradossale. Da un lato abbiamo la Legge 164/82, pionieristica per l'epoca nel riconoscimento dell'identità di genere, dall'altro viviamo in un clima politico che flirta costantemente con la retorica dell'odio e del "decoro urbano" usato come clava contro le minoranze. Bruna non era solo una persona che stava creando disturbo (secondo la versione dei vigili); era un bersaglio facile perché percepita come "marginale" dalla società.

Cosa sarebbe successo se non ci fosse stato quel video? Quante volte episodi simili vengono archiviati come "resistenza a pubblico ufficiale" perché la parola di una persona trans vale meno di quella di un agente? Questa sentenza è una vittoria per Bruna, ma è una sconfitta per il sistema che non ha saputo prevenire una simile barbarie.

La domanda che resta dopo la sentenza

Questa condanna basterà a cambiare la cultura delle forze dell'ordine? Non serve solo punire a posteriori, serve formare, sensibilizzare, decostruire i pregiudizi di chi pattuglia le nostre strade. La sicurezza non si costruisce con il terrore, ma con il rispetto della dignità umana, senza eccezioni.

Oggi lo Stato ha chiesto scusa a metà attraverso un tribunale. Ma la vera domanda che dobbiamo porci è: quanto siamo lontani dal giorno in cui una persona trans potrà camminare per Milano senza temere né il buio dei vicoli, né le luci dei lampeggianti?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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