Manganellate a Bruna? "Uno sbaglio". L'assurda difesa in tribunale

Nel maggio del 2023, il video del pestaggio di Bruna ha fatto il giro d'Italia: una donna transessuale, disarmata, a terra e con le mani alzate, bersagliata da manganellate e spray al peperoncino da parte di due agenti della polizia locale di Milano. Oggi, in un'aula di tribunale, a quasi tre anni di distanza, quelle immagini agghiaccianti trovano finalmente una grottesca "spiegazione" da parte dei diretti interessati. E le loro parole, riportate in queste ore dal quotidiano Il Giorno, sono, se possibile, ancora più svilenti della violenza fisica.
"È stato uno sbaglio" e la banalità del male
Il primo agente imputato, l'autista della pattuglia che colpì Bruna alla testa con il cosiddetto bastone distanziatore, ha liquidato il gesto in aula con un laconico: "È stato uno sbaglio". Rivedendosi nei video girati dai cittadini dai balconi, ha poi aggiunto: "Se mi riguardo in quelle immagini ancora adesso non mi riconosco".
Uno sbaglio. Come dimenticare le chiavi a casa o imboccare una strada contromano. Non stiamo parlando di un errore di valutazione durante un conflitto a fuoco, ma di una pioggia di colpi inferti a una persona in palese, inequivocabile "posizione di resa" e "con le mani alzate". Derubricare una tale brutalità a una svista momentanea non è solo un affronto all'intelligenza pubblica, ma svela la facilità con cui la violenza può diventare un automatismo per chi indossa una divisa e si sente intoccabile.
L'omertà istituzionale: "Non spettava a me"
Ma è la deposizione del secondo agente imputato, il più alto in grado con ben 26 anni di servizio alle spalle, a tracciare il ritratto più cupo di questa vicenda. Davanti alle contraddizioni fatte emergere in aula, il vigile ha sostenuto di non aver avuto "la percezione corretta e precisa di quel che stava accadendo". Eppure, la nebbia si dirada curiosamente quando si tratta di giustificare l'omissione nel rapporto di servizio: "Non ho il dovere di segnalare comportamenti scorretti in mia presenza del sottoposto, spetta piuttosto all'ufficiale".
Ecco la sintesi burocratica dello scaricabarile: le botte diventano un'illusione ottica e denunciare gli abusi di un collega non rientra nei compiti della giornata. Non sorprende affatto che ai due sia contestato anche il reato di falso, per non aver riportato le violenze nel rapporto ufficiale. Questa non è semplice distrazione; è il manifesto di una copertura sistematica che, per troppo tempo, ha reso le fasce più marginalizzate della popolazione facili bersagli di chi abusa del proprio potere.
Cosa succede quando i telefoni sono spenti?
Il processo in corso a Milano non riguarda "solo" Bruna. Riguarda tutte le persone trans, sex worker, migranti o individui ai margini che ogni giorno subiscono controlli in Italia. Nel nostro Paese, le persone transessuali affrontano ancora oggi uno stigma feroce. Nonostante le tutele formali e leggi storiche come la 164/82, la realtà nei rapporti con le istituzioni è spesso segnata da pregiudizio e sospetto. Quando un agente ferma una donna trans in mezzo alla strada, c'è un disequilibrio di potere che si decuplica, alimentato anche da una retorica politica che spesso criminalizza le diversità.
Cosa sarebbe successo se alcuni cittadini non avessero ripreso la scena della Bocconi con i loro smartphone? Conosceremmo una storia completamente diversa: quella scritta nel rapporto ufficiale, dove l'aggressione era magicamente scomparsa e Bruna sarebbe stata probabilmente l'unica imputata, accusata di resistenza a pubblico ufficiale.
Questa vicenda ci sbatte in faccia, per l'ennesima volta, l'urgenza di strumenti di trasparenza, come l'introduzione dei codici alfanumerici sulle divise e l'obbligo di body-cam attive per tutte le forze dell'ordine, polizia locale inclusa. E dimostra come in Italia la testimonianza di una donna transessuale venga regolarmente considerata carta straccia fino a prova visiva contraria.
Gli imputati avranno diritto a difendersi fino all'ultimo grado di giudizio, e sarà un tribunale a stabilire le pene. Ma sul piano etico, civile e sociale, l'ammissione in aula è già una sentenza sulla cultura delle nostre forze dell'ordine. Se un corpo inerme che prende manganellate in testa è solo "uno sbaglio" e voltarsi dall'altra parte è "una questione di competenze", allora c'è un'intera catena di comando che deve guardarsi allo specchio.
E noi, come società, dobbiamo chiederci: vogliamo davvero continuare a delegare la nostra sicurezza a chi considera l'umanità altrui un dettaglio trascurabile nel verbale di fine turno?
Fonte: Bruna, parlano gli agenti imputati: "Colpita alla testa? Uno sbaglio". Ma non spettava a me segnalare" - Il Giorno · 14 marzo 2026
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