Il Maine vota per bandire le ragazze trans dallo sport. E l'Italia?

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Il Maine vota per bandire le ragazze trans dallo sport. E l'Italia?

Inizia tutto con un pacco di firme, scatoloni pieni di carta che all'apparenza rappresentano il massimo dell'espressione democratica. Ma quando la presunta maggioranza viene chiamata alle urne per votare sui diritti umani fondamentali di una minoranza marginalizzata, l'esercizio democratico rischia di trasformarsi, in modo subdolo, in tirannia.

È esattamente quello che sta accadendo nel Maine. Come riporta puntualmente il quotidiano Maine Morning Star, un'iniziativa popolare spietata dal titolo burocratico "An Act to Designate School Sports Participation and Facilities by Sex" (Una legge per designare la partecipazione sportiva scolastica e le strutture in base al sesso) ha superato la soglia delle 71.000 firme valide. Il risultato di questa mobilitazione? I cittadini dello Stato nordamericano decideranno a novembre tramite referendum se escludere le studentesse e gli studenti transgender dallo sport scolastico. Come si legge nel pezzo originale, i residenti del Maine "voteranno sui diritti degli studenti atleti transgender di accedere a squadre sportive, bagni e spogliatoi che siano in linea con la loro identità di genere".

La vita delle persone non è un sondaggio d'opinione

Rileggiamo attentamente le parole del Maine Morning Star. I cittadini "voteranno sui diritti". C'è un'aberrazione di fondo in questa frase. Quando mai il diritto di un adolescente di esistere pubblicamente, di praticare uno sport con i propri coetanei e di non essere ghettizzato in un bagno speciale, etichettato e separato dagli altri, dovrebbe diventare materia di scontro elettorale?

Dietro questo referendum non c'è una reale emergenza di "equità sportiva", ma un clima politico profondamente avvelenato e orchestrato a livello nazionale. Da tempo il Maine è nel mirino dell'amministrazione Trump, che non ha esitato a minacciare di tagliare pesantemente i fondi federali allo Stato se non si fosse adeguato alle direttive di esclusione delle ragazze trans dallo sport. La strategia è evidente: non potendo sempre far passare leggi discriminatorie nei parlamenti statali – dove a volte una minoranza ragionevole riesce a fare argine – l'estrema destra americana ricorre alle urne. Trasformare adolescenti transgender in un pericolo imminente per lo sport femminile è lo spauracchio perfetto per mobilitare un elettorato conservatore terrorizzato dal cambiamento.

L'Italia e lo sport: un muro di gomma e ipocrisia

Se pensiamo che le fredde acque dell'oceano Atlantico siano sufficienti a proteggerci da questa ondata reazionaria, stiamo commettendo un errore imperdonabile. In Italia, fortunatamente, non abbiamo un sistema di referendum propositivi così facile da strumentalizzare per colpire le minoranze, ma l'odio verso l'inclusione delle persone trans nello sport è già pane quotidiano per la nostra politica.

Basti pensare all'accanimento mediatico e istituzionale contro Valentina Petrillo, l'atleta paralimpica transgender italiana che, nonostante corra nel pieno rispetto dei regolamenti internazionali, è costantemente bersaglio di campagne denigratorie devastanti. Oppure alla surreale e feroce caccia alle streghe montata quest'estate durante le Olimpiadi di Parigi contro l'atleta algerina Imane Khelif. Pur non essendo transgender, Khelif è stata accusata di esserlo da politici di altissimo livello nel nostro governo, trasformando una gara di pugilato in un indegno palcoscenico di transfobia e allarmismo infondato.

In Italia abbiamo una legge sul cambio di genere, la pionieristica L. 164/82, che permette la transizione, ma l'impalcatura sociale e sportiva attorno alle persone transgender scricchiola paurosamente. La mancanza di una legge contro l'omolesbobitransfobia — affossata in Senato insieme al DDL Zan tra vergognosi scrosci di applausi — ha lasciato campo libero a continue discriminazioni. Nelle nostre scuole, il tema dei bagni e degli spogliatoi è ancora un campo minato, e l'approvazione delle carriere alias viene attaccata quotidianamente da mozioni di consiglieri regionali o esponenti politici nazionali che parlano di inesistenti "ideologie gender", minacciando i presidi che cercano di tutelare il benessere psicologico dei loro alunni.

A chi toccherà domani?

Il referendum del Maine non è solo un lontano fatto di cronaca estera. È un vero e proprio banco di prova per l'Occidente intero. Ci dimostra in modo lampante come i gruppi estremisti si stiano organizzando dal basso, impiegando gli strumenti formali della democrazia per smantellare i diritti civili pezzo per pezzo. Partendo da chi ha meno voce in capitolo: gli adolescenti.

Se il voto popolare può decidere quali corpi sono legittimi e quali devono essere confinati nell'ombra, chi sarà la prossima vittima di questo meccanismo? La vera domanda che dobbiamo farci, leggendo delle 71.000 firme depositate in Maine, non è chi vincerà a novembre. La vera domanda è: quando la stessa retorica escludente si farà ancora più istituzionale e organizzata in Italia, noi saremo pronti a difendere e proteggere i nostri giovani, o lasceremo che la politica li usi, ancora una volta, come carne da macello elettorale?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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