Aborto: Londra cancella il reato. In Italia siamo nel Medioevo?

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Aborto: Londra cancella il reato. In Italia siamo nel Medioevo?

Il corpo delle donne e delle persone gestanti non è una scena del crimine. Sembra un'ovvietà, ma nel 2026 l'autonomia riproduttiva è ancora, in larga parte del mondo, trattata come una concessione statale revocabile a piacimento. La notizia che arriva dal Regno Unito, però, ha il potenziale di segnare uno spartiacque storico: stando a quanto riportato, la Camera dei Lord si appresta a votare un disegno di legge su criminalità e polizia che depenalizzerebbe l'aborto per le donne, per qualsiasi motivo, fino al momento del parto. Un taglio netto con leggi vetuste che considerano l'interruzione di gravidanza un reato penale se non eseguita entro rigidi paletti.

Come ampiamente prevedibile, le gerarchie ecclesiastiche non sono rimaste a guardare. Sulle pagine di Agensir, agenzia di stampa cattolica, è rimbalzato l'allarme di Monsignor John Sherrington, responsabile per le questioni etiche della Conferenza episcopale d'Inghilterra e Galles. Secondo il prelato, la depenalizzazione "minaccerebbe ulteriormente la dignità del nascituro" e — con un capovolgimento logico che ha dell'incredibile — "renderebbe le donne più vulnerabili alla coercizione e agli abusi". L'arcivescovo ha inoltre chiesto ai fedeli di pregare "per un sistema sanitario che rispetti la dignità sia della madre che del bambino", appoggiando esplicitamente le campagne di pressione politica della ong Right to Life UK.

La retorica della "tutela" che nasconde il controllo

Leggere le parole esatte di Sherrington impone una riflessione critica profonda. Sostenere che rimuovere la minaccia del carcere per una persona che abortisce significhi esporla a maggiori abusi è un capolavoro di retorica patriarcale. La vera coercizione non è forse obbligare un individuo a portare a termine una gravidanza non desiderata sotto la scure del codice penale?

Non a caso, la Chiesa britannica spinge per approvare anche un emendamento mirato ad abolire la cosiddetta "pillola per posta", ovvero la telemedicina per l'aborto farmacologico. Sherrington invoca il ripristino delle "visite mediche obbligatorie di persona", sostenendo che la procedura a domicilio metterebbe "seriamente a rischio la salute della madre". Eppure, decenni di dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità dimostrano l'esatto contrario: l'accesso domiciliare e tempestivo alle pillole abortive rende la procedura infinitamente più sicura e meno traumatica, specialmente per chi vive in contesti di povertà, isolamento o violenza domestica. Costringere fisicamente le persone a recarsi in clinica non è una misura di tutela sanitaria: è un ostacolo logistico calcolato, un disincentivo puro e semplice.

E l'Italia? Ostaggio di un compromesso al ribasso

Mentre a Londra si discute di allontanare definitivamente lo spauracchio del diritto penale dai corpi femminili, in Italia sembra di vivere in un fuso orario diverso. Celebriamo la Legge 194/78 come un intoccabile totem dei diritti civili, ma spesso dimentichiamo di leggerne le scritte in piccolo: in Italia l'aborto non è tecnicamente depenalizzato. È un reato che viene "scriminato" (cioè non punito) solo se avviene alle rigide e specifiche condizioni dettate dallo Stato.

Se esci da quel recinto, torni a essere, per la legge, una criminale. La 194 ha sicuramente salvato innumerevoli vite dalla macelleria degli aborti clandestini, ma a quasi cinquant'anni dalla sua promulgazione mostra i limiti di un sistema che infantilizza chi sceglie di interrompere una gravidanza. Dover certificare il proprio disagio, subire la trafila dei sette giorni di "riflessione" obbligatoria e lottare per trovare un ospedale senza liste d'attesa infinite: tutto questo è violenza istituzionalizzata. Rimanere nel recinto legale è sempre più un'impresa titanica in un Paese dove l'obiezione di coscienza sfiora punte del 70% in intere regioni del Sud, e dove recenti manovre politiche hanno spianato la strada all'ingresso dei cosiddetti movimenti "pro-vita" direttamente all'interno dei consultori familiari.

La mossa del Regno Unito ci sbatte in faccia un'amara verità: difendere l'esistente non basta più. L'autonomia del proprio corpo è un diritto umano fondamentale e inalienabile, non un salvacondotto concesso per clemenza. Fino a quando l'aborto sarà trattato giuridicamente come un'eccezione a una regola penale, e non come una prestazione sanitaria basilare e garantita, la nostra libertà resterà appesa a un filo.

Siamo davvero disposti a guardare il resto dell'Europa che avanza, mentre noi ci rassegniamo a difendere a denti stretti dei consultori assediati?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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