Sei trans? Ti licenzio in nome di Dio. L'America trema.

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Sei trans? Ti licenzio in nome di Dio. L'America trema.

«Ho lasciato gli Stati Uniti solo per la mia sicurezza». Le parole di Ellenor Zinski, riportate in un'esclusiva della testata americana The Advocate, sono un pugno nello stomaco per chiunque dia per scontata la civiltà dei diritti nel mondo occidentale. Fino al 2023, Ellenor lavorava con successo come apprendista al banco di assistenza informatica della Liberty University, un noto ateneo cristiano conservatore in Virginia. Poi ha informato le Risorse Umane di essere una donna transgender e di aver iniziato un percorso di transizione medica. Il risultato? Licenziata in tronco. Non perché non sapesse riparare i computer, ma perché la sua stessa esistenza avrebbe violato i precetti teologici dell'istituto.

Oggi, il suo caso (Zinski v. Liberty University) si trova davanti alla Corte d'Appello del Quarto Circuito a Richmond, e la posta in gioco è terrificante. I giudici sono chiamati a rispondere a una domanda che sembrava appartenere a un'altra epoca: i datori di lavoro religiosi possono ignorare le leggi antidiscriminazione e licenziare i dipendenti per il solo fatto di essere trans?

Il confine tra fede e discriminazione

La strategia dell'università si basa sulla cosiddetta «eccezione ministeriale» e sulla tutela della libertà religiosa. L'obiettivo è aggirare la storica sentenza Bostock v. Clayton County del 2020, con cui la Corte Suprema USA ha stabilito che licenziare qualcuno perché omosessuale o trans equivale a una discriminazione basata sul sesso. Come fa notare The Advocate, quella decisione fu scritta dal giudice conservatore Neil Gorsuch, che estese le tutele ai lavoratori LGBTQ+ a livello nazionale, ma lasciò volutamente irrisolto il nodo dell'interazione con le rivendicazioni di libertà religiosa. Quel nodo è ora arrivato al pettine.

Ma Ellenor non era un pastore, né insegnava teologia. Risolveva problemi di rete. Come ha sottolineato in aula l'avvocato dell'ACLU Matt Callahan, l'eccezione ministeriale copre «i messaggeri della fede» che svolgono doveri religiosi. Per tutti gli altri dipendenti laici — e Callahan ha citato esplicitamente «i giardinieri, i bidelli e gli apprendisti informatici» — deve valere la legge federale antidiscriminazione.

Se dovesse passare la linea dell'ateneo, la libertà di culto si trasformerebbe in un'arma di distruzione di massa contro i diritti dei lavoratori. Il pericolo è così clamoroso che persino i giudici hanno sollevato un dubbio inquietante durante l'udienza. Il giudice James Wynn ha chiesto se, accettando questo principio, non si rischi di aprire la strada a discriminazioni persino sulla razza, domandando cosa impedirebbe a un'istituzione di adottare una dottrina suprematista e affermare che «solo le persone bianche possono venire».

E in Italia? Il paravento delle "organizzazioni di tendenza"

Sarebbe ingenuo derubricare questa notizia all'ennesima distopia di una lontana America polarizzata. Questo scontro legale parla direttamente anche a noi. Anche in Italia esiste un complesso e delicato equilibrio tra diritto del lavoro e istituzioni religiose.

Il nostro ordinamento, attraverso il D.Lgs. 216/2003 (che recepisce le direttive europee sulla parità di trattamento sul lavoro), prevede una deroga formale per le cosiddette "organizzazioni di tendenza", come scuole cattoliche, cliniche o associazioni confessionali. Queste possono richiedere che i propri dipendenti aderiscano all'etica dell'organizzazione, ma solo a patto che la religione o la convinzione personale costituisca un "requisito essenziale, legittimo e giustificato" per la mansione svolta.

Sebbene un istituto religioso in Italia faticherebbe moltissimo a licenziare legalmente una persona trans che svolge mansioni tecniche o laiche — grazie alle consolidate tutele antidiscriminatorie europee e alla Legge 164/1982 sul riconoscimento dell'identità di genere — il clima culturale rimane spesso tossico. Molto di rado si arriva al licenziamento diretto, ma le cronache sono piene di mancati rinnovi contrattuali o di pressioni psicologiche estreme che spingono alle dimissioni. È il cosiddetto mobbing ambientale, dove l'identità del lavoratore viene trattata come una macchia incompatibile con il decoro dell'istituzione.

Inoltre, la pressione politica per ampliare queste esenzioni è un rischio sempre presente. Non dimentichiamo che il DDL Zan è stato ferocemente contrastato e poi affossato in Senato anche, e soprattutto, agitando lo spettro della "libertà di espressione" e paventando un inesistente bavaglio per le scuole e le associazioni cattoliche.

Chi è il prossimo?

Il calvario vissuto da Ellenor Zinski non è una mera disputa di diritto teologico, ma una spietata lotta sul diritto di esistere nello spazio pubblico e di potersi mantenere economicamente senza dover nascondere chi si è. Un datore di lavoro non dovrebbe mai avere il potere di frugare nell'identità di genere o nelle cartelle cliniche dei propri dipendenti, usando i testi sacri come manuale per le Risorse Umane.

Se accettiamo che la "libertà religiosa" diventi il grimaldello legale per smantellare decenni di leggi antidiscriminatorie nei luoghi di lavoro, stiamo tacitamente legalizzando l'emarginazione di intere categorie di cittadini. La domanda che questa corte d'appello americana ci lascia in eredità è tanto semplice quanto paralizzante: se Dio diventa un lasciapassare legale per licenziare, chi di noi potrà mai dirsi veramente al sicuro?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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