5 anni di carcere per un bagno. L'Idaho contro le persone trans

Andrea Buttarelli · Generato con AI
5 anni di carcere per un bagno. L'Idaho contro le persone trans

Dimenticate la presunzione di innocenza, dimenticate la libertà personale e, soprattutto, dimenticate il banale e sacrosanto diritto di esistere all'interno di uno spazio pubblico. L'ultima frontiera dell'estremismo legislativo americano si sta consumando a Boise, in Idaho, dove una fazione politica ha deciso che la semplice presenza di una persona transgender in un bagno debba essere considerata un crimine punibile con il carcere.

Secondo quanto riportato da un'inchiesta di PBS, i legislatori dello stato stanno spingendo e votando una proposta di legge che vieterebbe alle persone trans di utilizzare i bagni e gli spogliatoi corrispondenti alla propria identità di genere non solo nelle scuole pubbliche o negli edifici governativi — un triste standard discriminatorio già in vigore in ben 19 stati americani — ma "anche all'interno di aziende di proprietà privata". Avete letto bene: ristoranti, cinema, supermercati, luoghi di lavoro. Se questa legge dovesse passare, la transfobia diventerà letteralmente un obbligo di Stato, imponendo la discriminazione anche a chi gestisce un locale e vorrebbe semplicemente accogliere i propri clienti in pace.

Quando la presenza diventa un reato

I dettagli del testo sembrano usciti da un romanzo distopico, ma sono la cruda realtà della politica americana di oggi. Entrare in un bagno o in uno spogliatoio designato per il sesso opposto a quello assegnato alla nascita costerebbe fino a un anno di prigione per il primo reato (classificato come misdemeanor). Alla seconda violazione, la mannaia si fa ancora più pesante: scatta il felony, un reato grave punibile con fino a cinque anni di carcere.

Per inquadrare la sproporzione morale e giuridica di questo accanimento, basta un dato offerto dalla stessa PBS: l'Idaho prevede pene decisamente più lievi per una prima condanna per guida in stato di ebbrezza.

Il senatore repubblicano Ben Toews, accanito sostenitore della misura, ha cercato di difendere l'impianto repressivo appellandosi a presunte questioni di "sicurezza" e "decenza", dichiarando testualmente che "spazi privati come bagni, spogliatoi e docce sono separati per sesso per un motivo" e che l'obiettivo sarebbe proteggere persone in "ambienti vulnerabili". Ma la realtà dietro a queste parole l'ha smontata in modo cristallino l'attivista trans Nikson Matthews durante un'audizione: "Crea un crimine che non si basa su una condotta o su un danno. Si basa sulla presenza, e per giustificarlo bisogna accettare che la sola presenza di qualcuno sia così traumatizzante e dannosa da dover essere criminalizzata".

Un aspetto ancora più indicativo della ferocia di questa norma è l'opposizione formale presentata persino dall'Associazione degli Sceriffi dell'Idaho. Le forze dell'ordine avevano richiesto l'inserimento di un emendamento di puro buonsenso: inserire l'obbligo di intimare alla persona di uscire dal bagno prima di procedere all'arresto (il cosiddetto "duty to depart"). I legislatori si sono categoricamente rifiutati. Lo scopo della legge, appare quindi evidente, non è tutelare la quiete pubblica, ma poter arrestare le persone trans sul fatto, umiliandole, schedandole e distruggendo la loro capacità di lavorare. Nessun essere umano può infatti sperare di conservare un impiego se gli viene vietato, per legge, l'uso dei servizi igienici durante un turno di otto ore.

L'ombra sull'Italia e sull'Europa

Ma perché una notizia proveniente dalle montagne rocciose dell'Idaho dovrebbe interessare noi che leggiamo traidue.com dall'Italia? La risposta è urgente: i diritti civili non hanno confini, e le guerre culturali nate oltreoceano sono da sempre l'ossigeno delle destre conservatrici europee e nostrane.

Nel nostro Paese, il cosiddetto "panico dei bagni" — l'idea, smentita da ogni statistica o report di pubblica sicurezza, che donne e bambini siano in pericolo se una donna trans usa i loro stessi servizi — viene già periodicamente sbandierato dalla politica reazionaria per soffocare il dibattito sulle tutele civili. L'Italia è stata la culla della storica e pionieristica Legge 164/1982 per il riconoscimento dell'identità di genere, ma oggi il nostro orologio normativo è drammaticamente fermo. L'affossamento ignominioso del DDL Zan ci ha lasciati tra i pochi Paesi in Europa senza una legge specifica contro i crimini d'odio legati all'identità di genere.

Negli Stati Uniti, come dimostra l'Idaho, i conservatori non si limitano più a negare le tutele civili, ma sono passati alla criminalizzazione attiva e militante dell'esistenza. Non appongono solo un cartello "Vietato l'ingresso", minacciano direttamente la prigione e la fedina penale sporca. Se il dibattito pubblico normalizza l'idea che un uomo trans o una donna trans non possano nemmeno entrare in un bar senza rischiare la galera, quanto tempo ci vorrà prima che un politico italiano decida di importare questo macabro format elettorale mascherandolo da "tutela delle famiglie"?

L'Idaho ci sta sbattendo in faccia cosa succede quando un'intera classe dirigente smette di considerare una minoranza come un gruppo di esseri umani e la riduce a un capro espiatorio, a un nemico da punire per il solo fatto di respirare. La domanda per noi, adesso, è tanto scomoda quanto ineludibile: stiamo assistendo a un remoto e isolato rigurgito estremista, o stiamo già guardando in faccia il nostro futuro?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

Condividi

Resta aggiornato

Ricevi i nostri approfondimenti su diritti civili e identità di genere.

Iscriviti alla newsletter