Fine vita: Genova si ribella, il Parlamento continua a scappare

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Fine vita: Genova si ribella, il Parlamento continua a scappare

L'agonia non può e non deve mai essere una condanna di Stato. Eppure, nell'Italia di oggi, il diritto a morire con dignità resta un privilegio per chi ha le forze economiche di fuggire all'estero, o per chi possiede la disumana resistenza psicologica necessaria per affrontare infinite battaglie nei tribunali. L'ultima spinta per abbattere questo muro di crudele indifferenza arriva dalla Liguria: stando a quanto riportato da GenovaToday, la battaglia per il fine vita è ufficialmente sbarcata in Comune, con la presentazione di una mozione che impegna l'amministrazione a sollecitare una legge nazionale chiara e strutturata in materia.

Il coraggio dei Comuni, l'ignavia di Roma

Parliamoci chiaro: la notizia in arrivo da Genova non è solo ordinaria cronaca amministrativa. È parte di un moto di ribellione istituzionale che sta infiammando i territori italiani da nord a sud. Città e Regioni si trovano costrette a farsi carico del dibattito sul suicidio medicalmente assistito per un motivo molto semplice, ma profondamente amaro: chi siede in Parlamento preferisce, da quasi un decennio, voltare lo sguardo dall'altra parte.

C'è una vigliaccheria di fondo nella nostra politica nazionale. Si delegano ai giudici, ai sindaci e ai direttori sanitari le decisioni eticamente scomode, nel terrore assoluto di perdere un pugno di voti dell'elettorato più conservatore. Il risultato? Un caos normativo pagato a caro prezzo, sulla propria pelle, dai cittadini più fragili.

La tortura della burocrazia

I fatti parlano da soli. Nel 2017 l'Italia ha fatto un importante ma limitato passo avanti con la Legge 219 sul biotestamento (DAT). Nel 2019, la storica sentenza 242 della Corte Costituzionale — scaturita dal coraggio di Marco Cappato e di Dj Fabo — ha tracciato il perimetro entro cui l'aiuto al suicidio non è penalmente punibile.

Ma attenzione: una sentenza della Consulta, per quanto rivoluzionaria, non sostituisce il lavoro che dovrebbe fare un Parlamento. In assenza di regole nazionali e procedure garantite, i malati si scontrano ogni giorno con aziende sanitarie locali in tilt, comitati etici paralizzati dai dubbi legali e rimpalli burocratici semplicemente crudeli. Mentre la politica romana perde tempo in calcoli elettorali, persone reali — prigioniere di corpi trasformati in gabbie di dolore insopportabile — vengono costrette a pietire e a dimostrare la propria sofferenza davanti a commissioni mediche lente ed estenuanti.

Il diritto di scelta come privilegio di classe

Il vuoto legislativo attuale, che iniziative politiche come quella presentata a Genova cercano disperatamente di colmare, trasforma il fondamentale diritto all'autodeterminazione in una inaccettabile questione di classe. Chi ha diecimila euro da spendere e una condizione clinica che gli permette ancora di affrontare un viaggio, prenota un biglietto per la Svizzera e ottiene la pace. Chi non ha i mezzi economici, o non può più essere fisicamente trasportato, resta condannato in patria, in balia dei tempi di una burocrazia cieca.

Mozioni come questa servono esattamente a mettere le istituzioni con le spalle al muro. Costringono la politica a guardare in faccia una realtà sociale che non può più essere arginata con i rosari sbandierati in televisione o con i grotteschi equilibrismi di partito. Nessuno chiede allo Stato di obbligare qualcuno a rinunciare alla vita; si chiede, semplicemente, di permettere a chi lo desidera, e si trova in condizioni di patologia irreversibile, di non soffrire più.

L'iniziativa del Comune di Genova è un raggio di luce civile in un panorama nazionale spesso oscurantista. Ma la vera domanda che deve rimbombare nelle stanze del potere a Roma, e nelle coscienze di tutti noi, è un'altra: fino a quando permetteremo che la nostra dignità dipenda dal coraggio di un singolo consiglio comunale o dalla firma di un giudice? Fino a quando accetteremo passivamente che il nostro dolore sia considerato proprietà esclusiva dello Stato?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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