Morire con dignità è un diritto. La destra del FVG avrà coraggio?

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Morire con dignità è un diritto. La destra del FVG avrà coraggio?

C’è una tortura forse peggiore del dolore fisico lancinante e incurabile: la spietata macchina burocratica di uno Stato che ti costringe a implorare per veder rispettato il tuo corpo e la tua dignità. Oppure, peggio ancora, che ti obbliga a un esilio forzato oltre le Alpi per poter chiudere gli occhi per sempre, lontano dalla tua casa.

L'appello dal Friuli Venezia Giulia

La notizia che riaccende il dibattito arriva dal Friuli Venezia Giulia, dove i consiglieri regionali di opposizione Enrico Bullian (indipendente del Patto per l’Autonomia-Civica), Massimiliano Pozzo e Francesco Martines (Partito Democratico) hanno lanciato una sfida inequivocabile alla giunta guidata da Massimiliano Fedriga.

In un paese in cui i diritti civili vengono troppo spesso sacrificati sull'altare dei calcoli elettorali, le parole del comunicato congiunto dei tre esponenti politici colpiscono per la loro urgenza: "È fondamentale che la Regione Friuli Venezia Giulia si esprima attraverso una normativa chiara, adeguata e rispettosa delle persone affette da malattie gravi e incurabili sul tema del fine vita". E aggiungono un pungolo politico diretto alla maggioranza: "Toscana e Sardegna, entrambe amministrate dal Centrosinistra, hanno già legiferato: il Friuli Venezia Giulia può essere la prima Regione governata dal Centrodestra a compiere questo passo".

Oltre la burocrazia, il dramma umano

Per comprendere il peso di questo appello, bisogna guardare ai fatti e alle persone, non solo ai codici. I consiglieri citano giustamente il caso di "Libera", pseudonimo di una donna affetta da sclerosi multipla, che in Toscana è recentemente riuscita a porre fine alle sue sofferenze tramite l'autosomministrazione di un farmaco attivato con un comando oculare. Ma per arrivare a quel momento di pace, Libera ha dovuto lottare per due anni. Due anni di battaglie legali ed estenuanti attese burocratiche. Ci è riuscita solo perché la Regione Toscana ha avuto il coraggio di approvare la Legge Regionale 16/2025, il cui impianto è stato sostanzialmente convalidato dalla Corte Costituzionale.

Il Friuli, purtroppo, è teatro in questi giorni di una narrazione ben più amara. Nelle scorse ore, Marco Cappato e Filomena Gallo dell'Associazione Luca Coscioni si sono autodenunciati alla Questura di Trieste dopo aver accompagnato in Svizzera la triestina Martina Oppelli. Attualmente indagati, come prevede la prassi in seguito alle loro stesse autodenunce, gli attivisti hanno sollevato il velo sulle presunte lentezze del sistema sanitario regionale. Ne è scaturito uno scontro istituzionale durissimo, con il presidente Fedriga che ha definito "una vergogna assoluta" le accuse di ingerenze politiche sulle aziende sanitarie locali (Asugi), minacciando di tutelare l'ente nelle sedi legali.

Il colpevole silenzio del Parlamento

Questa guerra di trincea tra governatori, attivisti e aziende sanitarie è in realtà il sintomo di una malattia più grave: la codardia del Parlamento nazionale. Dal 2019, con la storica Sentenza 242 sul caso Cappato-Dj Fabo, la Corte Costituzionale ha stabilito che, a determinate e rigorosissime condizioni, l'aiuto al suicidio non è punibile nel nostro Paese. Ha tracciato la rotta, esortando il legislatore a intervenire.

Eppure le Camere tacciono. Roma si gira dall'altra parte. E nel vuoto lasciato dallo Stato centrale, sono le singole Regioni a doversi far carico di colmare le lacune, nel disperato tentativo di fornire tempi certi alle verifiche mediche e ai pareri dei comitati etici. Senza leggi regionali chiare sulle tempistiche, il diritto faticosamente conquistato in tribunale si trasforma in un miraggio: le Asl rimanderebbero, i comitati etici prenderebbero tempo, e intanto le persone, semplicemente, soffrono. Un dolore inutile e crudele.

Un bivio per la destra italiana

La sfida lanciata da Bullian, Pozzo e Martines in Friuli Venezia Giulia va oltre i confini del Nord-Est. Dimostra che il diritto a un fine vita dignitoso non dovrebbe mai avere un colore politico. Chi si definisce "conservatore" o "liberale" dovrebbe avere a cuore, prima di tutto, l'autodeterminazione dell'individuo e la protezione dalla sofferenza di Stato.

Se la giunta regionale decidesse di raccogliere questo invito e legiferare, darebbe uno schiaffo morale all'immobilismo romano e aprirebbe una breccia storica nel centrodestra italiano. Se invece sceglierà la via dell'ostruzionismo burocratico, dovrà risponderne alla coscienza dei propri cittadini.

Non è più tempo di nascondersi dietro ai cavilli. Quanti altri cittadini dovranno farsi esiliare oltre le Alpi per morire in pace prima che la politica italiana capisca che la dignità umana non può essere ostaggio delle ideologie?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

Condividi

Resta aggiornato

Ricevi i nostri approfondimenti su diritti civili e identità di genere.

Iscriviti alla newsletter