Il fine vita ostaggio della destra ad Ancona. E lo chiamano 'studio'?

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Il fine vita ostaggio della destra ad Ancona. E lo chiamano 'studio'?

Si può definire "studio" un monologo in cui una sola fazione decide cosa è giusto e cosa è sbagliato sulla pelle altrui? Evidentemente sì, se ci troviamo nelle Marche.

I Fatti e la Denuncia

A sollevare il caso è un articolo a firma di Sara Ferreri su Il Resto del Carlino, che porta alla luce una dinamica preoccupante. Al centro della bufera c'è un evento sul fine vita, in programma ad Ancona, che gode di un appoggio istituzionale pesantissimo: il patrocinio della Regione Marche e del Comune. Un timbro ufficiale che, però, ha il sapore amaro della propaganda.

A lanciare l'allarme e chiedere un passo indietro alle due amministrazioni di centrodestra è la segreteria regionale di +Europa. L'accusa è netta: l'iniziativa è tutto tranne che un dibattito aperto. "Non c'è stato contraddittorio", denunciano gli esponenti del partito, sottolineando come l'impostazione dell'evento risulti "sbilanciata, ignorando le evoluzioni della giurisprudenza della Corte Costituzionale".

Il peso del "timbro" istituzionale

Sia chiaro: non si tratta di negare la libertà di espressione a chi è avverso all'eutanasia o al suicidio assistito. In un Paese democratico, chiunque ha il diritto di organizzare un raduno per ribadire le proprie posizioni conservatrici. Il cortocircuito, però, esplode quando a questa narrazione univoca viene concesso il crisma dell'ufficialità pubblica.

Come fa giustamente notare +Europa nelle sue dichiarazioni al Carlino, "il patrocinio implica una responsabilità: garantire pluralismo, non legittimare iniziative unilaterali". Concedere il logo del Comune o della Regione significa dire ai cittadini: questa è un'iniziativa che rappresenta i nostri valori e merita il sostegno della collettività. E quali sarebbero questi valori? Ignorare la sofferenza dei malati? Cancellare decenni di evoluzione civile?

Ancora più scivolosa è la pretesa di mascherare un consesso ideologico dietro l'etichetta dell'approfondimento. "Non chiamatela giornata di studio. Uno studio, per essere tale, richiede confronto, apertura e contraddittorio", incalza il partito. Ed è qui che emerge la gravità della situazione: studiare il fine vita oggi, in Italia, non può prescindere dalla storica Sentenza 242/2019 della Consulta (il caso Cappato/Dj Fabo), che ha depenalizzato l'aiuto al suicidio a determinate e rigorose condizioni. Un evento che pretende di parlare di fine vita eludendo l'unica vera tutela legale a disposizione di chi soffre in modo intollerabile non fa informazione scientifica: fa disinformazione di Stato.

Il contesto: l'Italia prigioniera dell'ostruzionismo

Questa vicenda non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce a pieno titolo nel clima di ostruzionismo istituzionale che diverse amministrazioni di destra stanno portando avanti sistematicamente a livello locale. In assenza di una legge nazionale sul fine vita — colpa gravissima di un Parlamento cronicamente ignavo — il fronte dei diritti si è spostato sui territori.

Abbiamo visto Consigli Regionali bocciare o insabbiare le proposte di legge promosse dall'Associazione Luca Coscioni per regolamentare tempi e procedure del suicidio assistito. Le Marche, purtroppo, non sono nuove a queste crociate: sotto la guida della giunta Acquaroli si sono già tristemente distinte per l'ostruzionismo sui diritti riproduttivi e sull'accesso all'aborto. Ora il mirino si sposta sull'autodeterminazione alla fine della vita. La tattica è la stessa: occupare gli spazi pubblici, silenziare il dissenso e imporre una visione etica unica, minando di fatto la laicità delle istituzioni.

Capitale di quale cultura?

C'è un dettaglio finale che rende questa storia ancora più stridente. Ancona è stata recentemente designata come capitale della cultura. Ebbene, come ricorda +Europa nell'appello lanciato alle istituzioni locali: "Ancona non può ridursi a una formula, ma deve tradursi nella capacità di ospitare e promuovere il confronto, anche quando è difficile".

La cultura non è un monologo consolatorio per chi ha già le risposte in tasca. È il coraggio di guardare in faccia la complessità, il dolore e le scelte tragiche che le persone compiono quando i loro corpi diventano gabbie insopportabili. Se il Comune e la Regione non dovessero riesaminare quel patrocinio, avranno chiarito da che parte intendono stare: non con i cittadini e la giurisprudenza, ma con l'oscurantismo.

La domanda scomoda, a questo punto, è una sola: fino a quando permetteremo che i loghi delle nostre istituzioni vengano usati come megafoni per chi vuole negare i nostri diritti più intimi?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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