Falso "contagio trans": i teorici usano i ragazzi come cavie?

Andrea Buttarelli · Generato con AI
Falso "contagio trans": i teorici usano i ragazzi come cavie?

La scienza dovrebbe essere uno scudo per i più vulnerabili, non un'arma caricata a pregiudizi. Eppure, stando a quanto emerge in queste ore, c'è chi sta cercando di trasformare i giovani transgender nelle cavie perfette per dimostrare teorie già ampiamente smontate dal consenso medico.

L'allarme, rimbalzato nelle scorse ore e amplificato dalla comunità di r/lgbt su Reddit, parla chiaro: "Gli scienziati dietro il mito del 'contagio sociale' stanno reclutando giovani trans per uno studio, avvertono i leader della comunità". Un titolo che è un vero e proprio pugno nello stomaco per chiunque conosca la pericolosa genesi di questa retorica. Ma cosa significa esattamente questo avvertimento, e perché dovrebbe farci suonare un campanello d'allarme anche qui in Italia?

Il mito della Disforia a Rapida Insorgenza

Per capire la gravità della notizia, bisogna fare un passo indietro. Il concetto di "contagio sociale" (spesso associato alla controversa dicitura di Disforia di Genere a Rapida Insorgenza, o ROGD) è l'idea secondo cui i ragazzi di oggi non sarebbero realmente transgender, ma verrebbero "influenzati" dai social network, da internet o dal gruppo dei pari. Si tratta di una teoria che le maggiori istituzioni mediche e psichiatriche mondiali — dall'American Psychological Association alla WPATH (World Professional Association for Transgender Health) — non riconoscono, derubricandola a panico morale privo di fondamento empirico.

Ora, sembrerebbe che gli stessi circuiti accademici che hanno gettato le basi per questa narrativa stiano cercando nuovi partecipanti minorenni per i loro studi. L'avvertimento dei leader della comunità LGBTQ+ è netto: partecipare a queste ricerche significa rischiare di fornire dati a chi ha già deciso a tavolino il risultato. È il trionfo del bias di conferma: se si parte dal presupposto clinico che le identità trans siano una "moda passeggera", si strutturerà la ricerca in modo da piegare i dati a questa tesi.

Un problema anche italiano

Sarebbe un errore madornale derubricare questa notizia a una lontana "questione americana". La retorica del contagio sociale ha già attraversato l'oceano e siede comodamente nei salotti televisivi e nei palazzi della politica italiana.

Pensiamo al clima di caccia alle streghe scatenato recentemente attorno all'Ospedale Careggi di Firenze. L'ispezione ministeriale sui percorsi di affermazione di genere per i minori, spinta dalle interrogazioni di alcuni partiti di maggioranza, si basava esattamente su questo sospetto strisciante: l'idea, fomentata da associazioni ultra-conservatrici, che i giovani siano solo "confusi" e che medici compiacenti stiano assecondando un capriccio psicologico.

In Italia, la transizione di genere è ancora regolata dall'inossidabile Legge 164 del 1982. Una norma pionieristica quarant'anni fa, ma oggi drammaticamente obsoleta, pensata per gli adulti e del tutto muta sulle esigenze dei minori. In questo colpevole vuoto normativo, narrazioni pseudoscientifiche come quella del contagio sociale trovano terreno fertilissimo per giustificare blocchi, sospensioni dei trattamenti, o la totale colpevolizzazione delle famiglie che supportano i propri figli.

I corpi dei giovani non sono un campo di battaglia

Quando la comunità internazionale lancia l'allarme contro studi potenzialmente manipolatori, ci sta dicendo una cosa fondamentale: la ricerca non è mai neutrale se le domande di partenza sono inquinate da una tesi politica.

Sfruttare giovani in una fase vulnerabile della loro vita per alimentare teorie che verranno poi impugnate dai legislatori per negare loro cure salvavita, non è scienza. E non lo è mai stata.

La domanda scomoda che dobbiamo farci oggi, mentre scorriamo queste notizie, è una sola: lasceremo davvero che il futuro, la salute e i corpi dei nostri ragazzi diventino il banco di prova per chi, sotto il camice bianco, nasconde l'obiettivo politico di cancellarli dallo spazio pubblico?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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