La Cina accelera sull'IA. I nostri diritti sono un ostacolo?

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La Cina accelera sull'IA. I nostri diritti sono un ostacolo?

L’Intelligenza Artificiale non è (solo) una questione di freddi algoritmi, chip di ultima generazione o chatbot a cui chiedere ricette: è il nuovo, brutale campo di battaglia per il controllo delle nostre vite, dei nostri corpi e delle nostre identità. E chi detta le regole tecnologiche oggi, controllerà la forma delle nostre società domani.

È con questa esatta consapevolezza che dobbiamo dissezionare l'ultima mossa di Pechino. Come riportato in queste ore dalla Reuters (e rimbalzato rapidamente nelle discussioni di r/ArtificialIntelligence su Reddit), questa settimana la Cina "illustrerà come intende spingere la prossima fase della sua corsa tecnologica con l'Occidente". Durante la sessione di apertura dell'Assemblea Nazionale del Popolo (NPC), il parlamento cinese, la leadership del Paese è pronta a svelare i piani e il budget per convertire "le recenti conquiste di alto profilo nell'intelligenza artificiale, nello spazio e nella robotica in scala industriale e nello slancio dei mercati dei capitali".

Una narrazione affascinante, senza dubbio. Ma dietro il vocabolario asettico e trionfalistico dello sviluppo tecnologico governativo si nasconde un baratro potenziale per le libertà individuali e i diritti umani.

Il prezzo del primato tecnologico

Qualcuno potrebbe chiedersi: perché un editoriale che si occupa di diritti civili e tematiche LGBTQ+ dovrebbe preoccuparsi del budget cinese per i microchip o dei piani quinquennali di Pechino? La risposta è urgente e inquietante: l'IA, nelle mani di esecutivi autoritari o di corporazioni senza scrupoli, rappresenta la macchina di sorveglianza, profilazione e normalizzazione più efficiente mai creata nella storia umana.

Il governo cinese non ha mai fatto mistero di utilizzare reti neurali e sistemi di riconoscimento biometrico per il controllo sociale. Dal tracciamento pervasivo utilizzato contro le minoranze etniche nello Xinjiang, fino alla censura automatizzata che spazza via dai social media come WeChat e Weibo ogni minimo riferimento alla cultura queer, alle associazioni LGBTQ+ o alle dissidenze politiche. Quando la tecnologia corre a rotta di collo e sfugge a qualsiasi vincolo etico, le minoranze e le esistenze marginalizzate sono sempre le prime a venire stritolate negli ingranaggi.

Il pericolo globale, tuttavia, non si limita a ciò che accade all'interno della Grande Muraglia. Il rischio reale per tutti noi è l'effetto domino internazionale. Se le democrazie occidentali si convincono di essere in drammatico svantaggio in questa "corsa agli armamenti algoritmica", la tentazione politica sarà inevitabile: deregolamentare tutto. Allentare i paletti etici, chiudere entrambi gli occhi sulla privacy, ignorare i bias razziali o di genere nei database di addestramento. Il tutto verrà sacrificato allegramente sull'altare della cosiddetta "competitività globale".

E in Italia? Una democrazia algoritmica fragile

In Europa stiamo cercando faticosamente di arginare questa deriva tecno-autoritaria con l'AI Act, che tenta di mettere al bando i sistemi di intelligenza artificiale ad altissimo rischio, come il social scoring o il riconoscimento facciale di massa in tempo reale. Ma nel nostro Paese, il terreno su cui queste tecnologie rischiano di attecchire è politicamente molto accidentato.

L'Italia è una nazione in cui i diritti civili viaggiano regolarmente su un binario morto. Con il DDL Zan per contrastare l'omolesbobitransfobia affossato tra vergognosi applausi al Senato, e un clima politico che vede un attacco sistematico ai diritti delle famiglie arcobaleno e all'autodeterminazione delle persone transgender, cosa succederebbe se tecnologie di sorveglianza di massa venissero adottate su larga scala con la scusa della "sicurezza urbana"?

Non parliamo di distopie televisive alla Black Mirror, ma di rischi concreti. Un algoritmo addestrato su dati normativi che non riconoscono affatto la complessità e lo spettro dell'identità di genere, ad esempio, fatica strutturalmente a inquadrare le persone trans o non binarie. In un paese in cui i percorsi di affermazione di genere sono ancora imbrigliati in una burocrazia estenuante regolata dalla L. 164/82, l'inserimento di AI fallaci nei sistemi della Pubblica Amministrazione, nell'assistenza sanitaria o nelle selezioni del personale rischia di escludere del tutto questi individui dai servizi essenziali, etichettandoli algoritmicamente come "anomalie" di sistema.

Se la corsa allo sviluppo dell'IA si riduce a un mero scontro muscolare tra superpotenze geopolitiche, lo spazio per l'inclusione, il dissenso e l'umanità stessa si restringe fino a scomparire del tutto. Dobbiamo pretendere che l'innovazione tecnologica sia sempre al servizio dei diritti fondamentali, e non il loro carnefice.

La vera domanda da porsi oggi, mentre Pechino preme sull'acceleratore dell'innovazione, non è se l'Occidente riuscirà a tenere il passo. La domanda scomoda a cui dobbiamo rispondere è un'altra: per non farci sbranare dal Dragone nella grande corsa tecnologica, saremo davvero disposti a svendere le nostre libertà pur di tagliare per primi il traguardo?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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