Libera non è libera: perché lo Stato tortura chi sceglie di morire?

Chiamarsi Libera e scoprire di essere prigionieri di un corpo che soffre e di uno Stato che volta le spalle. È il paradosso brutale vissuto da Libera (nome di fantasia), la donna toscana la cui storia è stata riportata con precisione e sdegno da Il Dubbio. La sua colpa? Chiedere di poter accedere al suicidio assistito, un diritto che sulla carta esiste grazie alla Corte Costituzionale, ma che nella realtà si scontra con un muro di gomma fatto di commissioni mediche, rinvii e un’asettica crudeltà istituzionale.
La cronaca di un'attesa disumana
Secondo quanto riportato nell'articolo di Il Dubbio, intitolato "Il caso di Libera e l’eterna ipocrisia sul fine vita e i nostri diritti", la donna è affetta da una patologia irreversibile che le causa sofferenze intollerabili. Nonostante la storica sentenza 242/2019 della Consulta (il cosiddetto caso Cappato/Dj Fabo), che ha depenalizzato l'aiuto al suicidio a determinate condizioni, il percorso di Libera è diventato un calvario burocratico. L'azienda sanitaria locale, come evidenziato dalla fonte, sembrerebbe aver opposto resistenze interpretative che di fatto bloccano l'accesso alla procedura, lasciando la paziente in un limbo di dolore.
Il quotidiano sottolinea un passaggio fondamentale: l'ipocrisia di un sistema che "gioca con le parole e con i tempi della vita altrui". Non si tratta più di una discussione etica astratta, ma di una violenza fisica esercitata attraverso l'omissione. Quando le istituzioni ritardano un parere che sanno essere dovuto, non stanno applicando la legge: stanno torturando un cittadino.
Un Paese ostaggio del vuoto legislativo
L'analisi del caso Libera non può prescindere dalla colpevole inerzia del Parlamento italiano. La Corte Costituzionale ha più volte sollecitato una legge organica sul fine vita, ma la politica preferisce ignorare il problema per non scontentare le frange più conservatrici o per semplice ignavia. Il risultato è un Far West dei diritti dove, a seconda della regione in cui risiedi o della sensibilità della tua ASL, puoi ottenere dignità o essere condannato all'esilio in Svizzera.
In Italia abbiamo la Legge 219/2017 sul consenso informato e le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), ma manca ancora quel tassello fondamentale che permetta una gestione medica e civile del fine vita senza dover passare per i tribunali. La politica italiana, come spesso accade su temi che toccano l'identità e i diritti civili, sembra aver appaltato la propria coscienza alla magistratura, salvo poi lamentarsi dell'invasione di campo dei giudici.
La tortura non è un'opinione medica
Perché il caso di Libera ci riguarda tutti? Perché racconta quanto sia fragile il concetto di autodeterminazione nel nostro Paese. Se una persona lucida, informata e in preda a sofferenze senza fine non può decidere come e quando congedarsi, allora nessuno di noi è realmente padrone del proprio destino.
C'è un'ipocrisia di fondo nel permettere il rifiuto delle terapie (che porta a una morte spesso più lenta e dolorosa) ma negare un farmaco letale che abbrevi l'agonia. È una distinzione morale che non ha basi scientifiche né umane, ma solo ideologiche. Mentre l'Europa si muove verso legislazioni sempre più aperte e rispettose (pensiamo alla Spagna o ai Paesi Bassi), l'Italia resta ancorata a una visione del corpo del cittadino come proprietà dello Stato o della Chiesa.
La domanda che resta, amara e urgente, è una sola: quante altre "Libera" dovranno implorare di fronte a una telecamera o in un'aula di tribunale prima che questo Paese decida che la pietà vale più di una bandierina elettorale? Lo Stato che non ti permette di morire con dignità è uno Stato che ha rinunciato a proteggere la tua vita, trasformandola in una pena da scontare fino all'ultimo respiro.
Fonte: Il caso di Libera e l’eterna ipocrisia sul fine vita e i nostri diritti - Il Dubbio · 28 marzo 2026
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