La Bielorussia equipara l'identità trans alla pedofilia. E noi stiamo a guardare?

Andrea Buttarelli · Generato con AI
La Bielorussia equipara l'identità trans alla pedofilia. E noi stiamo a guardare?

C'è un momento preciso in cui le democrazie (o sedicenti tali) gettano la maschera, ed è quando iniziano a legiferare sui corpi e sulle identità delle minoranze per creare un nemico pubblico. Quello che sta accadendo oggi a Minsk non è una lontana cronaca estera, ma un monito bruciante su quanto i diritti civili siano sempre, costantemente in bilico.

Come riporta un recente lancio di ABC News, il parlamento bielorusso ha approvato una legge draconiana per reprimere i diritti civili basilari. Secondo la testata, il provvedimento "introduce punizioni per le persone che promuovono cause LGBTQ+, in un'eco di leggi simili che sono state istituite nella vicina alleata Russia". Stando a quanto diffuso dalle agenzie internazionali, la normativa sanziona nello specifico la cosiddetta "promozione dell'omosessualità, della transizione di genere, della mancanza di figli e della pedofilia".

La strategia della disumanizzazione

Fermiamoci un attimo su quest'ultimo, aberrante punto. Affiancare l'orientamento sessuale e l'identità di genere a crimini atroci e reali come la pedofilia non è un errore di distrazione: è una precisa strategia di disumanizzazione. Non è ignoranza, è un disegno politico spietato volto a giustificare persecuzioni sociali, raid delle forze dell'ordine e indagini vessatorie contro liberi cittadini.

Chi affronta una transizione di genere o vive una relazione omosessuale viene marchiato dallo Stato come una minaccia alla nazione e ai suoi valori. Il risultato immediato? Le persone transgender rischiano di perdere non solo il riconoscimento legale, ma anche l'accesso a cure mediche essenziali e salvavita, mentre l'intera comunità viene spinta con la forza verso la clandestinità e l'invisibilità. La Bielorussia di Aleksandr Lukashenko sta semplicemente copiando e incollando la dottrina del terrore della Russia di Vladimir Putin.

Perché riguarda da vicino anche l'Italia

Sarebbe un errore madornale, e incredibilmente miope, liquidare la notizia come un problema marginale che riguarda solo uno spicchio di Europa orientale. Come si collega tutto questo all'Italia? Ovviamente il nostro Paese ha un assetto costituzionale ben diverso, tutelato dal diritto dell'Unione Europea, e vanta leggi che garantiscono – pur tra ostacoli e ritardi – i percorsi di affermazione di genere (basti pensare all'ormai storica, ma sempre più bisognosa di riforme, L. 164/82).

Tuttavia, il clima culturale non viaggia in scompartimenti stagni. La retorica allarmista del "pericolo gender", l'ossessione per la criminalizzazione delle identità non conformi e l'ostentata difesa di una presunta "famiglia tradizionale" minacciata da fantomatiche lobby transnazionali, sono argomenti tristemente familiari anche nel dibattito politico nostrano. Basti ricordare l'affossamento del DDL Zan, celebrato con applausi scroscianti da una parte dell'emiciclo parlamentare, o i costanti tentativi di limitare i diritti delle famiglie omogenitoriali e della comunità trans.

Non abbiamo il codice penale bielorusso, e menomale. Ma la matrice ideologica che vede l'esistenza LGBTQ+ come una malattia da curare o una "propaganda" da estirpare trova orecchie ben disposte anche nelle frange più conservatrici dell'Europa occidentale. Ogni volta che si tollera un discorso d'odio istituzionalizzato, si accorcia la distanza tra noi e Minsk.

Se permettiamo che un Paese nel cuore geografico dell'Europa cancelli letteralmente l'esistenza legale delle persone LGBTQ+ sotto il peso di sanzioni e arresti, senza che vi sia una condanna internazionale unanime e decisa, che segnale stiamo mandando? Quando i diritti fondamentali diventano un bersaglio politico sacrificabile sull'altare dei "valori tradizionali", a perdere è l'intera società. Oggi tocca alla Bielorussia. Se continuiamo a voltarci dall'altra parte, sentendoci al sicuro nelle nostre fragili conquiste, domani a chi toccherà?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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