L'aborto diventa normale ad Agrigento. Nel resto d'Italia quando?

Andrea Buttarelli · Generato con AI
L'aborto diventa normale ad Agrigento. Nel resto d'Italia quando?

Nel nostro Paese, veder garantito un diritto sanitario basilare è un evento così raro da finire sui giornali, celebrato come una conquista epocale.

Come riportato dalla testata AgrigentoNotizie, negli ospedali dell'Agrigentino l'Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) passa "da prestazione extra ad attività di reparto", diventando di fatto un'attività "ordinaria". Leggetela bene, questa frase. Pesatene le parole. Fino a ieri, garantire l'applicazione della Legge 194 in quel pezzo di Sicilia era considerato qualcosa di "extra", un'eccezione, quasi un favore concesso fuori dall'orario standard, spesso appaltato a personale in straordinario o gettonisti chiamati per tappare le falle di un sistema al collasso. Da oggi, diventa semplicemente quello che è sempre stato sulla carta: sanità pubblica.

L'ipocrisia del sistema italiano

Questa notizia, che a prima vista ha tutto il sapore di una vittoria per i diritti civili, nasconde in realtà una voragine di ipocrisia tutta italiana. Ci costringe a guardare in faccia un sistema sanitario colabrodo, dove l'obiezione di coscienza ha trasformato l'aborto in una corsa a ostacoli umiliante e pericolosa. Ricordiamo che in Sicilia i tassi di obiezione tra i ginecologi sfiorano percentuali bulgare, superando spesso l'80% e costringendo le strutture a veri e propri salti mortali logistici.

Quando un servizio medico essenziale viene relegato a "prestazione extra", lo Stato sta inviando un messaggio politico e sociale chiarissimo: il tuo corpo non è una priorità, la tua scelta è un fastidio burocratico. Pensiamo a cosa significhi, nella pratica, questa marginalizzazione. Significa liste d'attesa che si allungano pericolosamente, spingendo chi ha bisogno di abortire vicinissimo al limite legale dei 90 giorni. Significa donne e persone con capacità riproduttiva costrette a viaggiare da una provincia all'altra — il famigerato e taciuto "turismo abortivo" interno — spendendo soldi, tempo ed energie psicologiche. Significa subire lo stigma strutturale di chi deve accedere a un servizio trattato come un tabù.

Un filo rosso: l'autodeterminazione dei corpi

Da chi si occupa quotidianamente di diritti civili e tematiche LGBTQ+, è impossibile non vedere il filo rosso che lega questa vicenda alle altre grandi battaglie per l'autodeterminazione nel nostro Paese. Il diritto di decidere se e quando portare avanti una gravidanza riguarda le donne cisgender, certo, ma colpisce duramente anche gli uomini trans e le persone non binarie assegnate femmine alla nascita, che oltre allo stigma dell'aborto devono subire la violenza del misgendering in reparti non preparati ad accoglierli.

È la medesima matrice culturale che ostacola i percorsi di affermazione di genere (garantiti, ricordiamolo, dalla L. 164/82 ma spesso inaccessibili senza anni di battaglie legali) o il fine vita: l'idea, profondamente radicata in certa politica, che lo Stato debba mantenere un controllo paternalistico e punitivo sui nostri corpi.

Una normalità straordinaria

La decisione dell'ASP di Agrigento di istituzionalizzare l'IVG all'interno delle dinamiche ordinarie di reparto è, senza dubbio, un atto di civiltà amministrativa. Significa sottrarre l'aborto alla precarietà, smettere di dipendere dall'eroismo o dallo sfinimento dei pochissimi medici non obiettori, e restituire dignità a chi varca la soglia di un ospedale pubblico nel momento del bisogno.

Resta però, prepotente, l'amaro in bocca. Se l'Agrigentino compie oggi un passo formale per allinearsi finalmente al 1978 (l'anno di approvazione della Legge 194), in quante altre province d'Italia stiamo silenziosamente arretrando, permettendo ad associazioni anti-scelta di entrare nei consultori o tollerando reparti con il 100% di obiettori?

L'IVG "ordinaria" ad Agrigento ci dimostra che cambiare rotta, e far funzionare la sanità laica, è possibile. Ma la vera domanda che dovremmo porci, oggi, è un'altra: fino a quando dovremo festeggiare come "straordinaria" la semplice, banale, sacrosanta normalità di un diritto garantito?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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